Argentina e Cile: sconfitte le forze alternative alla destra

Volerelaluna.it

30/11/2021 di:

Il 14 novembre si sono svolte le elezioni per il rinnovo parziale del Parlamento argentino (metà dei deputati e un terzo dei senatori) e il 21 dello stesso mese c’è stato il primo turno delle elezioni presidenziali in Cile. L’esito è stato, nel primo caso, una pesante sconfitta dello schieramento peronista dell’attuale Presidente Alberto Fernandez e, nel secondo, una sconfitta forse meno pesante, ma difficilmente recuperabile al secondo turno del 19 dicembre.

La sconfitta del 2019 del presidente argentino Macri, esponente della destra argentina, sostituito alla presidenza da un candidato voluto e sostenuto da Cristina Kirchner aveva rappresentato la prima speranza per la riaffermazione di schieramenti popolari e progressisti nel continente sudamericano dopo i golpe bianchi in Brasile e Bolivia e le sconfitte elettorali in Cile, Ecuador, Uruguay e nello stesso Brasile con l’affermazione di Bolsonaro mentre Lula era in carcere. Gli avvenimenti successivi con le elezioni di Arce in Bolivia (https://volerelaluna.it/mondo/2020/10/22/bolivia-la-vittoria-piu-bella/) e di Castillo (https://volerelaluna.it/mondo/2021/07/29/il-peru-ha-un-nuovo-presidente-la-necessita-della-speranza/) in Perù facevano ben sperare, almeno tra coloro che non conoscevano la situazione economica dei paesi nei quali si era votato che rende tremendamente difficile governare puntando a migliorare condizioni, aspettative e speranze della parte più povera delle popolazioni.

La sconfitta in Argentina

Alle elezioni presidenziali del 2019 il candidato del peronismo kirchneriano (Frente de Todos) si era affermato con il 48,24% dei voti contro il 40,28% dello schieramento di destra (Juntos por el Cambio). Due anni dopo, alle elezioni parlamentari parziali, Frente de Todos raggiunge il 33,03% mentre Juntos por el Cambio raggiunge il 41,89, rovesciando i risultati di due anni fa. Altre tre formazioni politiche minori hanno ottenuto tra il 5 e il 7% di voti.

In Argentina le elezioni parlamentari e presidenziali vengono preparate con primarie; la partecipazione è obbligatoria per entrambe. Le primarie del 12 settembre, che preparavano le elezioni di novembre, sono state un disastro totale per lo schieramento peronista che nei due mesi successivi ha cercato di recuperare con alcuni provvedimenti sul salario minimo e le pensioni. L’obiettivo, peraltro, è parzialmente riuscito solo in alcune periferie di Buenos Aires e comunque non ha colmato il divario tra i due schieramenti. Alcuni osservatori hanno ironizzato sui festeggiamenti del presidente Fernandez e dei suoi militanti per aver evitato il disastro: «Lo spettacolo dei dirigenti e militanti di Frente de Todos che domenica 14 sera cantano e ballano è un paradosso [… ottenendo 5 milioni di voti in meno delle elezioni del 2019» (https://rebelion.org/que-nos-han-dicho-las-elecciones/). Le ragioni del paradossale entusiasmo stanno nel fatto di aver mantenuto la maggioranza nella Camera bassa del Parlamento e nella speranza di recuperare consensi e voti nelle prossime presidenziali. Qualche giorno dopo il presidente Fernandez ha annunciato il piano del Governo di rilancio dell’economia argentina «concordato con i dirigenti del Fondo Monetario (FMI)» che verrà presentato al Parlamento «alla ricerca di una accordo con l’opposizione». L’economista Horacio Rovelli ha ironizzato sulla proposta ricordando che nel 2015, quando Macri venne eletto presidente, il debito estero era di 222 miliardi di dollari e che, nel 2019, all’atto della sua uscita di scena, era salito a 320 miliardi. Tale aumento era avvenuto con il consenso dei “rigoristi” del FMI, mentre tra i grandi esportatori di capitali ci sono i due più importanti gruppi editoriali del Paese (El Clarin e Nacion) assieme a Monsanto e Telecom argentine (https://rebelion.org/el-gobierno-argentino-pretende-acordar-con-los-responsables-del-endeudamiento-y-la-fuga/). La possibilità di introdurre misure sociali tese a ridurre povertà e diseguaglianze è pressoché inesistente se non imboccando radicali e innovative politiche fiscali. Il Governo non lo ha fatto e ciò ha creato delusione e disincanto tra la povera gente. Così, benché in Argentina la partecipazione al voto sia obbligatoria, oltre 11 milioni di elettori non si sono recati alle urne. È interessante sottolineare la piccola affermazione della lista Frente de Izquierda che raddoppia i voti attestandosi a poco meno del 6%, ma con il 25% dei consensi nella regione più povera e a forte presenza indigena come il Jujuy. Il voto per il meno peggio non convince più la povera gente. Il periodico Pagina12 sottolinea in modo preoccupato l’elezione di candidati di estrema destra ispirata dall’ignoranza e dall’odio citando loro dichiarazioni come: «I diritti umani sono per la gente per bene, per i delinquenti il carcere o una pallottola». La radicalizzazione della destra continua.

