L’Etiopia brucia

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Sono ormai quasi dieci i mesi che vedono il Tigray teatro di guerra e questo nonostante il cessate il fuoco unilaterale dichiarato dal Primo ministro federale etiope Abiy Ahmed a fine giugno allo scopo ufficiale di consentire ai contadini di sfruttare la stagione delle piogge per le semine. Secondo il TPLF (partito maggioritario del Tigray) invece, tale tregua è frutto della vittoriosa resistenza militare delle milizie del Tigray, culminata il 28 giugno nella riconquista di Mekalle, capitale della regione, e nel conseguente ripristino del governo regionale eletto nel settembre 2020, mentre quello nominato a inizio novembre da Addis Abeba si è ritirato insieme alle truppe federali.

Il Governo federale etiope ha sempre presentato questo conflitto, iniziato il 4 novembre scorso, come un’operazione interna di ordine pubblico tesa ad assicurare alla giustizia la leadership del TPLF, ritenuto colpevole di attentare all’unità dell’Etiopia. È per questo motivo che il Primo ministro ha rifiutato qualsiasi mediazione internazionale, a partire da quella iniziale dell’Unione Africana. Ma la vera natura di questo conflitto si è mostrata sin da subito: guerra civile, in quanto si fronteggiano truppe federali etiopi insieme a reparti amhara contro truppe tigrine e resistenti del TPLF (tutti ugualmente etiopi), e guerra internazionale per la presenza di militari eritrei (negata da Addis Abeba fino allo scorso aprile) e, in misura minore, somali. La responsabilità dell’avvio del conflitto è stata addossata alle truppe tigrine, accusate dal Governo etiope di aver attaccato il comando dei reparti federali stanziati in una base a pochi km da Mekalle, episodio sempre smentito dal Governo regionale tigrino. L’occupazione del Tigray è stata rapida: il Paese è stato accerchiato e invaso a nord dagli eritrei, a sud-est e a sud-ovest dalle truppe federali etiopi e dalle milizie amhara tanto da far annunciare, a fine novembre, dal Primo ministro etiope Abiy la fine delle “operazioni di polizia”. In realtà la resistenza agli occupanti si è trasferita dalle città e dai villaggi alle montagne di cui è ricco quel territorio. Qui le milizie tigrine, a cui si sono uniti numerosi giovani resistenti, si sono riorganizzate e hanno avviato una campagna di conquista territoriale obbligando infine il Governo federale alla ritirata, mascherata da un “cessate il fuoco unilaterale” per motivi umanitari. Il bilancio dei primi sei mesi di guerra è terribile: oltre 50mila morti, 75mila profughi fuggiti in Sudan, circa 2 milioni di sfollati interni, 4,5 milioni di persone che non hanno di che vivere, distruzioni enormi, stupri e fame usati come “armi” per piegare la resistenza della popolazione. Questa la sintesi degli ultimi mesi.

Tuttavia le cause di questo conflitto sono molteplici e più remote. Innanzitutto la tensione tra Governo centrale e Governo regionale aveva avuto un’infiammata quando il primo aveva annullato, ufficialmente a causa del Covid, le elezioni politiche e amministrative previste in Etiopia nel settembre 2020, elezioni invece confermate in Tigray dal Governo regionale guidato dal TPLF, che aveva giudicato il rinvio un pretesto utilizzato dal Primo Ministro per consolidare ulteriormente il proprio partito (il Prosperity Party) in vista delle elezioni generali in modo da consentire una sua maggiore organizzazione e presenza in tutti i dieci stati regionali che compongono lo Stato federale dell’Etiopia. Per questo motivo il TPLF aveva deciso autonomamente di tenere le elezioni in Tigray dove è risultato poi vincitore in modo quasi plebiscitario. Ovviamente queste elezioni sono state lette dal Governo federale come un disconoscimento della sua autorità e come l’avvio di un processo di disgregazione territoriale.

Andando ancora più a ritroso nel tempo è utile ricordare come le tensioni si fossero acuite nel 2018 con la nomina (non elezione) a primo ministro di Abiy Ahmed, dopo le dimissioni del precedente premier Desalegn Hailemariam e con il proseguimento dell’opera di allontanamento dalle posizioni di potere di politici, funzionari e militari di origine tigrina. Nell’ottobre del 2018, eravamo presenti con un nostro progetto ad Adwa, e per la prima volta abbiamo assistito a imponenti e partecipate manifestazioni che chiedevano al Governo federale rispetto e protezione per i tanti tigrini presenti in Addis Abeba, Oromia e Amhara, fatti oggetto di intimidazioni, discriminazioni, violenze. Molti ci avevano parlato dell’intenzione di famigliari e amici di rientrare in Tigray perché l’atmosfera si era fatta pesante nelle altre aree del Paese in cui risiedevano e lavoravano da tempo. Senza contare che proprio in quei giorni, politici e militari tigrini del TPLF, di lunga esperienza, erano stati estromessi dalle loro cariche suscitando proteste in tutto il Tigray. Va ricordato che il TPLF e i tigrini avevano svolto un ruolo di primo piano nella lotta contro il dittatore Menghistu tanto che il Governo insediatosi dopo la sua cacciata, come quelli dei successivi trent’anni, avevano visto sempre una forte presenza tigrina che si era riverberata anche nell’amministrazione pubblica.

