Il tradimento. L’ America e noi

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Di questa tragedia che sta attraversando l’Europa ciò che più mi affligge è la frustrazione dovuta al tradimento, si il tradimento!!! Ma come??? Da tutta una vita sono un suddito fedele dell’impero americano, ho consumato tutto quello che dovevo:  coca cola, chewing gum, blue jeans, rock and roll, pop art, cowboy, John Ford, Hemingway, Bob Dylan, Marlon Brando,Kennedy, Luther King, Ginsberg, P.C., Internet… e sì lo ammetto ho anche pianto quando John Kennedy è stato assassinato, e viaggiando parecchio, mi sono convinto che alla fine l’impero del bene era il migliore dei mondi possibili. Unica pecca nel mio, peraltro, immacolato curriculum, in gioventù ho portato l’eskimo sopra i jeans ma si tratta di poca cosa, qualche manifestazione “yankee go home” e robetta così tutto poi riscattato con una vita da capitalista convinto.

Ora quasi alla fine del mio percorso gli “amici” americani, prima mi mandano “a fare in culo” via Victoria Nuland, poi oggi mi danno due possibilità per finire i miei giorni: 1) arrostito da un missile  russo a media gittata; 2) annichilito da una crisi economica, di portata epocale, in cui potrebbe sprofondare tutto quello che abbiamo costruito negli ultimi 50 anni.

Ebbene, triste dirlo, ma quello che sta succedendo oggi in Europa era purtroppo prevedibile, forse persino inevitabile.

Le cause che stanno dietro a questo avvitamento americano nei confronti dell’Europa e la conseguente guerra in Ucraina sono parecchie, in questo articolo ne accennerò alcune di cui in questi giorni si parla poco

 

Propensione Americana verso il Pacifico

Tradimento
L’ammiraglio Mattew Perry e le “navi nere” americane

Che gli Stati Uniti vedano nel Pacifico la loro area di sviluppo imperiale era evidente fin dal XIX secolo. L’otto luglio del 1853 l’ammiraglio Matthew Perry era approdato con una flotta di navi a vapore nella rada di Edo (oggi Tokyo) obbligando i giapponesi, terrorizzati dalla potenza di fuoco delle “navi nere” americane, a sottoscrivere la Convenzione di Kanagawa che apriva i porti Giapponesi alle navi americane. Nel 1893 elementi “filo americani” rovesciano la monarchia hawaiana formando la “repubblica delle Hawaii” che verrà annessa agli USA nel 1898  (e pensare che non c’era ancora la CIA). Sempre nello stesso anno scoppiò la guerra spagnolo-americana che alla fine porterà agli USA le Filippine, Guam, e Portorico. Nel 1900 con la fine della guerra civile di Samoa anche quest’ultima viene inglobata come dipendenza Americana.

L’ingresso degli americani nella seconda guerra mondiale avviene due anni dopo l’inizio del conflitto in Europa e viene provocato per l’attacco giapponese a Pearl Harbour (la rivincita contro le “navi nere” del 1853) ossia lo scontro con l’altra potenza imperiale nel Pacifico, che viene definito con le due bombe atomiche per chiarire al Giappone che la partita era chiusa. Continuando, nel 1950 gli Usa erano in guerra in Corea e 10 anni dopo in Vietnam. Nel frattempo George Marshall come segretario di stato organizzò il piano che porta il suo nome che finanziando la ricostruzione europea si proponeva di tenere a bada la rinascita dei nazionalismi e limitare la crescita dei partiti comunisti.

Verso la fine degli anni ‘50 l’attenzione americana per l’Europa si stava attenuando di nuovo quando i sovietici li superarono nella balistica missilistica con lo sputnik, Laika e Gagarin, e sullo slancio le scarpate di Krusciov all’ ONU e il muro di Berlino: tutto questo riportò l’URSS e quindi l’Europa al centro dell’attenzione americana che risponde con la linea Kennedy dall’Atlantico come mare nostrum e “Ich bin ein Berliner “, oltre al programma Apollo.  Il superamento nella corsa spaziale e la “stagnazione” in URSS riporteranno però rapidamente gli USA verso il Pacifico, cosa che si materializzerà con l’amministrazione Nixon e la politica estera guidata da Kissinger, la pace in Vietnam, la politica del ping pong con l’ammissione della Cina sulla scena politica mondiale. Negli ultimi anni ‘70 la politica americana guarda non solo all’oceano Pacifico ma anche all’Indiano con la nascita dell’idea dell’Indopacifico intesa come chiave delle rotte petrolifere. Poi, con la fine dell’URSS lo spostamento strategico americano diventa sempre più evidente: due guerre del Golfo, l’Afghanistan e la crescita dell’economia cinese fanno dell’Indopacifico il centro degli interessi strategici americani.

