Il pianeta in crisi: tempesta perfetta o caos sistemico?

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Iniquità globali

È cosa nota che la seconda metà degli scorsi anni Dieci ha segnato una pesante battuta di arresto sulla strada della lotta contro la fame. E così, anche, non siamo certo i primi a osservare che la guerra in Ucraina è venuta a esacerbare un problema già presente in forma acuta. In modo particolarmente incisivo, per esempio, lo ha fatto il direttore esecutivo del World Food Program, David Beasley: «Conflitti, crisi climatica, Covid 19 e costi crescenti del cibo e dei combustibili avevano già creato una tempesta perfetta – e adesso abbiamo la guerra in Ucraina, ad aggiungere una catastrofe in cima a una catastrofe». D’altro canto, a partire da considerazioni del genere, è forse possibile fare un passo avanti – previa aggiunta di qualche dato circa la situazione venuta a determinarsi negli anni più recenti.

Per farsene un’idea corretta, conviene prendere le mosse dall’osservazione che la pandemia di Covid 19 ha certamente prodotto effetti devastanti ma anch’essa, come emerge con chiarezza dall’ultimo rapporto della Fao sullo stato della sicurezza alimentare, è intervenuta in un quadro che già poteva dirsi sconfortante. A partire dal 2014, infatti, si arrestano i progressi in corso dal 2002, grazie ai quali l’incidenza della popolazione denutrita era scesa dal 13,3 all’8,3%: nel periodo 2014-2019 il dato rimane praticamente stabile a quest’ultimo livello, per poi balzare al 9,9% nel 2020, appunto a causa del SARS-CoV-2. In termini assoluti si tratta di 768 milioni di persone, 118 in più rispetto al 2019 – con un drammatico incremento rispetto al minimo raggiunto nel 2014 (606 milioni) e un inopinato ritorno della situazione al livello di gravità che si registrava nel 2006, quando la cifra e pari a 765 milioni.

La popolazione denutrita è quella il cui abituale consumo di cibo non basta a fornire le energie alimentari necessarie a condurre una normale e sana vita attiva. Se adottiamo un criterio meno restrittivo, e più “fenomenologico”, come nel caso delle rilevazioni condotte sulla base della Food Insecurity Experience Scale, il quadro peggiora ulteriormente. A livello globale, la popolazione in condizioni di insicurezza alimentare “moderata” o “severa” è aumentata dal 22,6% del 2014 al 26,6 del 2019, anche questa volta con un successivo balzo dovuto alla pandemia, che ha portato il valore del 2020 al 30,4%. Così, alla fine del decennio scorso, quasi un terzo della popolazione mondiale non aveva un adeguato accesso al cibo: 2,37 miliardi di persone, il 40% delle quali, 920 milioni, in condizioni di insicurezza alimentare “severa”.

L’impiego di fonti diverse è sempre irto di insidie, ma l’indicazione di un netto peggioramento della situazione emerge con tutta chiarezza anche dal recentissimo Global Report on Food Crises 2022, specificamente dedicato ai paesi e ai territori nei quali l’ampiezza e la gravità delle crisi alimentari eccedono le risorse e le capacità locali, determinando quindi la necessità di una mobilitazione internazionale. Con riferimento a tale universo, formato da 53 paesi o territori, il 2021 ha fatto registrare quasi 193 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta (significa appunto un consumo di cibo insufficiente a evitare stati di denutrizione): 40 milioni in più rispetto al 2020 e quasi il doppio rispetto al 2016 (anno di inizio delle rilevazioni), quando la cifra era pari a 108 milioni. Le condizioni più gravi (di rischio della vita) riguardavano 570 mila persone in quattro paesi (Etiopia, Sudan del Sud, Yemen e Madagascar), quasi 7 volte il numero del 2016. Problemi meno acuti, ma comunque causa di grave stress, erano fronteggiati da altri 236 milioni di persone (84 nel 2016).

La guerra in Ucraina, ma non solo

Tale, dunque, il quadro nel quale la guerra in Ucraina sta introducendo ulteriori, formidabili fattori di aggravamento. E certo è della massima importanza cercare di capire la portata delle conseguenze che essi potranno generare (in diversi scenari), la configurazione delle catene di causa-effetto, i luoghi del mondo e le parti della popolazione mondiale più esposte al loro impatto, e altro ancora dello stesso genere, la cui indagine richiede modelli e strumenti di carattere analitico. Tuttavia, la guerra in atto dallo scorso 24 febbraio e l’insicurezza alimentare presente in tante parti del mondo possono essere messe in rapporto anche secondo una prospettiva di diverso genere, che qui si vuole provare a definire.

