L’Ecuador tra lotte sociali e divisioni politiche

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Nel giugno del 2021, successivamente all’insediamento del nuovo presidente equadoregno, il banchiere Guillermo Lasso ((https://volerelaluna.it/mondo/2021/04/20/ecuador-la-divisione-dei-progressisti-fa-vincere-un-banchiere/), l’associazione che raggruppa i numerosi movimenti indigeni, il CONAIE, intavolò con il Governo una discussione tesa a condividere alcune misure economiche e sociali a favore delle popolazioni più povere, molte delle quali indigene. Le trattative proseguirono sino a novembre ma senza risultati per cui il CONAIE affermò che il dialogo era terminato. Da quel momento, la tensione è aumentata fino alla recente proclamazione di un paro nacional (sciopero nazionale) per soddisfare dieci richieste fondamentali. Tra queste la sospensione dell’aumento del carburante, una rinegoziazione dei debiti verso i clienti del sistema finanziario nazionale, la regolamentazione dei prezzi dei prodotti agricoli, l’abrogazione dei decreti 95 e 151 che promuovono l’aumento dello sfruttamento del petrolio e dell’estrazione mineraria, il rispetto della consultazione preventiva, libera e informata per l’avvio di progetti estrattivi nei territori comunitari e indigeni e, infine, la regolazione dei prezzi dei prodotti essenziali.

L’inflazione e il costante aumento dei prezzi hanno reso difficile per quasi il 70% della popolazione coprire il paniere alimentare di base. Il settore agricolo – soprattutto i piccoli produttori –, già duramente colpito, risente ancora di più degli effetti della guerra tra Russia e Ucraina. A ciò si aggiungono la mancanza di medicinali e la crisi del sistema sanitario, nonché l’aumento dei tassi di disoccupazione e gli alti tassi di occupazione inadeguata, che coprono il 62,6% delle persone attive, soprattutto donne, giovani, indigeni e afrodiscendenti. A questo scenario si aggiunge la riduzione del budget per le università e la violazione della promessa della campagna di ammissione illimitata alle case studio, oltre alla potente ondata di violenze con atti di sicari e la crisi carceraria, con l’omicidio di decine di detenuti. Il veto presidenziale alla legge e alla decisione della Corte Costituzionale di consentire l’aborto per stupro è, infine, la ciliegina su questo cocktail esplosivo. Data questa situazione, l’aumento delle proteste è diventato inevitabile. Le stesse azioni del Governo e delle forze repressive nel quadro dello sciopero nazionale non hanno fatto che scaldare gli animi.

È stata la confederazione delle nazionalità indigene a indire per il 13 giugno scorso la lotta nazionale contro il presidente e il suo governo. Diversi movimenti e organizzazioni delle tre principali regioni geografiche dell’Ecuador (costa, altopiani ed est) si sono subito unite al paro nacional indigeno. Il Fronte Unitario dei Lavoratori (FUT), che riunisce i maggiori sindacati; l’Unione Nazionale degli Educatori (UNE), il più grande sindacato degli insegnanti; le Federazioni degli Studenti Universitari dell’Ecuador (FEUE); organizzazioni di donne, di ambientalisti, di professionisti hanno aderito e proposto una mobilitazione generale per giovedì 16 giugno. La rappresaglia non si è fatta attendere. Il giorno dopo è stato arrestato Leónidas Iza, il presidente della Conaie, per interruzione di servizi pubblici. Ciò ha avuto come conseguenza l’estensione della partecipazione alla lotta e a una sua radicalizzazione con scontri nelle vie delle città e davanti agli edifici pubblici. A quel punto le forze di polizia hanno sgombrato e occupato la Casa della Cultura dell’Ecuador perché sede del coordinamento delle lotte e decine e decine di scrittori, artisti e docenti universitari hanno espresso pubblicamente la loro indignazione con un documento dal titolo “I popoli e le nazionalità indigene sono una forza sociale, fondamento della nostra storia”.