Attualmente gli USA stanno giocando tutto il loro status di potenza egemone globale nei confronti della Cina. Su questo tavolo gli USA sembrano disposti a giocare l’Europa come capro sacrificale contro la Russia per scongiurare la possibile alleanza di quest’ultima con la Cina, alleanza che li metterebbe su un piano di assoluta inferiorità.

 

 Paul Wolfowitz e l’American Exceptionalism

Paul Wolfowitz rappresenta la quintessenza del tecnocrate di quel gigantesco iceberg che è il “deep state”: il complesso organismo composto da tecnocrati e burocrati che fanno funzionare la macchina amministrativa dello stato americano, potere nel potere che riproduce se stesso e che definisce le linee strategiche del paese e ne garantisce la continuità (ne è esempio il Dipartimento di stato che ha 13.000 dipendenti altamente qualificati e selezionati su base meritocratica, dove il nostro ministro degli esteri non potrebbe fare neanche l’usciere).

Paul Wolfowitz con George W. Bush e Donald Rumsfeld

Wolfowitz è sulla parte visibile dell’iceberg. Ha ricoperto svariati incarichi e ha lavorato sia al ministero degli esteri che in quello della difesa dove è stato per due volte viceministro: la prima volta nella presidenza di Bush padre con Dick Cheney come ministro, la seconda volta con Bush figlio e Donald Rumsfeld al comando del ministero, avendo un ruolo chiave in entrambe le guerre in Iraq. Wolfowitz è anche personaggio di spicco nel gruppo dei “newcon”, un teorico molto ascoltato sia nel settore della difesa che in quello degli esteri. Convinto sostenitore del dovere degli Stati Uniti di “esportare” la liberal democrazia quale migliore forma di governo possibile.

Nel 1992 nell’ambito del ministero della difesa elabora un documento intitolato “Guida alla pianificazione della difesa per gli anni fiscali 1994-1999”. Il documento viene redatto il 18 febbraio da Scooter Libby suo assistente, visionato da membri del  ministero e del Pentagono e registrato come segreto quindi con circolazione limitata nell’ambito del ministero. Il 7 marzo ’92 il “New York Times” ne pubblica un ampio stralcio (il link fa riferimento a quel documento) . Le motivazioni che provocarono il “leak” furono tre: 1) essendo il programma la prima elaborazione di una strategia politico militare dopo la fine della guerra fredda aveva in sé una specie di “imprinting” che avrebbe indirizzato in futuro la politica estera americana, di conseguenza doveva essere reso pubblico per dare la possibilità di aprire un dibattito su un tema così importante;  2) il taglio decisamente imperialistico aveva creato dubbi nell’ambito del ministero; 3) divergenze di carattere politico nell’ambito del “deep state”. La pubblicazione aprì un aspro dibattito tanto è vero che nell’aprile ne venne redatta una seconda versione più “addomesticata” ma sempre classificata “riservata”.

Sulla base di questo documento nacque poi la “dottrina Bush”. Gli stralci che ho tradotto sono i momenti più significativi della “dottrina Wolfowitz”. Nella traduzione mi è risultato difficile rendere il senso di “volontà” del testo originale ho quindi tradotto nel modo più letterale possibile:

 

Il nostro primo obiettivo è impedire il riemergere di un nuovo rivale, sul territorio dell’ex Unione Sovietica o altrove, che rappresenti una minaccia paragonabile a quella posta in precedenza dall’Unione Sovietica. Questa è una considerazione principale alla base della nuova strategia di difesa regionale e richiede che ci adoperiamo per impedire a qualsiasi potenza ostile di dominare una regione le cui risorse, sotto un controllo consolidato, sarebbero sufficienti per generare una potenza globale. 

Gli Stati Uniti devono mostrare la leadership necessaria per stabilire e proteggere un nuovo ordine che mantenga la premessa di convincere i potenziali concorrenti che non devono aspirare a un ruolo più importante o  perseguire un atteggiamento più aggressivo nella protezione dei loro interessi. Nelle aree non ostili, dobbiamo avere un peso sufficiente negli interessi delle nazioni industrializzate avanzate per scoraggiarle dallo sfidare la nostra leadership o dal cercare di capovolgere l’ordine politico ed economico stabilito. Dobbiamo mantenere il meccanismo per dissuadere i potenziali concorrenti dall’aspirare  a un ruolo regionale o globale più ampio. 

