Sinistra e socialdemocrazia in Svezia. Intervista ad Ali Esbati

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Ali Esbati, parlamentare del Partito della sinistra svedese (Vänsterpartiet), è nato nel 1976 a Teheran; nel 1986 la sua famiglia si è trasferita in Svezia. È stato tra i fondatori, nel 2009, del think tank norvegese Manifest, legato al Partito rosso. Ha assistito al massacro di Anders Behring Breivik a Utøya; si è salvato per miracolo, nascondendosi nel bosco e sulla riva del lago. Durante il processo, Breivik ha indicato in sua moglie, la giornalista Marte Michelet, una nemica da colpire. Sul bilancio, individuale e collettivo, della strage Esbati ha pubblicato quest’anno il libro Si può sfuggire a un pazzo, ma non nascondersi da un’intera società. Utøya, 10 anni dopo.

Come giudichi l’epilogo della crisi di governo, innescata dalla decisione del tuo partito di ritirare la fiducia al Governo Löfven per impedire la liberalizzazione del mercato degli affitti? Siete stati accusati di essere irresponsabili, ma alla fine la liberalizzazione non è passata e la dipendenza del nuovo Governo Löfven dall’appoggio di due partiti del centrodestra, i Liberali e il Partito di centro, si è attenuata perché i Liberali si sono rifiutati di continuare a sostenerlo: una situazione che accresce i margini di contrattazione del tuo partito. Come sono cambiati i rapporti di forza tra sinistra e destra, ma anche all’interno della sinistra, cioè tra il tuo partito e i socialdemocratici?

Sarebbe più corretto dire che è stato il Governo stesso a provocare la crisi, nel momento in cui si è rifiutato di attenersi a ciò che il Partito della sinistra aveva chiesto fin dall’insediamento dell’esecutivo. Il Partito della sinistra si è semplicemente attenuto all’impegno che aveva preso quando ha dato il via libera al Governo Löfven. Si è visto chiaramente come la nostra condotta sia stata considerata netta e giusta, e pertanto meritevole di rispetto. Più in generale si può dire che è insostenibile costruire una maggioranza parlamentare che comprenda il Partito della sinistra, ma poi partire dal presupposto che le decisioni politiche si debbano basare sulla finzione che il Partito della sinistra – e i suoi elettori – non esistano. Credo sia importante che questa situazione sia stata illustrata concretamente. Il futuro ci dirà come cambieranno i rapporti di forza. Dipende da molti fattori: la mobilitazione intorno a questioni specifiche, le divisioni interne alla borghesia, il risultato delle elezioni politiche del 2022, e così via.

Ti giriamo la domanda che Channa Riedel ha sollevato in un articolo uscito su Arbetaren a giugno: che cosa comporta per il Partito della sinistra impadronirsi della retorica della folkhem (casa del popolo)? La vostra leader, Nooshi Dadgostar, nel dibattito parlamentare ha elogiato Tage Erlander (leader del partito socialdemocratico e primo ministro dal 1946 al 1969 e il contributo fondamentale dei socialdemocratici alla costruzione del “modello svedese”. Come si concilia questa eredità con la vostra dura critica del capitalismo e con i limiti “nativisti” dello stesso Welfare state, messi in luce da tempo da diversi studiosi? E come si ripercuote sulla vostra politica di alleanze, in particolare sui vostri rapporti con i Socialdemocratici, in vista dell’imminente dibattito sul bilancio e delle elezioni del prossimo anno?

