Gaza: se gli aiuti umanitari cancellano i diritti

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Non c’è dubbio che Gaza abbia bisogno di aiuti umanitari. Complessivamente, nel 2022, sono 2,1 milioni i palestinesi, 1,3 milioni a Gaza e 750.000 in Cisgiordania, che hanno bisogno di assistenza, circa il 63% di tutti i residenti di Gaza e il 23% di quelli in Cisgiordania.

Alcuni dei dilemmi più profondi che le organizzazioni umanitarie devono affrontare nei territori palestinesi occupati (TPO) riguardano, peraltro, i modi in cui gli aiuti possono favorire l’occupazione israeliana. Uno di questi è sollevare Israele dagli obblighi imposti dalla IV Convenzione di Ginevra (articoli 55 e 56), secondo cui spetta alla potenza occupante proteggere e garantire il benessere della popolazione occupata, finendo quindi per “sovvenzionare” l’occupazione illegale. È opinione diffusa che gli aiuti umanitari favoriscano lo status quo consentendo la continuazione delle pratiche repressive di Israele, ricostruendo ciò che Israele con­tinuerà a distruggere e in pratica mantenendo i livelli di povertà risultanti dalle attuali restrizioni sulla mobi­lità, l’accesso e altre forme di controllo israeliano. Un altro dilemma è che dialogare in qualsiasi modo con il Governo israeliano se da una parte aiuta le organizzazioni umanitarie a svolgere il proprio lavoro, allo stesso tempo equivale a legittimare l’autorità di Israele sul territorio palestinese. Ciò che turba le coscienze degli operatori umanitari nei TPO è che l’efficacia dell’organizzazione nell’affrontare i bisogni della popolazione sia dovuta almeno in parte alla collaborazione, non dissimile da vera e propria complicità, mantenuta con funzionari militari e governativi israeliani. L’impatto dell’azione umanitaria sui beneficiari degli aiuti può es­sere altrettanto contraddittorio. Riducendo le persone al loro status di vittime, in parte richiedendo loro di ap­parire come vittime “esemplari” per ricevere il riconoscimento della loro sofferenza, e non come genuini at­tori politici, l’umanitarismo può contribuire alla produzione di una “umanità limitata”. Le agenzie umanitarie dipendono fortemente dalle donazioni di governi, fondazioni e individui e dalla mobilitazione della compas­sione. La circolazione globale delle immagini della sofferenza diventa una necessità per “trasformare le emo­zioni in donazioni”.

I palestinesi a Gaza e altrove sono consci che ricevere soccorso è un diritto legato al riconoscimento della responsabilità internazionale per la loro tragica situazione, ma allo stesso tempo temono che avvalersi di tale opportunità possa ostacolare la realizzazione dei loro diritti politici fondamentali, in particolare il diritto di tornare alle loro case. Alcuni attribuiscono motivi sinistri agli interventi umanitari: «L’imperialismo occidentale ci ha resi mendicanti per rimanere deboli e smettere di combattere Israele. È davvero per pietà del popolo palestinese? No, c’è uno scopo dietro questo. Che quando si prende il sacco di farina il palestinese dimentichi la sua patria» (Feldman). Questa percezione dell’umanitarismo espressa dai gazawi è fondamentale per comprendere i tentativi in atto di fare apparire al mondo la situazione di Gaza semplicemente come un problema umanitario. D’altra parte anche gli sforzi umanitari più nobili possono ostacolare inconsapevolmente la soluzione del problema. Finché i palestinesi dipendono dalla compassione degli altri, sono anche vulnerabili ai pericoli di vedersi negata tale compassione. La posizione umanitaria, infatti, è precaria: non appena le persone esprimono un più solido senso di sé come attori politici, corrono il rischio di perdere la loro categorizzazione di “vittime” e quindi di cadere al di fuori della cornice nella quale l’umanitarismo può comprenderle e assisterle. Sara Roy e Evar Ekeland sostengono che Gaza è un laboratorio dove vengono testate, oltre a nuove armi e strumenti informatici di sorveglianza, anche nuove regole «per controllare una popolazione che non vuole essere controllata».