Come la coalizione che si è opposta all’aggressione irachena, dovremmo aspettarci che le future coalizioni siano assemblee ad hoc, spesso non durature oltre la crisi che si sta affrontando, e in molti casi portino solo un consenso generale sugli obiettivi da raggiungere. Tuttavia, la sensazione che l’ordine mondiale sia in definitiva sostenuto dagli Stati Uniti sarà un importante fattore stabilizzante. 

Sebbene gli Stati Uniti non possano diventare i poliziotti del mondo, assumendoci la responsabilità di correggere ogni torto, manterremo la responsabilità preminente di affrontare in modo selettivo quei torti che minacciano non solo i nostri interessi, ma quelli dei nostri alleati o amici, o che potrebbero seriamente turbare le relazioni internazionali . 

Continuiamo a riconoscere che collettivamente le forze convenzionali degli stati che un tempo comprendevano l’Unione Sovietica conservano il maggior potenziale militare di tutta l’Eurasia; e non escludiamo i rischi per la stabilità in Europa da una reazione nazionalista in Russia o dagli sforzi per reintegrare in Russia le nuove repubbliche indipendenti di Ucraina, Bielorussia e forse altre… Dobbiamo, tuttavia, essere consapevoli che il cambiamento democratico in Russia non è irreversibile e che, nonostante i suoi travagli attuali, la Russia rimarrà la potenza militare più forte in Eurasia e l’unica potenza al mondo con la capacità di distruggere gli Stati Uniti.

 

 Il documento continua relativamente al Golfo persico e a Israele oltre che a altre considerazioni di ordine geopolitico, e apre all’idea della globalizzazione governata dall’egemone americano. Naturalmente siamo nel 1992 e il testo risente dei temi politici del periodo ma è il primo documento di strategia politico militare dopo la fine della guerra fredda ed è rimasto negli anni il tema di fondo della politica estera americana. Con intonazioni diverse è la stessa musica che suonano Biden e Trump.

Alexis de Tocqueville

American Exceptionalism: “L’eccezionalismo americano è l’idea che gli Stati Uniti siano intrinsecamente diversi dalle altre nazioni. I suoi sostenitori affermano che i valori, il sistema politico e lo sviluppo storico degli Stati Uniti sono unici nella storia umana, spesso con l’implicazione che il paese è sia destinato e autorizzato a svolgere un ruolo distinto e positivo sul palcoscenico mondiale”. Tale idea si sviluppa già nella metà dell’ottocento. Anche Alexis de Tocqueville pur essendo francese vide a suo tempo negli Stati Uniti queste eccezionali qualità e lo scrisse nel suo celebre libro/reportage La democrazia in America.

L’eccezionalismo americano è la cultura dominante dello “stato profondo” nel Dipartimento di Stato americano, è il collante che permette all’America di mantenere una linea politica che spesso  prescinde dalle diverse strategie presidenziali Democratiche e Repubblicane che siano e “colpisce” o mantiene in “disgrazia” paesi o persone anche a decenni dai “fatti”.

Questi sono gli occhi con cui gli americani guardano all’Europa a un decennio dalla fine della guerra fredda, lo scenario che gli appare è più che preoccupante, quello che Wolfowitz aveva previsto si sta avverando:  Il risorgere del nazionalismo russo; l’interdipendenza dell’economia russa con quella tedesca e italiana; il disinteresse Europeo per la NATO (non rispetto dei vincoli di  spesa); il senso di ”post storicismo” che pervade l’Europa continentale.

E’ una situazione che, per le diverse amministrazioni americane, non permette deroghe e va affrontata prima che diventi irreversibile. Il piano strategico che esce dalle stanze della Segreteria di Stato prevede lo strangolamento della Russia usando proprio gli europei,  risvegliandoli così dal loro “post storicismo”, facendogli sentire il fiato sul collo attraverso una campagna di informazione che ci farà passare da strumenti a promotori del piano americano.

Gli americani non sono più quei simpaticoni che ci hanno vezzeggiato durante la guerra fredda, quando noi Italiani eravamo in prima linea per contenere i sovietici, che ci permettevano di “pasticciare” in Medio oriente, oppure intervenire in operazioni “militari” come a Sigonella, accettavano anche le convergenze parallele, fintanto che rimanevano parallele si intende, e mantenevano per noi il profilo di quei ragazzoni che dai loro carri armati buttavano caramelle, cioccolato e sigarette intanto che liberandola “occupavano” l’Italia. La guerra fredda è finita, il Dipartimento di Stato ha regolato i conti in sospeso, e in una volta sola si è tolto tutti i sassolini dalle scarpe (chiedere a Craxi e Andreotti e a tutta la prima repubblica per averne conferma).

Oggi siamo dei sudditi di cui possono disporre a piacimento facendoci diventare promotori di politiche per le quali poco tempo fa avevamo dichiarato la nostro dissenso (vedi Bucarest 2008 quando Italia, Francia e Germania si pronunciarono  contro le ammissioni della Georgia e dell’Ucraina nella NATO).