I modelli nordici di Welfare, la cui costruzione porta l’impronta del movimento operaio, costituiscono per molti versi un esempio riuscito e progressivo di pianificazione sociale sotto il capitalismo. Ci sono state delle buone ragioni per tutta una serie di critiche da sinistra contro diversi elementi di questi modelli, ma nel complesso essi rappresentano, sotto aspetti decisivi, una sorta di riconoscimento di ciò che la lotta di classe ha prodotto in questi paesi. Sappiamo anche cosa succede quando questi sistemi vengono smantellati, come si è verificato gradualmente con l’avvento del neoliberalismo, e con particolare forza in Svezia, a partire dagli anni Novanta. Sono convinto che sia cruciale per la sinistra, se vuole avere un ruolo, partire da questa constatazione. Che ci sia tuttora un robusto sostegno popolare per i principi fondamentali del Welfare State è qualcosa da tenere in conto e su cui fare leva. La critica e l’azione anticapitalista non possono partire dalla “pura” teoria; piuttosto, devono poggiare sulla realtà concreta della società divisa in classi. In questo senso, fare presente il ruolo che il partito socialdemocratico ha svolto, ma non svolge più, può essere uno strumento retorico di rilievo. Se fosse l’unico argomento del Partito della sinistra, ovviamente sarebbe insufficiente, persino controproducente. Ma così non è. Gli sviluppi degli ultimi decenni hanno reso evidente come le componenti progressive del Welfare State siano possibili soltanto in presenza di una lotta di classe. Senza una continua, multiforme e organizzata lotta di classe la destra e gli interessi capitalistici subito guadagnano posizioni. Ci troviamo per giunta in una situazione in cui il neoliberalismo ha sbattuto la testa contro il muro e il capitale organizzato strizza l’occhio al populismo di destra e alla destra radicale autoritaria. Diventa allora prioritario salvaguardare e cercare di potenziare quei sistemi che possono riprodurre relazioni sociali di segno progressivo. Ciò detto, non è che la situazione sia semplice. Da un lato, è difficile vedere maggioranze parlamentari senza il partito socialdemocratico, quello che esiste nella realtà. Dall’altro, è chiaro che difficilmente questo partito può promuovere un maggior benessere sociale e una redistribuzione equa: al contrario, spesso li ostacola. È evidente come ciò crei una situazione complicata per la sinistra in senso ampio. È complicato prevedere che cosa succederà in autunno con il bilancio. È lo stesso Parlamento degli ultimi tre anni, nello stesso tempo è chiaro che il Partito della sinistra non può essere messo in una condizione in cui non può esercitare alcuna influenza. In una prospettiva un po’ più di lungo periodo ‒ le elezioni del 2022 e oltre ‒ è necessario che il Partito della sinistra svolga un ruolo più incisivo che non accontentarsi in Parlamento di “spostare a sinistra i socialdemocratici”.

Il Governo socialdemocratico danese ha deciso di negare di fatto il diritto di asilo per i migranti attraverso una sorta di esternalizzazione delle frontiere; quello svedese ha introdotto a luglio una nuova e più restrittiva legge sull’immigrazione. È possibile, dunque, tracciare un bilancio più complessivo della crisi della socialdemocrazia europea, che non risparmia quella nordica? E come dovrebbe muoversi la sinistra anticapitalista per sfruttare a suo vantaggio questa situazione?