Perché Gaza? È un’area di appena 365 km quadrati (inferiore al comune di Ferrara), in gran parte priva di ri­sorse come terra, acqua ed elettricità, sede di un’economia in rovina e senza base industriale e più di due mi­lioni di persone: oltre la metà bambini, il 75% rifugiati, con alti tassi di disoccupazione e povertà, dipendenti in modo schiacciante dall’assistenza umanitaria, quasi interamente imprigionati all’interno di una recinzione militarizzata e sotto sorveglianza permanente dall’aria e dal mare. Tuttavia, le piccole dimensioni della Stri­scia di Gaza, la sua miseria e la continua vulnerabilità nascondono un significato profondo da tutti ignorato tranne che da Israele, che l’ha trasformata in un laboratorio. Gaza è sempre stata una spina nel fianco per Israele. Storicamente centro del nazionalismo palestinese e della resistenza all’occupazione, Gaza, nonostante i periodi di quiete, è rimasta ribelle e insofferente all’oppressione israeliana. Per Israele, il punto di svolta è stata la prima sollevazione palestinese o Intifada (1987-1993), che ha cambiato «come Israele vede i palestinesi (e come i palestinesi vedono se stessi)». Fu allora, soprattutto nei primi anni della rivolta, che emersero alcune dinamiche senza precedenti. Innanzitutto, i palestinesi dimostrarono di potersi organizzare e agire come un collettivo, articolando richieste chiare e insistendo per una soluzione politica che Israele si era sempre rifiutato di accettare. Inoltre, «i palestinesi spostarono con successo il loro focus politico dalla disputa storica a uno stato tutto per loro, in coesistenza con Israele. E per un certo periodo i palestinesi dimostrarono di poter articolare la propria narrazione». Israele comprese che non poteva adattarsi ai palestinesi o alle loro richieste nazionaliste. La soluzione che trovò fu di far sparire i palestinesi in «una terra politica di nessuno creata a tale scopo».

Il primo passo per trasformare Gaza in una “political no-man’s-land” fu lo smembramento della Palestina in base agli accordi di Oslo con una politica di separazione, isolamento e contenimento. Gaza e la Cisgiordania furono separate demograficamente e fisicamente, con Gaza vista come “eccezionale o marginale”, in pratica eliminata da uno Stato e da una nazione palestinese. Secondo passo: mentre le potenze coloniali hanno riconosciuto i propri colonizzati come indigeni o nativi, ancora presenti sulla terra che tuttavia non appartiene più a loro, il colonialismo d’insediamento sionista mira a sradicare o per lo meno a rendere invisibile la presenza dei palestinesi. Come? In Cisgiordania, con l’espansione degli insediamenti israeliani; a Gaza, trasformando i palestinesi da popolo con diritti politici, economici e nazionali in una comunità indebolita dipendente dall’assistenza umanitaria. Un alto funzionario dell’organizzazione israeliana per i diritti umani GISHA ha sintetizzato l’approccio di Israele a Gaza con queste parole: «Nel resto del mondo cerchiamo di portare le persone all’altezza degli standard umanitari. Gaza è l’unico luogo in cui stiamo cercando di spingerli verso il basso, per mantenerli agli indicatori più bassi possibili» (https://www.972mag.com/government-releases-red-lines-document-detailing-gaza-food-restrictions/). I documenti governativi conosciuti come “Red Lines”, ottenuti da GISHA dopo tre anni e mezzo di battaglia legale, si basano su una ricerca compilata dall’establishment governativo israeliano allo scopo di «identificare il punto di intervento per la prevenzione della malnutrizione nella Striscia di Gaza». Il documento «include tabelle che calcolano le esigenze di consumo alimentare delle persone a Gaza in base all’età e al sesso». Seguendo questi calcoli, oltre alle stime di quanto cibo viene prodotto all’interno di Gaza, Israele avrebbe dovuto permettere a 106 camion al giorno di entrare a Gaza per fornire ai palestinesi la loro «porzione umanitaria quotidiana» di cibo, medicine e altri prodotti. Tra il 2007 e il 2010, tuttavia, Israele consentiva di entrare nella Striscia di Gaza a una media di soli 67 camion al giorno, un numero molto inferiore a quello raccomandato. In questo modo gli aiuti umanitari vengono utilizzati non solo per soddisfare i bisogni in rapida espansione di una popolazione sempre più povera (principalmente a causa dell’intensificata chiusura militare della Striscia da parte di Israele, giunta al suo 15° anno), ma anche per prolungare conflitti e sofferenze, o eventualmente per “ricompensare” la calma. Nell’attacco su Gaza del novembre 2012, la propaganda israeliana utilizzò il controllo degli approvvigionamenti come prova dell’umanitarismo israeliano in guerra (E. Weizman, Il minore dei mali possibili, Nottetempo, 2013, p. 11).