Il voto in Cile

«Com’è possibile che il terremoto sociale che nel 2019 che riuscì a mobilitare due milioni di persone attraverso le vie delle città non sia riuscito a coinvolgere nemmeno mezzo milione di nuovi elettori nelle elezioni ritenute da molti di noi il requiem per il modello neoliberista? Come mai un candidato che si era opposto direttamente al processo costituente ha ottenuto il maggior numero di voti, quando l’”approvazione” del cambio era l’opzione scelta da 4 cileni su 5 solo un anno fa? Come ha fatto a fallire così completamente il meccanismo che collega l’esercizio della democrazia di strada con i lontani meandri della democrazia rappresentativa e liberale?» (https://alainet.org/es/articulo/214418 ). Sono le domande di un giornalista cileno di sinistra, Lautaro Rivara, ma anche le mie. Non posso dare spiegazioni perché non sono neppure capace di spiegarmi le ragioni per cui non esiste una formazione politica progressista in Italia. Ma posso riportare alcuni dati e svolgere un paio di riflessioni.

Anzitutto, il 54% degli elettori cileni non ha partecipato al voto. In Cile la partecipazione al voto non è mai alta, oscilla sempre attorno al 50%; anche nel referendum per cambiare la Costituzione imposta da Pinochet e dai militari partecipò al voto il 50,9%. Non per caso: la progressiva riduzione della partecipazione al voto è intervenuta, prima, con le scelte dei governi neoliberali, che hanno abolito l’obbligatorietà della partecipazione e, poi, con la decisione del Governo in carica di chiudere i seggi, nelle elezioni del 14 novembre, alle 18.00. Ma ovviamente questa è solo una delle ragioni.

Poi. i risultati elettorali mettono in evidenza che il ballottaggio tra il candidato di destra (da alcuni chiamato il Bolsonaro del Cile) e quello di sinistra è ancora aperto mentre si può già sottolineare che la Camera dei deputati e il Senato avranno una composizione in cui la destra è in minoranza rispetto agli eletti di sinistra e del centro.

Infine, le prospettive. Ad andare al ballottaggio del 19 dicembre saranno il candidato di destra José Antonio Kast, che ha ricevuto 1.961.122 voti (pari al 27,91%), e il candidato di sinistra Gabriel Boric, con 1.814.059 voti (pari al 25,83%). La differenza è di meno di 150mila voti, ma mentre Kant potrà sicuramente contare sull’appoggio del candidato dell’ex presidente Pinera, Sebastian Sichel (che ha raggiunto il 12,79%), Boric dovrà negoziare l’alleanza con il socialista autonomo Marco Enriquez_Ominami e con Yasna Provoste del Partito Democristiano. La grande incognita è data dal primo escluso, Franco Parisi, che ha ricevuto il 12,80%, denominato il “candidato telematico” perché ha condotto la campagna elettorale vivendo a Parigi per evitare l’arresto e diversi processi per distorsione di fondi, molestie sessuali e mancato pagamento degli alimenti alla ex moglie e a due figli. Parisi è sicuramente orientato a destra (nel 2019 un avvocato che difende i militari processati per omicidi commessi durante il golpe gli chiese di entrare nel partito filo Pinochet Fuerza Nacional) ma ha condotto una campagna contro tutte le istituzioni democratiche raccogliendo un elettorato non tutto orientato verso la destra fascista.

Il candidato di destra, José Antonio Kast, si è presentato in modo molto esplicito («Il confronto sarà con terroristi, narcotrafficanti, comunisti e delinquenti»): in caso di sua vittoria riprenderà la violenza contro le manifestazioni sociali e del popolo mapuche e ci sarà una contraddizione insanabile tra un presidente fascista e un’Assemblea Costituente presieduta da una esponente mapuche. Il candidato di sinistra, Gabriel Boric, è stato uno dei leader delle lotte studentesche che riportarono Michelle Bachelet alla Presidenza. Con la formazione politica in cui milita, il Frente Amplio, è sempre stato alleato del Partito comunista ma si è candidato alle primarie, in passato e ora, contro esponenti comunisti. È un dirigente politico orientato a ricercare e trovare intese e alleanze (e forse questo lo favorirà nei rapporti con i socialisti e i democristiani) e due anni fa partecipò all’accordo con il presidente Pinera che prevedeva la prosecuzione del suo incarico in cambio della indizione del referendum sul rinnovamento della Costituzione. Questa volta però per vincere non basteranno le intese politiche, ma dovrà portare al voto altri elettori e conquistare nuovi consensi. Non sarà facile, perché le contraddizioni a sinistra sono presenti e pesanti. Boric si è affermato come candidato nelle primarie perdendo a Santiago e Valparaiso e vincendo nel resto del paese e ha perso alle presidenziali in tutti i collegi a eccezione di quelli di Santiago e Valparaiso. E l’astensionismo è aumentato mentre l’appello alla partecipazione della CUT, la confederazione sindacale cilena protagonista delle lotte del 2019, «¡Porque no da lo mismo quién gobierne el país!» è stato ininfluente.

Qualche commentatore paventa il ripetersi dell’esperienza delle elezioni in Ecuador dove una parte di coloro che avevano partecipato alle proteste aveva l’idea di doversi battere contro ogni istituzione senza considerare le differenze. Anche in Cile nel movimento di lotta del 2019 c’era una forte componente anti istituzionale. E anche lì, come sempre, una sinistra più a sinistra scrive, sulla rivista Jacobin, che sia Kast che Boric presentano «le stesse possibilità di una estensione del modello neoliberale compresa la politica repressiva» (https://jacobinlat.com/2021/11/22/chile-las-elecciones-y-la-salida-conservadora-a-la-crisis/).

Staremo a vedere…