La Confederazione Sindacale delle Americhe, CSA, ha inviato una delegazione di osservatori e nel suo comunicato di denuncia e richiesta di porre fine alla violenza ha evidenziato che cinque persone sono state uccise per mano delle forze dell’ordine, con l’uso irregolare di armi letali. Per quanto riguarda gli arresti arbitrari, hanno indicato più di 132 detenuti arbitrariamente per aver esercitato il diritto di protesta. In molti di questi casi, queste persone sono state successivamente accusate di crimini come sabotaggio, terrorismo o resistenza. La missione ha raccolto testimonianze su sequestro, persecuzione e pianificazione di attacchi contro l’integrità dei leader indigeni e sociali, violazione del diritto alla protesta sociale, violazione delle garanzie giudiziarie e dell’accesso alla giustizia per i cittadini, rifiuto di cure mediche da parte delle istituzioni sanitarie pubbliche per motivi razziali e anti-indigeni e violazione dell’integrità delle donne, evidenziando episodi di umiliazione, violenza verbale e fisica. Nel dossier pubblicato dalla rivista “Sinpermiso” (https://www.sinpermiso.info/textos/ecuador-la-movilizacion-social-acorrala-a-lasso-dossier) viene presentato il resoconto quotidiano dello svolgimento del paro general.

All’esito dello sciopero generale sono intervenuti due fatti che incidono pesantemente sugli equilibri politici e sulla vita del Paese.

Primo. Il 28 giugno il parlamento dell’Ecuador ha respinto la proposta di messa in stato di accusa del presidente Lasso. I parlamentari sono in totale 137 e la sinistra (Unione per la speranza, che fa riferimento a Correa; Pachakutik espressione dei movimenti indigeni; Sinistra democratica, formazione aderente all’internazionale socialista) ne somma 94. Il quorum per l’impeachment era di 92 voti ma la proposta è stata sostenuta solo da 80 parlamentari. Ovviamente ha votato contro tutto lo schieramento di destra ma – sembra – anche un settore della delegazione parlamentare del Pachakutik (tuttora attestato sull’impossibilità di ogni accordo con Correa e il suo partito: «non permettiamo che il correismo si appropri delle lotte in corso») e diversi indipendenti, mentre Sinistra democratica ha dichiarato che preferisce la dialettica democratica (https://bit.ly/3yjGeqv // https://bit.ly/3QQWcjm). Alle elezioni presidenziali la divisione era stata ancor più eclatante; in tutte le province interne del Paese a prevalente popolazione indigena gli elettori avevano votato per Lasso rovesciando l’esito del primo turno elettorale (https://volerelaluna.it/mondo/2021/04/20/ecuador-la-divisione-dei-progressisti-fa-vincere-un-banchiere/).

Secondo. Due giorni dopo, il 30 giugno, si è raggiunto un accordo tra il Governo e i rappresentanti dei movimenti promotori dei 17 giorni di lotta generale e nazionale. È un’indubbia vittoria per i movimenti indigeni e popolari in punto adozione di misure di contrasto ai processi speculativi che determinano l’aumento dei prezzi e riduzione dei prezzi dei carburanti per il trasporto. Ci sono, poi, alcuni provvedimenti che corrispondono a obiettivi risalenti dei movimenti ecologisti e di resistenza delle popolazioni indigene: in particolare alcune modifiche al decreto 95 che liberalizza le attività di estrazione di petrolio e modiche al decreto 191 relativo alle attività minerarie e la garanzia che una parte delle ricchezze prodotte dalle attività estrattive sarà appannaggio delle popolazioni direttamente interessate. Per realizzare concretamente queste misure si dà vita a un tavolo di discussione gestito da garanti dell’accordo che deve concludere i lavori entro 90 giorni (https://rebelion.org/victoria-del-paro-nacional-en-el-ecuador/).

Superfluo dire che le modalità di uscita dalla situazione che sta vivendo l’Ecuador sono, in questo momento, imprevedibili (https://www.historiaypresente.com/ecuador-el-drama-en-las-calles/).

Gli autori

Fulvio Perini

Perini Fulvio, sindacalista alla CGIL, ha collaborato con la parte lavoratori, Actrav, dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

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