Gaza è un laboratorio in cui Israele sta sperimentando nuove regole, creando e mantenendo un problema umanitario per occultare quello politico. Nella migliore delle ipotesi, in questo modo la giustizia politica è sostituita dalla compassione; nella peggiore, dal collasso. L’umanitarismo stesso diventa una forma di violenza contro le persone che intende assistere. Nell’attacco a Gaza del maggio 2021 Israele ha distrutto completamente o parzialmente, come in precedenti assalti, alcune delle infrastrutture di Gaza, comprese case, scuole, strutture sanitarie, aziende, fabbriche, strade e uffici governativi (compresa la sede della ONG con cui chi scrive svolge attività di volontariato: il PCRF – Palestine’s Children Relief Fund). Secondo il ministero della salute palestinese, almeno 260 palestinesi sono stati uccisi e migliaia feriti negli 11 giorni di attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza. Sessantasei bambini, 39 donne e 17 anziani sono stati uccisi. 1.800 case, 3 torri, 437 appartamenti e 3 moschee a Gaza sono state distrutte. È stato anche distrutto uno dei più grandi depositi di pesticidi e fertilizzanti di Gaza, in particolare 259 tonnellate di pesticidi e 1.758 tonnellate di fertilizzanti (oltre a 9.312 tonnellate di semi). Tuttavia, l’obiettivo bellico di questa distruzione mirata supera di gran lunga l’indebolimento di qualsiasi settore produttivo, come quello agricolo. Il rilascio deliberato di sostanze chimiche cancerogene nell’ambiente (oltre alle tossine introdotte dalle bombe e da altre munizioni sganciate su Gaza) ne assicura l’infiltrazione nel suolo e nelle falde acquifere e, per diffusione, nell’approvvigionamento alimentare che non solo viene ridotto ma diviene sempre più nocivo. Tutto ciò ha un impatto non solo sulla letalità ma, nel tempo, sulla incidenza delle malformazioni infantili e forse dell’infertilità, in un «processo cumulativo e sottile di uccisione» (Weizman, cit., p. 12).

La cancellazione di Gaza trova un’altra espressione nella politica israeliana che mira a mettere a tacere qualsiasi empatia che potrebbe sorgere nei confronti dei gazawi. Per Israele tutti a Gaza sono Hamas e quindi un obiettivo legittimo: bambini, donne, uomini, famiglie, persino morti e sepolti. Non ci sono innocenti o irreprensibili a Gaza, non ci sono padri o madri, sorelle o fratelli, figlie o figli. Non ci sono case o scuole, musei o università, biblioteche o cliniche, parchi o parchi giochi. Invece – dicono i funzionari israeliani – c’è solo erba, che deve essere falciata di tanto in tanto, “mowing the grass”, indicando con queste parole che «i militanti palestinesi nella Striscia di Gaza e la loro fornitura di armi fatte in casa, grezze ma efficaci, sono come erbacce che devono essere tagliate» (https://www.washingtonpost.com/world/2021/05/14/israel-gaza-history/).

Gaza è stata così rimossa dalla sfera della politica e l’aiuto umanitario viene raccontato come l’unica scelta rimasta. Che fare allora? L’opera incessante delle agenzie umanitarie è chiaramente vitale nel caso di Gaza. È tuttavia necessario utilizzare altre cornici giuridiche e politiche, oltre che morali, per analizzare la situazione e intervenire nel ciclo di distruzione cui fa seguito l’invio degli aiuti. La crisi umanitaria di Gaza deve essere vista come il sintomo di una perversa situazione politica, il risultato dell’occupazione, della colonizzazione e dell’apartheid dell’intera Palestina e qualsiasi discussione sugli aiuti umanitari dovrebbe essere accompagnata da tale analisi.

Gli autori

Angelo Stefanini

Angelo Stefanini, medico di sanità pubblica, ha lavorato per diversi anni con ONG e con la Cooperazione Italiana in contesti rurali in Uganda e Tanzania/Zanzibar. Ha insegnato Sanità pubblica internazionale nelle università di Leeds (UK), di Makerere (Uganda) e, dal 1997, nell'università di Bologna, dove nel 2006 ha fondato il Centro Studi e Ricerche in Salute Internazionale e Interculturale (CSI). Da aprile (inizio della seconda Intifada) a dicembre 2002, in aspettativa dall'università di Bologna, è stato direttore dell'ufficio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), esperienza forzatamente interrotta per ragioni di sicurezza. Dal 2008 al 2011, ancora nei TPO, ha ricoperto il ruolo di responsabile del programma sanitario finanziato dal Governo italiano. Dal 2015 svolge attività di volontariato con il PCRF (Palestinian Children's Relief Fund) con missioni periodiche nella Striscia di Gaza, dove collabora con organizzazioni locali e internazionali al rafforzamento del sistema sanitario.

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