Qui ci avviciniamo agli altri motivi di questo conflitto. Nel 2018 la scelta di Abiy (di etnia oromo e amhara) come Primo ministro da parte del Parlamento probabilmente doveva servire a ridurre la conflittualità, soprattutto di Oromo e Amhara, contro il Governo federale con tutta la sua scia di disordini, arresti, uccisioni. Le aperture di Abiy nei confronti degli oppositori avevano coinciso tuttavia con lo smantellamento del Fronte Democratico Rivoluzionario del popolo etiope (EPRDF), la coalizione su base etnico-regionale a prevalenza tigrina, che era nata dalla resistenza al regime di Menghistu, e che aveva governato fino al 2018. Al suo posto Abiy ha cominciato a lavorare per un nuovo partito, il Partito della prosperità, invitando i partiti presenti nel Fronte Democratico, e non solo, a unirsi in una visione non più etnocentrica, ma accentratrice. E qui arriviamo all’ulteriore terreno di scontro tra l’attuale Primo ministro e gli esponenti del Tigray: la differente concezione dello Stato etiope, centralizzato per Abiy, guidato da un partito formalmente non a base etnica, il suo Partito della prosperità (Prosperity Party) contrapposta alla visione dei tigrini, federale, su base etnica e con la possibilità, prevista nella Costituzione, di autodeterminarsi fino alla separazione. Grazie ad alcune aperture e riforme nonché a riconoscimenti ottenuti anche in campo internazionale, il progetto di Abiy ha avuto spazio tanto che i principali partiti etnici “si sono sciolti” nel suo Partito della prosperità. Non lo ha fatto il TPLF tigrino i cui esponenti sono stati allontanati dal governo avviando così la crisi sfociata nella guerra iniziata nel novembre scorso. Le elezioni, dapprima rinviate e tenutesi quest’anno, hanno visto poi l’affermazione del Prosperity party di Abiy che ha ottenuto a luglio 421 seggi su 436 (da precisare che per motivi di sicurezza non si è votato in Tigray, in una parte dell’Oromia, nel Benishangul e in alcune aree del Sud).

Ma perché questa guerra da civile è diventata anche internazionale? Come dicono alcuni osservatori, una volta entrato in rotta di collisione con il TPLF, Abiy ha trovato un “alleato naturale” nella dittatura eritrea di Isaias Afewerki, che da sempre considera il TPLF il suo principale nemico, anche a causa della guerra costata alle due parti circa 100mila morti tra il 1998 e il 2000, guerra lasciata in sospeso fino all’accordo promosso da Abiy nel giugno-luglio 2018. Come dice Emilio Drudi, membro del Comitato Nuovi Desaparecidos: «Si sono fusi, in sostanza, grossi interessi convergenti: l’eliminazione del principale ostacolo interno per Abiy; la rivalsa contro il “nemico di sempre” per Isaias Afewerki, probabilmente con l’idea di poter così giocare un ruolo diverso nel Corno d’Africa, a livello internazionale, forte anche dell’apertura di credito concessa da varie cancellerie occidentali al suo regime dopo la pace con Addis Abeba. L’attacco tigrino al comando militare settentrionale dell’esercito federale appare, dunque, solo come “il pretesto”: la guerra contro il Tigrai era già nell’aria da tempo, e molti oppositori della dittatura eritrea, anzi, ritengono che la strategia sia stata impostata nei primi mesi dopo la firma di pace tra Addis Abeba e Asmara. Circola con insistenza, in particolare, la voce del disegno (forse concordato fin dall’estate 2018) di ristabilire una federazione Etiopia-Eritrea come prima della lunga guerra di indipendenza (1961-1991). In sostanza, il progetto di uno stato federale unico, guidato da Abiy e Afewerki, che per essere realizzato richiederebbe la rimozione del TPLF, sicuramente contrario e in grado di creare grossi ostacoli come partito leader di un Tigrai forte e autonomo. E forse proprio questo convergere di interessi a “cancellare il principale nemico comune” potrebbe spiegare, almeno in parte, la ferocia con cui è stata condotta la guerra”.