La socialdemocrazia è indiscutibilmente in crisi da tempo. Nondimeno in Svezia i socialdemocratici sono stati in grado di rimanere al governo molto a lungo, anche perché – la metterei così – il sistema di welfare è stato così solido e popolare che ha alimentato valori progressisti in ampi settori della società. Anche il radicamento nel sindacato ha avuto il suo peso: vediamo che i partiti socialdemocratici che sono rapidamente collassati, ad esempio in Grecia e Francia, erano privi di questo stretto legame organico. Tuttavia il declino della salda socialdemocrazia nordica è stato lampante. La via che i socialdemocratici danesi hanno imboccato deve essere letta alla luce di un cambiamento di lungo termine dell’agenda politica danese e di un processo di ampia portata di normalizzazione di un linguaggio razzista, attivamente discriminante, nel discorso pubblico. L’idea di cercare di guadagnare terreno, sul piano della retorica ma in qualche misura anche su quello politico, rispolverando la coscienza di classe nelle politiche sociali (ma nello stesso tempo posizionandosi decisamente a destra nelle questioni che attengono i profughi, l’immigrazione e la “guerra di civiltà”) di per sé non è nuova. Pensiamo al tentativo fatto in Gran Bretagna sotto la targa del Blue Labour (Gruppo associato al Partito Laburista britannico che promuove idee conservatrici su questioni sociali e internazionali, tra cui l’immigrazione). Tuttavia i socialdemocratici danesi sono andati molto oltre e per giunta da una posizione di governo. Simili tendenze le ritroviamo anche tra i socialdemocratici svedesi, con forze al loro interno che vogliono spingersi ancora più in là. Credo sia palese come si tratti di una strada non solo pericolosa, ma anche destinata al fallimento. Non va bene individuare solo negli “altri” divisioni gerarchiche contrarie alla solidarietà fondate su etnia e “cultura”. Anche se può momentaneamente far guadagnare consensi, fa il gioco della destra. La sinistra deve lottare strenuamente per ricondurre quanto più possibile il dibattito politico e il conflitto alle questioni che attengono la vita materiale in senso lato: la distribuzione delle risorse, la progettazione del sistema di Welfare, le condizioni del mercato del lavoro. Questo non significa affatto rinunciare, o adeguarsi, alle “questioni di valore”. Ma occorre essere consapevoli che il populismo di destra ha come ragione di vita una rilettura fondata sulla dimensione etnica di tutte le tensioni che ci sono nella sfera socioeconomica, per spostare i conflitti sociali sul terreno “culturale” e emozionale.

Tu eri a Utøya il 22 luglio 2011; come sopravvissuto, cosa pensi del modo in cui quella tragedia è stata rappresentata in questi anni, a cominciare dal Partito laburista norvegese (Arbeiderpartiet)? Nel libro che hai recentemente pubblicato sul dopo-Utracconti di un clima sociale, in Norvegia come in Svezia, in cui elementi della visione del mondo di Breivik sono penetrati sempre di più nel dibattito mainstream: come se la strage non avesse insegnato nulla. Puoi spiegarci quali sono i segnali più preoccupanti di questa involuzione che descrivi?

Uno dei motivi principali per cui, poco dopo l’attentato terroristico, ho deciso di scrivere un libro – ci sono poi voluti dieci anni perché fosse pronto – è stato proprio il fatto che subito è partito un tiro alla fune sul modo in cui l’accaduto doveva essere raccontato e contestualizzato. Purtroppo è più la regola che non l’eccezione che del terrorismo di estrema destra si dia tendenzialmente, nel discorso pubblico dell’Occidente, un’immagine individualizzante e psicologizzata. Nel mio libro cerco di richiamare l’attenzione su questo. Un altro aspetto che analizzo nel libro è come certe formae mentis islamofobiche e identitarie e quelle che si potrebbe definire teorie complottiste si siano spostate da gruppi periferici di estrema destra al centro del dibattito politico. Penso ad esempio alle idee sulla “sostituzione di popolazione” che sarebbe in corso o sul marxismo culturale come élite che governerebbe il discorso pubblico, e così via. Idee che sono diffuse da affermati politici e commentatori. Non è un fenomeno limitato alla Norvegia e alla Svezia; è qualcosa che va di pari passo con una ristrutturazione dell’intero panorama politico, in cui assistiamo in primo luogo a una fusione o convergenza tra la destra tradizionale (quella conservatrice, talvolta liberale) e correnti e partiti populisti di destra o decisamente di estrema destra. Si può vedere in ciò una sorta di epilogo del dopoguerra, in cui le demarcazioni politiche che l’esito della guerra de facto tracciò nella politica dell’Europa occidentale si sgretolano.

Molt@ lavorator@, delusi tanto dal partito socialdemocratico quanto dal sindacato, ormai votano i Democratici di Svezia (Sverigedemokraterna), che a loro volta difendono il Welfare State n chiave nativista, per l’appunto: sì ai diritti sociali, ma solo per gli svedesi. Come vi muovete nei posti di lavoro, per contrastare la loro influenza? E come sono i vostri rapporti con il sindacato (la LO)?

