Afghanistan: leggere la storia

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Il disastroso esito dell’intervento militare dell’Occidente in Afghanistan continua a suscitare emozioni intense, scandite dalle immagini della folla dei disperati che si accalcano intorno all’aeroporto di Kabul in cerca di salvezza attraverso la fuga, mentre le lancette dell’orologio si avvicinano inesorabilmente al 31 agosto, quando l’aeroporto sarà riconsegnato ai Talebani.

Come se non bastasse, il 26 agosto c’è stato anche l’estremo oltraggio dell’attentato kamikaze dell’ISIS ad Abbey Gate che ha mietuto circa 200 vittime aggiungendo morte alla disperazione.

In questo momento, come ha rilevato anche Paolo Mieli (Corriere della sera, 26 agosto 2021), nel pianeta politico infuriano le polemiche e gli sberleffi contro il Presidente Biden a cui i politici nostrani impartiscono lezioni di geopolitica e di strategia militare. Eppure, per quanto sia deprecabile la sprovvedutezza dell’amministrazione americana che ha ritirato le truppe senza minimamente prevedere lo sfacelo che ne sarebbe seguito, bisogna riconoscere a Biden l’onestà intellettuale di avere sbugiardato la favola dell’intervento umanitario volto a portare libertà e prosperità al popolo afgano e a liberare le donne dall’oppressione della sharia in versione talebana. Mettendo al bando ogni ipocrisia, Biden ha riconosciuto che gli Stati Uniti sono intervenuti in Afghanistan per tutelare i loro interessi e che gli interessi americani richiedono che si ponga fine al dissanguamento (per essi soprattutto economico) causato dalla prosecuzione di un intervento armato durato vent’anni senza riuscire a venire a capo della resistenza dei talebani, che, alla fine avevano ripreso il controllo di oltre la metà del territorio.

In realtà dopo il rapido rovesciamento del regime talebano nel 2001, è sorto il problema di avviare la ricostruzione di un nuovo assetto statale che potesse garantire la convivenza pacifica, la fornitura dei servizi essenziali e la tutele dei diritti fondamentali del popolo afghano. In altre parole è sorto il problema di ricostruire la nazione afghana secondo degli standard più civili di quelli dell’emirato islamico instaurato dai Talebani. Questo processo di peacebuilding si è rivelato completamente fallimentare.

La storia ci ha insegnato che non si può esportare il socialismo con i carri armati, così come non si può esportare le democrazia liberale con la forza delle armi. Le armi non possono tutto e le potenze militari sono impotenti quando pretendono di plasmare l’anima dei popoli. E tuttavia il processo di modernizzazione imposto dai sovietici, alla prova dei fatti, si è rilevato meno fragile dell’esportazione della democrazia sperimentata dagli USA e dalla Nato. Infatti il regime filosovietico di Mohammad Najibullah ha resistito per tre anni, dopo il ritiro delle truppe sovietiche, agli attacchi dei Mujaheddin (foraggiati da Washington e da Riad) ed è capitolato nel 1992 per il rifiuto della Russia di Eltsin di fornire ulteriori aiuti.

Il regime politico instaurato nei venti anni di occupazione occidentale, invece, non ha resistito neanche un minuto: l’esercito si è dileguato, il Presidente è fuggito all’estero con il bottino. È stupefacente quanto è successo, ma ci deve essere una ragione della fine ingloriosa di questa democrazia esportata con le armi.

In realtà i segnali del fallimento erano già evidenti da almeno dieci anni, ma nessuno li ha voluti vedere. Il 16 gennaio 2011 l’Unità pubblicò un articolo di Pino Arlacchi, all’epoca europarlamentare, curatore del rapporto approvato dal Parlamento europeo “Una nuova strategia dell’Unione Europea per l’Afghanistan”. Scriveva Arlacchi: «Dopo un anno di lavoro, il team che ho guidato ha raggiunto una conclusione molto netta: l’approccio seguito finora dagli USA e dalla NATO per sconfiggere l’insurgency e ricostruire il paese è sbagliato. Sicurezza e condizioni di vita dei cittadini afghani continuano a deteriorarsi. La coalizione viene sempre più percepita come una forza di occupazione». E il rapporto evidenziava che nei dieci anni dall’occupazione la situazione economico sociale era notevolmente peggiorata. La guerra aveva fatto regredire gli indicatori statistici più delicati relativi alla speranza di vita e alla scuola: «L’aspettativa di vita è scesa da 46,6 a 44,6 anni. L’alfabetizzazione è diminuita dal 36 al 28%». In crescita gli indicatori negativi: «La mortalità infantile è aumentata del 4,6% tra il 2002 e il 2010. Tra il 2002 e il 2009 la popolazione sotto la soglia di povertà è cresciuta dal 23 al 36%» (dati statistici tratti dal sito della CIA).

Negli ulteriori dieci anni è evidente che il cambio di passo chiesto dal Parlamento europeo con il rapporto Arlacchi non c’è stato e che la situazione si è ulteriormente deteriorata. Né si può ritenere che sia migliorata la condizione delle donne rispetto alla fine degli anni Ottanta quando, secondo RAWA (Associazione rivoluzionaria per le donne afghane), le donne afgane costituivano il 40% dei medici di Kabul, il 70% di insegnanti di scuola, il 60% di docenti all’università di Kabul e il 50% di studenti universitari.

Nel 1982 con la pubblicazione dei Washington Papers venne alla luce la falsità dell’incidente del Tonchino del 4 agosto 1964 utilizzato come pretesto per impegnare gli USA nella guerra del Vietnam. Adesso il Washington post inizia a raccontare come hanno nascosto la verità sull’Afghanistan e ci preannuncia la pubblicazione di un libro esplosivo The Afghanistan Papers: A Secret History of the War, che sarà pubblicato il 31 agosto. Siamo curiosi di leggerlo.

Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013) e "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019).

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