Europa e Stati Uniti: un rapporto storicamente complesso

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1.

Un confronto tra Europa e Stati Uniti, riguardo ai mutevoli rapporti politici e alle trasformazioni culturali, impone di considerare alcuni aspetti della storia passata. Ma prima è opportuno un breve accenno alla situazione attuale all’interno del Nuovo Continente.

I tempi delle elezioni Midterm si stanno avvicinando. Nel corso del 2021, la presidenza Biden, non solo è stata bersaglio di critiche diverse ma si è trovata esposta a possibili ostacoli nei rapporti con le Camere e con la Corte Suprema. Sappiamo poi che in due elezioni autunnali a governatore si è registrato un crollo sorprendente in Virginia e un magro esito in New Jersey. Anche vicende come quella di Kabul, seppur condotte in esecuzione di scelte già avviate da Trump, avevano inciso sul profilo di Joe Biden oltre che su diversi scenari geopolitici. Va ricordato peraltro che la presenza militare e politica degli USA in diverse aree del pianeta, era stata condannata nel secolo scorso, dai movimenti progressisti e pacifisti, come una forma di invadenza imperialistica. Ma un eguale spirito critico (con apparente paradosso) ha poi animato l’opposta accusa alla grande potenza: quella di ritirarsi da ogni presenza esterna e del ripiegare in un nuovo isolazionismo. È stato registrato un indebolimento della presidenza democratica seguito da un ritorno in scena del partito repubblicano. Ma tale prospettiva pare almeno in parte controbilanciabile: in politica estera dalla fine della guerra dei dazi e in politica interna grazie al piano di rilancio per mille miliardi e a una ripresa, pur parziale, dell’occupazione.

Sulla scena internazionale, qualunque sarà il dipanarsi degli eventi, è stato delineato da più parti il possibile declino dell’egemonia mondiale americana (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/10/05/da-saigon-a-kabul-il-declino-del-sogno-americano/). Una tale prospettiva è sembrata per vari aspetti riconducibile a quel più complessivo “tramonto dell’Occidente” che una parte della cultura europea, soprattutto di lingua tedesca, aveva un tempo annunciato, pur senza un riferimento esclusivo al nuovo continente. Va ricordato che tale visione muoveva dalla famosa opera di Oswald Spengler, pubblicata un secolo fa: ovvero proprio quando andava, per contro, delineandosi con crescente chiarezza l’avvento del “secolo americano”. Oggi, insieme al supposto declino del primato degli USA sull’intero pianeta, è in discussione quello dell’intero mondo occidentale. Una tendenza che sembra assumere aspetti nuovi; e coincidere, sul piano storico, con quella, solo apparentemente opposta, chiamata da Serge Latouche “occidentalizzazione del mondo”. Un processo uniformante, aspetti del quale potrebbero ora riconoscersi, a mo’ d’esempio, nella forma e nelle dimensioni che l’economia cinese va assumendo ogni giorno di più, anche nei suoi aspetti finanziari. E ciò mentre procede il confronto tra le due superpotenze, nel quale, specie durante la presidenza Trump, il punto di vista dell’Unione Europea non è stato realmente preso in considerazione. E non è chiaro quanto tale omissione oggi possa ritenersi realmente superata, in occasione dei congressi di Roma e di Glasgow, pur nell’annunciata revisione degli scambi commerciali.

2.

Quello appena richiamato è solo un aspetto di un rapporto mutevole nel corso del tempo.

Europa e America si erano reciprocamente guardate, confrontate, criticate in diverse occasioni, già a partire dalla Dichiarazione d’indipendenza. Thomas Jefferson, a inizio Ottocento, aveva rimarcato con orgoglio il distacco americano da un’Europa socialmente cristallizzata da privilegi nobiliari, divisa da monarchie, lacerata da guerre (quella di secessione era ancora lontana; e il possesso di schiavi, per inciso, caratterizzava anche un possedimento di Jefferson in Virginia). Pochi anni dopo, si sarebbe avuto il rapporto di Alexis de Tocqueville riguardante un suo viaggio ufficiale negli Stati Uniti, nel quale venivano sottolineati elementi positivi, quali l’assenza di privilegi e la tendenza all’eguaglianza giuridica, ma anche problemi riguardanti ogni democrazia, come il pericolo di una “tirannide della maggioranza”. Emergeva anche un differente percorso delle due rivoluzioni: l’americana e la francese. I limiti temporali e spaziali del percorso di Tocqueville non avevano consentito un approfondimento sul problema della schiavitù. Ma tale problema non era affatto irrilevante per l’autore de La democrazia in America e sarebbe stato presto oggetto di un confronto polemico con De Gobineau, notoriamente autore di teorie a difesa dello schiavismo e della discriminazione razziale (com’è noto, l’opera di Tocqueville sarebbe stata poi riletta criticamente al di qua dell’Atlantico da J.S. Mill e da Harriet Martineau).