E’ chiaro che l’unico senso di questa guerra è la volontà di conferma della supremazia americana nei confronti della Russia ma anche, sia pur con mezzi diversi dalle armi, dell’Europa, e sventolando gli stendardi (per la verità assai logori) della democrazia e della libertà. La luna di miele del piano Marshall è finita. Adesso arriva la realtà del post “guerra fredda”. Speriamo che noi Europei ci inventiamo un nostro piano di riscatto.

Gli autori

Galliano Rotelli

Imprenditore e manager lombardo, libero pensatore e "globe trotter della produzione" manifatturiera. Ha fatto fabbriche in tutto il mondo, Russia, Ukraina, Africa, Stati Uniti. E' coautore (con Marco Revelli) de La fiera dell'est (Feltrinelli 1993). Attualmente gestisce un'impresa in Ukraina.

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6 Comments on “Il tradimento. L’ America e noi”

  1. “Ebbene, triste dirlo, ma quello che sta succedendo oggi in Europa era purtroppo prevedibile, forse persino inevitabile.”
    Dunque dove sarebbe il tradimento? Gli americani a leggere la sua ricostruzione – faziosa ma non falsa – sono rimasti fedeli nel tempo all’idea che hanno di sè stessi.
    Se tradimento c’è stato è da parte dall’Europa che si è dispersa nei suoi particolarismi incapace di una visione comune e di comuni obiettivi, disperdendo le promesse e le speranze che la sua nascita aveva nutrito: lo spettacolo di questi giorni sulle sanzioni alla Russia è desolante.
    Se c’è qualcuno contro cui puntare il dito sono le nostre democrazie, la nostra politica, noi stessi che, appunto, siamo buoni solo a consumare e ci parliamo addosso con dotte analisi e citazioni, incapaci di idee che abbiano un minimo di respiro.
    Questo articolo ne è un perfetto esempio.

    1. grazie di avere trovato del tempo per leggere il mio articolo e ancor più per averlo commentato, sono interessato alle sue opinioni, mi farebbe piacere se potesse chiarirmi meglio , quali sono i temi che mi rendono “fazioso”.
      resto in attesa di sue notizie

      1. Fazioso nel senso del suo significato letterale di “animato da spirito di parte”. Infatti la ricostruzione è funzionale alla sua tesi di un tradimento da parte degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa. Tradimento che come ho detto io non vedo dal momento che gli USA stanno facendo semplicemente i loro interessi, coerentemente con quello che sempre hanno fatto. Anche quando ci davano caramelle e cioccolata. Per questo io sono molto più critico con gli stati europei (non dico Europa perché dal punto di vista politico non hanno mai voluto farla nascere) che con gli USA.
        In ogni caso “fazioso” dal mio punto di vista non ha nulla di sminuente od offensivo dal momento che solo chi non ha idee può permettersi il lusso di non esserlo.

        1. il mio disappunto nasce dal fatto che questa guerra ci pone davanti a una scelta che mi trova impreparato, o stai con gli USA o stai con Putin , e non c’è niente in mezzo visto che l’Europa è “vuota” francamente non vedo possibilità, pur amando i russi, mi vedo costretto a scegliere l’Arcangelo Gabriele americano… al “Lucifero” russo che si è opposto all’impero del “bene”….. mi perdoni la metafora ma il “racconto” che ci propongono è questo…

  2. L’articolo è molto interessante, soprattutto per la successione di citazioni esplicite. Al di là della (comprensibilissima) rivendicazione d’antiamericanismo di ritorno, si spera che venga letto da poca (ma buona…) gente. Altrimenti, le citazioni risveglierebbero certa gente ignorante (atlantista a prescindere), pronta a vendicarsi come minimo con la censura del silenzio. Come massimo, come farebbe l’autore a tener viva la sua azienda in Ucraina (vedi nota biografica in calce), tra minacce presenti o prossime venture?
    Draghi dice “le condizioni per la pace devono essere quelle dell’Ucraina”. Lo va a dire a Washington, perchè sa perfettamente… che le condizioni dello stato ucraino sono dettate dagli USA. Se si sparge la voce che è in effetti così, da quelle parti, difficile che un antiamericano tenga in piedi un’impresa. Col concreto rischio, peraltro, che i “suoi” camionisti non portino armi nel cassone… e così siano estratti da uno degli ingranaggi che alimentano la guerra…

    1. la ringrazio per il commento, sto preparando due articoli sul tema Ucraino il secondo in particolare credo che mi escluda ogni possibilità di tornare in Ucraina.

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