Per farlo, bisogna ancora ragionare delle tendenze che si sono manifestate a partire dalla metà degli anni Dieci – in particolare dei loro major drivers, delle cause alle quali soprattutto possono essere ricondotti i passi indietro che sono intervenuti. Dal già citato rapporto della Fao: «Negli ultimi dieci anni, [1] la frequenza e l’intensità dei conflitti, [2] la variabilità del clima e i suoi estremi, [3] i rallentamenti e i crolli dell’attività economica hanno fatto registrare incrementi che hanno minato la sicurezza alimentare e i livelli di nutrimento su scala mondiale». Dunque tre fattori di primaria grandezza (del resto già presenti nel giudizio di Beasley), a proposito dei quali occorre ancora sottolineare: – che, sebbene distinti, operano spesso insieme, con effetti moltiplicativi piuttosto che additivi: i paesi simultaneamente affetti da due o tre driver fanno registrare livelli di denutrizione fino a 12 volte maggiori di quelli dei paesi affetti da uno solo; – che operano con maggiore frequenza nei paesi a reddito basso e medio, e con elevati livelli di diseguaglianza, già in partenza contrassegnati da diffusi fenomeni di insicurezza alimentare e denutrizione; – che i due profili appena indicati tendono a loro volta a sovrapporsi: tra il 2017 e il 2019, circa il 36% dei paesi africani, asiatici, sudamericani e caraibici a reddito basso e medio hanno subito gli effetti congiunti di più di un driver.

Gli stessi tre fattori ricorrono nell’analisi contenuta nel già citato Global Report on Food Crises 2022, che fornisce anche una precisa quantificazione della loro rispettiva incidenza. Con riferimento ai 53 contesti nazionali/regionali presi in considerazione e ai 193 milioni di persone che in essi si trovavano in condizioni di insicurezza alimentare acuta, i conflitti armati costituiscono di gran lunga il fattore di maggior rilievo, con un peso pari al 72% della popolazione, essendo inoltre all’origine delle tre più importanti situazioni di “catastrofe” (Etiopia, Sudan del Sud e Yemen). Gli shock di natura economica, compresi gli aumenti di prezzo fatti registrare dai generi alimentari, spiegano il 16% del dato globale, mentre gli effetti degli eventi atmosferici estremi danno conto del restante 12%, concentrato in 8 paesi africani. Anche in questo caso, per altro, i fenomeni di sovrapposizione, interazione, rafforzamento reciproco sono la regola piuttosto che l’eccezione: i dati appena riportati riflettono le situazioni nelle quali questo o quel fattore è risultato la principale causa della crisi, perlopiù associata ad altre.

Infine, un argomento sostanzialmente assente dalle due fonti finora utilizzate, ma non per questo di minor rilievo, oggetto di un recente tentativo di “modellazione”. Si tratta dei loop causali che vengono a stabilirsi tra cambiamento climatico, insicurezza alimentare e situazioni di collasso dei tessuti sociali. Naturalmente, viene subito in mente il nesso crisi alimentari → conflitti armati o disordini sociali, che a loro volta operano come potentissimi fattori di aggravamento delle prime. Ma le relazioni, in effetti, sono considerevolmente più articolate.

La terza guerra mondiale a pezzi

Anche al netto della sua sommarietà, quello che precede manca di mettere a tema questioni di ovvia importanza. Il riferimento ai paesi a basso reddito lascia appena intravvedere le condizioni di iniquità globale – ovvero i connessi fenomeni “estrattivi” e di “scambio ineguale” – alle quali da ultimo va ricondotta la realtà della denutrizione e dell’insicurezza alimentare. Assenti, in tal modo, risultano gli argomenti di natura propriamente “strutturale”, o “di fondo”, che di certo non si limitano ad “amplificare” gli effetti dei tre fattori presi in considerazione. Tuttavia, proprio il carattere in certo modo “contingente” di questi ultimi (si potrebbe anche dire “evenemenziale”) consente di mettere in primo piano un dato di ampia portata storica.