Quanto ai primi decenni del secolo XX, possiamo ricordare che quella parte della cultura europea cui si è accennato con riferimento a Spengler, vedeva in atto un contraddittorio percorso della potenza americana. Che era, tra l’altro, ritenuta la patria di processi temibilmente inarrestabili: come il “macchinismo”, il progredire puramente tecnico dello sviluppo; o come (ben prima del crollo di Wall Street) i trascinanti vortici dell’alta finanza. In seguito si sarebbe varie volte ripresentato in Europa, sotto forme diverse, l’antiamericanismo di cui si è detto: posizione caratterizzante in modo particolare la cosiddetta “rivoluzione conservatrice”, che esaltava gli “alti valori” della Kultur contrapponendoli al “materialismo tecnico” della Zivilisation. Comunque, lungo il secolo ventesimo, considerando a parte i tempi della seconda Guerra Mondiale, numerosi e mutevoli furono i rapporti fra il mondo politico-culturale europeo e quello americano. E un caso particolare può considerarsi quello dell’Italia, per ragioni molteplici e ben note. Con l’avvento dei fascismi, il primato socio-economico americano fu in vario modo riconsiderato e discusso. Scrivendo in carcere, Gramsci pensava alla combinazione di americanismo e fordismo quale punta più avanzata nello sviluppo del modo di produzione capitalistico: la soglia del suo possibile superamento. Mentre le critiche degli intellettuali di regime ponevano in risalto il carattere instabile e contraddittorio della vita pubblica e degli equilibri sociali negli Stati Uniti; e l’emergere frequente, spesso violento, di contrasti etnici e di scontri tra le classi. Non dovremmo peraltro dimenticare quanto le varie forme di tale conflittualità abbiano rappresentato, anche un oggetto di interesse, un punto di riferimento per diverse correnti di pensiero critico europeo. Ciò avvenne ad esempio in Italia, soprattutto nel mondo letterario, durante il tempo della dittatura e in violazione della censura. Molte sarebbero state in seguito le riflessioni a questo proposito, sottolineanti l’impegno di Pintor, ad esempio, o quello di Pavese. Ma il caso più rilevante è quello dell’antologia Americana curata da Elio Vittorini, che notoriamente incontrò enormi difficoltà con la censura.

Comunque in tutta Europa, anche dove imperavano le dittature, penetrava e si diffondeva un’influenza culturale americana in vari settori della società: la moda, la pubblicità, il cinema. E anche la musica diffusa attraverso il supporto discografico; dove, insieme a prodotti d’intrattenimento, emergevano alcuni capolavori della musica jazz. Per quanto riguarda l’Italia, la cultura ufficiale nelle sue forme istituzionali, aveva tentato di prendere le distanze, come si è visto, da quella d’oltre Atlantico. Non erano tuttavia mancati, specie negli Anni Trenta, momenti in cui sembravano prospettarsi relazioni di vario tipo tra il regime fascista e parte della politica americana. Un punto, questo, che è merito di Gian Giacomo Migone aver messo in luce, evidenziando ad esempio l’interesse di importati politici statunitensi per l’esperimento corporativo. Sappiamo d’altra parte che in America lo scontro fra le classi, seppure durissimo in alcuni momenti, non avrebbe trovato espressione piena in un partito socialista organizzato e unificante. Ciò era stato osservato, ai primi del Novecento, da Werner Sombart (Perché negli Stati Uniti non c’è il socialismo?, 1906), che attribuiva tale assenza a peculiarità quali la configurazione del sistema politico e la presenza della immensa “frontiera”. A controbilanciare in parte tale giudizio, l’analisi di Sombart si concludeva con la prospettiva di un possibile prossimo svilupparsi di un nuovo indirizzo politico. In effetti, già era stato fondato nel 1901 un pur ristretto Socialist Party, cui sarebbe seguito il ben più ampio movimento sindacale IWW e nel corso del tempo altre numerose sigle, quali l’AFL e la CIO, destinate notoriamente a fondersi e prive di un orizzonte politico definito.

Per il confronto storico-politico nordatlantico da cui partivamo, ma in specie per quello ormai più che secolare tra la cultura europea (in specie quella tedesca) e le innovanti trasformazioni del Nuovo Continente, la vicenda di Sombart può considerarsi meritevole di attenta osservazione. Inizialmente considerato un interprete acuto e rigoroso del verbo marxiano, egli avrebbe in seguito percorso strade devianti e tortuose, teorizzando un socialismo “prussiano” e contribuendo alla formazione di quella corrente di pensiero sopra menzionata con riferimento a Spengler: la “rivoluzione conservatrice”. Non lontana, almeno inizialmente, dalle distorsioni politico-culturali della sopraggiungente dittatura.

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