È fondamentale rendersi conto che i Democratici di Svezia (in linea con la maggior parte dei partiti a loro affini) possono fingere di essere e apparire sostenitori dei diritti sociali – anche se puntano il dito contro gli immigrati in quanto minaccia al godimento di tali diritti da parte dei “nativi” – ma nella pratica hanno una politica economica inequivocabilmente di destra. I Democratici di Svezia hanno presentato un programma economico che va nella direzione auspicata dalle organizzazioni imprenditoriali e dai capitalisti. Tuttavia fanno in modo che non siano tali questioni a venire in primo piano, soprattutto quando si rapportano ai lavoratori iscritti alla LO. L’intervento del Partito della sinistra per contrastare l’influenza dei Democratici di Svezia nei luoghi di lavoro riguarda il tipo di conflitti politici che ho descritto prima. Consiste nel sottolineare la coincidenza di interessi e il bisogno di solidarietà. Ma si tratta anche di diventare un’alternativa attiva ai socialdemocratici, quando essi sono associati, con buone ragioni, alla sensazione di essere stati traditi o abbandonati dalla “politica” / stato. La LO come organizzazione a livello centrale continua a essere totalmente dominata dal partito socialdemocratico. Ma lo scopo del Partito della sinistra non è quello di fare sì che la LO recida il legame con i socialdemocratici. Nello stesso tempo, è essenziale che gli iscritti del Partito della sinistra che sono attivi nel sindacato abbiano il posto che meritano. Quando si discute il successo dei Democratici di Svezia nel collettivo della LO, non bisogna dimenticare che esistono grandi differenze tra le diverse federazioni. In quelli del settore privato a dominanza maschile – e in particolare i gruppi che sono stati molto colpiti dalla concorrenza dei bassi salari e dal social dumping – si è assistito a una sensibile crescita delle simpatie per i Democratici di Svezia. Nelle federazioni a dominanza femminile, soprattutto quelle dei dipendenti del settore pubblico, la situazione è diversa. Anche per il fatto che lì il Partito della sinistra è decisamente più forte.

Visto che fai parte della Commissione lavoro del Parlamento, ancora una domanda sul mercato del lavoro, per chiudere. In sede europea da tempo si discute di salario minimo. Un recente studio denominato “Reallocation effects of the minimum wage” e pubblicato dalla Oxford University Press per conto del dipartimento di economia dell’Università di Harvard certifica gli effetti della legge sul salario minimo introdotta in Germania nel 2015. La conclusione è che non solo si sono salvati posti di lavoro, ma sono aumentate le buste paga. In Italia il dibattito langue; puoi darci una tua valutazione su questo dibattito europeo, inserendola nel contesto svedese e le sue tradizioni di contrattazione collettiva?

Bisogna ricordarsi che i punti di partenza sono sensibilmente diversi. Nei paesi scandinavi l’introduzione del salario minimo per effetto di una normativa UE potrebbe risultare devastante sia per i livelli salariali che per la forza contrattuale del sindacato. Il rischio che in linea di principio vedono tutti gli attori sindacali in Svezia (e in Danimarca) è che il salario minimo funzioni di fatto come un tetto, anziché una base, di regolazione per vasti settori con una condizione di bassi salari. Per quanto riguarda la Germania, non bisogna dimenticare che i salari minimi sono stati introdotti dopo alcuni anni di decisa e catastrofica compressione dei salari più bassi da parte dello Stato (Hartz IV: forse la più importante delle quattro leggi di riforma del lavoro varate in Germania tra il 2003 e il 2005 per ridurre e razionalizzare le prestazioni di welfare ai disoccupati). In Svezia non siamo ancora a questo punto. Ciò non significa che io non comprenda o non simpatizzi con la necessità di tali regole in altri paesi, dove i presupposti e il modello di determinazione dei salari sono differenti, come ad esempio in Italia. Ciò che conta è che la normativa UE non imponga a Svezia e Danimarca l’adozione di un sistema salariale di fatto diverso.

L’articolo è pubblicato anche su Trasform-Italia (https://transform-italia.it/intervista-ad-ali-esbati/)

La traduzione dallo e in svedese è di Monica Quirico 

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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