Afghanistan: la normalità e le bugie

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Lo scenario generale

Difficile pretendere di aggiungere qualcosa alle tantissime reazioni – di emozione, di condanna, di preoccupazione, di proposte di interventi politici, umanitari, di assistenza, di previsioni su che cosa succederà, di analisi sulle cause e gli attori globali e regionali – che stanno accompagnando il ritorno dei Talebani come protagonisti (i “cattivi”? gli interlocutori obbligati? i terroristi intollerabili?…) dello scenario afgano. La cosa che più colpisce è la sproporzione tra l’intensità degli eventi, delle sofferenze, della tragicità umana di quanto sta succedendo, e la “sorpresa” con la quale si reagisce a livello istituzionale e politico: lasciando all’umanitario la formulazione di risposte che si facciano carico della vita e del futuro delle persone-popolazioni coinvolte. Quasi ci si trovasse di fronte a un evento ignoto, imprevisto e imprevedibile, scoppiato tra le mani senza cause precise, e tali da poter permettere giudizi ed interventi mirati.

Di fatto il tragico “caos” afgano deve essere preso, anzitutto e a fondo, come il prodotto non solo prevedibile, ma obbligato – per tempi, violenza, protagonisti –, di politiche che hanno come comune denominatore (specie per quell’area del mondo e con un crescendo ininterrotto negli anni, che in questo secolo hanno visto la legittimazione-promozione della guerra come strumento di democrazia e componente strutturale dell’economia globale) un dogma indiscutibile, che si esprime in tre principi fondamentali:

  1. i popoli non esistono come soggetti di diritti collettivi, e tanto meno individuali: sono abitanti “storici” di territori che, in modo differenziato ma senza discontinuità sostanziale, sono stati considerati dai tanti poteri imperali che si sono succeduti dopo la divisione arbitraria di tutta la regione con gli accordi di Balfour, un laboratorio sperimentale di strategie mirate a garantire il massimo di estrazione di petrolio e di gas, avendo come interlocutori governi di qualsiasi tipo, purché alleati conniventi e senza pretese di autonomia, e tanto meno di democrazia;
  2. il terrorismo è, negli ultimi due decenni, lo strumento-travestimento perfetto per giustificare e promuovere guerre economico-militari che non hanno più bisogno di essere dichiarate, e che hanno trovato-creato nelle appartenenze religiose un efficientissimo sostituto delle ideologie (antiche e scadute) della guerra fredda: un complemento ideale per la creazione del mito-realtà di nemici (interni ed esterni) a disposizione di dittature o monarchie che usano con la stessa disinvoltura scuole-teologie-immaginari-culture repressive dei diritti civili (e soprattutto dell’universo femminile) e gli strumenti della finanza più moderna, ben addentro anche ai mercati illegali e criminali;
  3. in questo quadro l’Occidente (nella sua versione USA+UE con una dominanza NATO, e con delega di leadership agli USA) si muove come un promotore arrogante e incompetente di caos: l’11 settembre rappresenta una tappa fondamentale di cristallizzazione del ruolo USA (già emerso con la prima guerra del Golfo) da sempre invocato dagli alleati chiave Israele e Arabia Saudita. L’UE, pur estesa in termini di Stati, ha continuato ad essere politicamente assente salvo che come parte della NATO, e attiva prevalentemente con le proprie multinazionali dell’energia; mentre le recenti evoluzioni politiche e militari della Russia e della Turchia (con, sullo sfondo, una Cina sempre più vicina) hanno ulteriormente complicato la situazione includendovi pesantemente Libia ed Egitto.

All’incrocio di questi scenari, i popoli – le persone reali, le identità profondamente differenziate, le lotte, le primavere, i sogni antichi e nuovissimi di autonomia delle popolazioni di questa regione – si sono sempre più trovati ad essere realtà “usa e getta”, da comprare, vendere, scambiare, secondo l’andamento delle alleanze e dei poteri. È lunga la lista dei popoli vittime di questo mercato, passato anche per le cronache mainstream ma solo per dire che da quella regione potevano arrivare problemi e non per ricordare che su quelle popolazioni-culture-storie si continuavano gli esperimenti di antichi o nuovi interessi e poteri. Palestinesi, “arabi”, kurdi (quanti, di quali paesi?), siriani, libanesi, yemeniti, azeri…: con nomi propri, e geolocalizzazioni collegate con storie, vita, o con cronache di bombardamenti, migrazioni, fame etc. Via via mescolati con nomi di “movimenti” o “fenomeni” o “entità” più o meno appartenenti all’universo di un terrorismo senza patria o territorio, ma estremamente potente, ricco, mobile, con volti e nomi variabili: “islamico” era l’aggettivo che valeva la pena aggiungere ogni tanto per dare l’idea che c’era qualcosa di specificamente anti-occidentale (Isis, Califfato, Al-Qaeda…).