Tornando alla stretta attualità, il cessate il fuoco di Abiy ha coinciso di fatto con la messa in stato d’assedio dell’intero Tigray: infatti, durante la ritirata, tre ponti strategici sul fiume Tekezè sono stati fatti saltare dalle truppe federali e dai loro alleati per rallentare l’avanzata delle forze tigrine e il collegamento con il Sudan, compromettendo in tal modo anche l’agibilità degli aiuti umanitari via terra. Le comunicazioni telefoniche e internet sono a singhiozzo. Acqua ed elettricità scarseggiano. I rifornimenti, alimentari e no, da altre aree dell’Etiopia, che già giungevano con difficoltà prima dello scoppio del conflitto, ora non arrivano del tutto. Nelle zone rurali le sementi sono andate perdute durante l’occupazione delle forze federali e dei loro alleati, eritrei in primo luogo, che hanno distrutto e saccheggiato campi, villaggi e magazzini. Molti terreni poi sono stati abbandonati da una popolazione in fuga dalla guerra (circa due milioni e mezzo) e ancora timorosa di tornare nelle proprie case. Se a questo si aggiunge l’impedimento di fatto agli aiuti internazionali e alle ONG di entrare in Tigray, si capisce perché le forze resistenti stiano proseguendo la loro avanzata ben aldilà dei territori prima occupati dai federali e dai loro alleati. È notizia delle ultime settimane la conquista della città sacra di Lalibela, patrimonio Unesco, in piena regione Amhara, come del tentativo, in territorio Afar, di raggiungere e bloccare la linea ferroviaria che garantisce il collegamento di Addis Abeba con Gibuti e quindi il mare. L’obiettivo dichiarato delle forze tigrine è quello di mettersi a un possibile tavolo di trattativa con il Governo federale da una posizione di forza. Tra le loro richieste l’istituzione di un’indagine indipendente sulle atrocità commesse nel Tigray, il ritiro delle truppe eritree e delle milizie Amhara (alleate di Asmara e Addis Abeba), l’accesso incondizionato agli aiuti umanitari nella regione e la piena fornitura di servizi essenziali come elettricità, telecomunicazioni, banche, sanità e istruzione.

Tuttavia non lasciano spazio alla speranza in una ricomposizione del conflitto né la chiamata alle armi di giovani volontari in diversi stati regionali come Amhara, Oromia, Sidama, Somali e Benishangul-Gumuz, con l’invito a unirsi alle forze regolari e speciali federali né le dichiarazioni di Abiy Ahmed che recentemente e in occasione del Nelson Mandela Day (18 luglio scorso) ha definito i combattenti tigrini «erbacce da estirpare» proseguendo con parole non degne di uno statista che abbia a cuore il destino di tutto il suo popolo, tanto meno di un Nobel per la Pace: «Il nemico che abbiamo di fronte è il cancro dell’Etiopia. […] Satana [il TPLF] sarà presto fatto a pezzi e la giunta [del TPLF] verrà sradicata perché non ricresca. Questo accadrà se tutti lavoriamo duramente per liberarcene». Considerato che Abiy Ahmed è stato insignito nel 2019 del premio Nobel per la pace proprio per gli accordi che hanno concluso il conflitto con l’Eritrea è difficile non essere d’accordo con Domenico Quirico che in un caustico articolo del 13 novembre 2020 afferma: «Il Nobel della pace bisognerebbe concederlo solo ai morti, alla memoria, dopo aver completato meticolosi conti di una vita».

Se questo è il clima che si va alimentando sarà ben difficile che a settembre, allo scadere della tregua, si eviti la ripresa del conflitto guerreggiato. Pertanto le sofferenze del popolo tigrino continueranno. Le notizie da noi raccolte in questi mesi dai tanti collaboratori e amici di Adwa, dove operiamo, continuano a trovare conferma negli articoli e nei servizi che mass media nazionali e internazionali riportano, anche se con il contagocce (specie da quando la crisi afghana ha monopolizzato l’attenzione). Sono notizie che sembrano dimostrare l’intento del Governo federale di andare nella direzione di una sistematica e voluta eliminazione della popolazione tigrina, non solo della sua dirigenza (TPLF). Come non leggere in questo senso i bombardamenti su strutture produttive e sanitarie, le distruzioni e i saccheggi di campi, villaggi, chiese, monasteri, scuole e università, il cibo che scarseggia, i prezzi alle stelle, le difficoltà ad accedere ai risparmi a causa delle banche chiuse, l’insicurezza negli spostamenti, la pulizia etnica di intere aree, le uccisioni di migliaia di civili inermi, compresi dodici operatori umanitari, la creazione di due milioni di sfollati, la fame che colpisce ormai cinque milioni e mezzo di persone delle quali 400 mila rischiano la morte per inedia e, orrore nell’orrore, gli stupri che non risparmiano né le bambine né le anziane e che fanno dire ad Amnesty International che siamo dinanzi non solo a «crimini di guerra», ma «forse a crimini contro l’umanità” (intervista a Radio Vaticana dell’11 agosto)!

Occorre che la comunità internazionale prenda posizione non solo a parole, ma avvii un’opera di mediazione e interposizione fattiva: ne va della sopravvivenza di sei milioni e mezzo di persone, l’intera popolazione del Tigray. Come opinione pubblica abbiamo il dovere di premere sui nostri governanti perché, insieme ai loro omologhi europei, non si girino da un’altra parte. Condividiamo infine le parole di un anonimo (per motivi di sicurezza) operatore umanitario, presente in Tigray: «Mi auguro che quando quest’etnia (tigrina, ndr) sarà sparita, la comunità internazionale non organizzi cerimonie ipocrite, in memoria, come stiamo facendo da 70 anni con gli ebrei» (da Elisabetta Burba, Etiopia: la pulizia etnica del Tigray nell’indifferenza della comunità internazionale, 6 agosto 2021).

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