In breve, si tratta delle generali condizioni di disordine che caratterizzano il quadro delle relazioni globali dalla fine della Guerra Fredda, e che la svolta del secolo, però, ha reso tanto più pesanti. Per accentuare l’argomento, possiamo dire di essere di fronte a uno stato di caos sistemico, legato alla crisi di lungo periodo dell’egemonia statunitense, al tentativo di perpetuarla in chiave di dominio, visibile nel progetto del “nuovo secolo americano”, e al sostanziale fallimento di quest’ultimo sancito dall’esito politico della seconda guerra in Iraq. Da allora, appunto, la conclamata mancanza di un baricentro dell’ordine globale, di certo non colmata dall’espansione della Nato, casomai leggibile come sua espressione, e la moltiplicazione di conflitti su basi più o meno circoscritte. Appunto, secondo la dolorosa intuizione di Papa Bergoglio, «la terza guerra mondiale a pezzi». Sullo sfondo, naturalmente, tutte le incertezze che pesano sulle prospettive del rapporto tra gli Stati Uniti e la Cina, inevitabilmente chiamato a sostenere la costruzione di un nuovo ordine globale degno di questo nome, ma lontanissimo, allo stato degli atti, dal prefigurare un esito del genere.

Ecco, secondo il nesso che qui si vuole cogliere, le condizioni di caos sistemico appena richiamate costituiscono tanto il quadro nel quale la vicenda ucraina, da tempo partecipe del loro darsi, è infine precipitata nella guerra intrapresa dalla Russia, quanto il quadro nel quale è si è verificato il progressivo rafforzamento, anche reciproco, dei driver più direttamente riferibili al peggioramento delle condizioni di sicurezza alimentare “around the world” – conflitti armati, shock economici e disastri ambientali.

Può darsi che la tesi risulti subito abbastanza chiara per quanto riguarda il primo dei tre fattori. Come da sempre mostrano i campi di battaglia dopo che gli eserciti hanno cessato di combattere, la guerra “gronda” disordine – ed è anche, come abbiamo visto, il fattore che più di ogni altro genera fame e denutrizione. E quanto all’ampiezza (essa stessa sistemica) dei danni promessi dalla guerra in Ucraina sul terreno della produzione e della circolazione del cibo, la circostanza può forse essere letta come una sorta di redde rationem dell’incapacità di generare un ordine mondiale degno di questo nome. Tuttavia, in modo meno immediato, ma non per questo meno significativo, la tesi sembra sostenibile anche nel caso degli altri due fattori, e in particolare del terzo, quello di natura ecologica, in verità massicciamente alimentato, al pari dei tanti conflitti in atto sul pianeta, dalle vigenti condizioni di caos sistemico.

La cosa, per così dire, si vede meglio al contrario. Se vi è una materia da affrontare che ha bisogno di un ordine mondiale riconosciuto e plausibile, frutto di una nuova egemonia, o meglio di una nuova forma di egemonia, che subito vien fatto di pensare in termini di cooperazione multilaterale – questa è precisamente la crisi ecologica in corso ormai da più di mezzo secolo. Sempre a contrario, il peso dell’esigenza in questione è visibilissimo negli esiti peggio che deludenti di tutte le Cop che si sono succedute dagli Accordi di Parigi a oggi, e in verità nello stesso impianto di questi ultimi. Paesi chiamati a muoversi “volontaristicamente”, in ordine sparso, privi di vincoli diversi da quelli dettati da ragioni di politica interna, e per la verità anche privi delle necessarie condizioni di affidamento reciproco, hanno prodotto impegni corrispondenti alla metà di quelli necessari – e per di più in larga misura retorici, che neppure sono stati rispettati. Il caos sistemico vigente sul piano delle relazioni globali trova un riscontro singolarmente puntuale nel disordine – nell’assenza di “struttura”, nella normatività introvabile – tanto del processo di formazione quanto delle modalità di negoziazione delle scelte in materia di lotta al Climate Change. E però, come si dice, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: i tre decenni che vanno dal 1990 al 2019 non hanno fatto registrare alcun rallentamento nel ritmo di crescita delle emissioni di CO2, con il risultato che la quantità complessiva è risultata maggiore di tutta quella che l’umanità ha consegnato all’atmosfera dalla rivoluzione industriale in poi, dal 1750 al 1990.

L’articolo è tratto, in virtù di un accordo di collaborazione, dal sito fuoricollana.it