E sempre lasciando sullo sfondo (salvo alcuni rapporti specialistici, o cronache-scoop) una presenza molto imbarazzante e importante per composizione, finanziamenti certi e misteriosi, trasversalità, sapore di avventura: quella dei contractors (meglio descritta nei film, per darne un senso di irrealtà, evocante gli antichi mercenari o le legioni straniere), espressione perfetta, sofisticata, criminale di un mercato globale che ha bisogno di violenza senza limiti, tecnologicamente avanzatissima, al servizio del compratore più competitivo, più o meno mascherato con ideologie ad alto impatto di immaginario e di crudeltà concreta, quanto più possibile invisibile, o meglio non raccontabile, perché non certo edificante come espressione dì civiltà.

Un evento atteso

In questi giorni è stata la volta dell’Afghanistan: impressionante più per quanto succede o perché uno dei protagonisti maggiori (dotato di un antico, insindacabile prestigio di democrazia, potenza, saggezza) è più direttamente coinvolto, in modo imbarazzante tanto sono chiare le bugie e i “non-sapevo”?

La preoccupazione e la mobilitazione della “società civile” prevalentemente occidentale riflettono senza dubbio il dramma che sta dietro le immagini che riassumono, nelle folle attorno all’aeroporto di Kabul, la disperazione-nostalgia di vita di tutto un popolo. Ma quanto è lunga la collezione di immagini che nei vent’anni della guerra-per-la-pace degli americani, e nostra, si sono accumulate dall’Afghanistan: dai migranti di quel paese (e di altri vicini) che hanno prodotto milioni di profughi – non verso paradisi protetti, ma molto spesso verso campi di concentramento – e centinaia di migliaia di morti, scomparsi nell’anonimato tragico e ipocrita della cronaca che registrava come “errori” o effetti indesiderati di una medicina amara come la democrazia i bombardamenti e le mutilazioni di ogni tipo delle popolazioni civili? Storie note, quotidiane: coerenti con la loro caratteristica di rendicontazione dei costi della democrazia-merce gestita dai tanti “talebani”, non barbuti né coranici (ma americani, europei, italiani, ben convinti della loro missione e sempre attivi), che avevano il controllo del territorio e l’esclusiva dell’indottrinamento alla civiltà occidentale. È bastata una settimana per far crollare il sogno e trasformare l’aeroporto di Kabul nel simbolo esemplare del diritto negato di fuga da una delle tante guerre cui è impossibile dare nomi che “giustifichino” una evacuazione. E vent’anni di “promozione democratica” lasciano spazio per il diritto alla scelta della fuga-vita solo per chi “ha collaborato” con coloro che hanno speso trilioni di dollari (così dicono i conti ufficiali) per armare e istruire a combattere, e hanno dato briciole (così dicono sempre i rapporti ufficiali) per sostenere una società ai suoi primi esperimenti di democrazia, e preda facile e prevista della “normalità” della più profonda corruzione.

La gravità della normalità

La normalità della tragedia afgana non ne diminuisce il peso o la gravità umana: ne sottolinea anzi ancor di più il significato di “realtà sentinella”. Qualcosa che riassume l’intreccio difficile di tanti fattori eterogenei e rimanda alle cause e alla comprensione. L’oggi dell’Afghanistan è il prodotto locale-regionale – programmato, ripetitivo, de-localizzato nelle più diverse aree geopolitiche e per le più diverse ragioni – di processi caratterizzati da due aspetti complementari con pari evidenza: a una crudeltà violenta che tocca la vita, di oggi e del futuro, di interi popoli risponde la assenza-impotenza-incapacità-non volontà di interventi efficaci e trasparenti dei poteri che sono in gioco.

In questi giorni, il 25 agosto, si è ricordato nel mondo (anche sui grandi giornali statunitensi, o inglesi, non mi pare in Italia) il quarto anniversario del genocidio dei Rohingyas in un paese come il Myanmar: la storia è uguale. Più lontana. Ragioni uguali. Interessi militari economici travestiti anche di sfumature religiose. Attori diversi. Da anni il “processo genocida” dichiarato tale dal Tribunale Permanente dei Popoli per la prima volta immediatamente dopo il suo inizio ufficiale nel 2017 è riconosciuto dalla “comunità internazionale civile” mentre la comunità degli Stati esita. Non sa che fare senza chiamare per nome i nomi e le responsabilità. Senza riconoscere le proprie connivenze. Il genocidio continua. Non ha senso classificare-confrontare i genocidi in termini quantitativi. Tanti morti, rifugiati, orfani… Li accomuna sempre più frequentemente la loro prevedibilità: e il crimine del silenzio-assenza-connivenza della comunità internazionale. In Myanmar sarebbe semplice una risposta: basterebbe (lo hanno detto in tanti) un embargo serio contro il regime militare e il sostegno al processo democratico di opposizione. Che cosa serve, ora, domani, dopodomani, in Afghanistan?

Una mappa di situazioni che rimandano, nei modi più diversi, alla situazione afgana, darebbe un’immagine del mondo globale molto più vera di quella della storia che cercano di raccontare i governi, che siano i G7 o i G20. Non è qui il momento ne lo spazio per dettagliare.

Ma è possibile una piccola, diversa, non banale nota sulle strategie di de-localizzazione dei diritti dei popoli, cioè sulla loro trasformazione da valori inviolabili in oggetto di scambi mercantili, nel quotidiano che fa meno rumore della “fuga da Kabul”, ma concorre a creare una cultura che fa dei diritti dei popoli un argomento di sorpresa, scandalo, emozione in attesa di un prossimo “episodio”. È normale il lavoro in schiavitù chiamato “forza lavoro”: quello dei profughi pakistani in un’industria del Nord Italia che stampa materiale democratico o delle vittime degli eterni, intoccabili caporali del nostro Sud, o Nord, o Centro; o quello delle donne nelle industrie tessili dell’Asia; o quello del Brasile; o dell’India; o dei tanti migranti di tutto il mondo che sopravvivono ai deserti, ai muri, ai mari e le cui storie assomigliano spesso a quelle che attendono, quale che sia l’esito, coloro che non sono riusciti a trovare posto in ponti aerei da Kabul (soprattutto le donne che hanno prodotto esempi incredibili di autonomia, civiltà, democrazia, e che ora più sono in pericolo). È questa la “normalità” che viviamo, in un tempo che la pandemia ha reso ancor più diseguale, critico, competitivo. Quanti sono i morti per il ritardo della sospensione dei brevetti per i vaccini – cioè del riconoscimento dei diritti dei popoli alla vita – che ormai è uno scandalo universalmente noto, e rispetto a cui le raccomandazioni sono infinite e l’UE si distingue perfino dagli USA per la sua politica di chiusura?

C’è un futuro per la normalità?

La chiave del caos-dramma afgano è molto ben riassunta nella banalità molto concreta dell’affermazione di Biden: «In Afghanistan non c’eravamo per un progetto: eravamo lì per fare i nostri affari». La verità, che è la prima vittima della guerra, può essere detta a guerra finita. E che questa verità includa anche le guerre precedenti con la verità da tempo rivelata sulle bugie delle “armi di distruzione di massa” è ovvio, ma non importa qui. Ci viene detto che tutto quanto è successo era una messa in scena: per garantire un’apparente prestigiosa reazione a un affronto come quello dell’11 settembre; per assicurare un mercato fiorente di armi tanto importante per PIL e indicatori simili; per mantenere, nella sconfitta, ovvia ma chiamata con un altro nome, un ruolo da protagonisti; per mettere in evidenza la stupida sudditanza delle nazioni NATO a un ordine imperiale in piena decadenza. Una lettura più articolata, da grandissimo giornalista, l’ha data il 25 agosto, John Pilger in «The great game of smashing countries» («Il grande gioco di distruggere i paesi») (https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-john_pilger_il_grande_gioco_di_distruggere_i_paesi/39602_42791/)

I “talebani” (marchio di fabbrica ormai entrato nell’immaginario visivo e mentale del chiacchiericcio internazionale: vista la complessità molto poco conosciuta della loro storia internazionale, politica, molto più che dottrinale-coranica) corrispondono certo a una realtà drammaticamente minacciosa dal punto di vista del rispetto dei diritti umani e degli indicatori di democrazia. La loro interpretazione del patriarcato in termini di violenza esplicita, non riconoscimento dei diritti delle donne è senz’altro uno degli elementi più preoccupanti (come, del resto, in altri Paesi dell’area – dalla Turchia all’Arabia Saudita, alla Siria, alla Libia… – che l’Occidente non solo riconosce, ma onora e finanzia).

Se la guerra, nei termini che si sono ricordati, rimane la “normalità”, il futuro non potrà essere che la continuazione di narrazioni bugiarde da parte degli Stati, con esercizi più o meno credibili di aiuti umanitari, per chi sta in Afghanistan, e per chi tenterà di andarsene. Le prove di interesse dimostrate finora in Europa, e in Italia, confermano che i “muri”, fisici, burocratici, politici, economici rimangono la regola. L’emozione per la vita o la morte, la dignità e la libertà, i bambini e le donne, il presente dei giovani e il futuro delle generazioni, dell’Afghanistan e dei paesi coinvolti non intacca la solidità del dogma da cui si è partiti: i popoli, le vite individuai e collettive sono variabili dipendenti dalle bugie interessate degli Stati.

La “realtà sentinella” che si sta vivendo in Afghanistan è un promemoria. La presenza italiana indipendente di Gino Strada e di gruppi collaborativi con la resistenza-ribellione-sperimentazione delle donne ha avuto un ruolo importante, concretamente e simbolicamente, nel garantire e ancor più far sognare diritti. È un primo test di futuro. È pensabile un ruolo propositivo di grande politica estera nella Regione da parte dell’Italia? Tutto dice che è obbligatorio dubitarne. Sarà importante-necessario fare del popolo afgano, tutto, un indicatore privilegiato della capacità non di esportare-importare, ma di costruire-sperimentare democrazia a partire dai diritti di dignità e vita dei popoli e degli individui, e non dagli s-quilibri globali.

Gianni Tognoni

Gianni Tognoni, medico, è esperto di epidemiologia clinica e comunitaria. E' stato direttore del Consorzio Negri Sud. Attualmente opera nel Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza-Urgenza , Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. E' presidente delComitato Etico, Università Bicocca, Milano.

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