Il Covid, l’India, Narendra Modi: tra immaginario e realtà

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Nell’ultimo mese e mezzo, l’India si è trovata nel pieno di una seconda ondata della pandemia di Covid-19, che sta sconvolgendo il paese in una spirale totalmente fuori controllo di contagi e morti, mettendo in luce le deficienze e le contraddizioni di un paese che negli ultimi vent’anni si è votato anima e corpo a un progetto di stato neo-liberista. In questo clima, quattro stati chiave dell’Unione (West Bengal, Tamil Nadu, Kerala, Assam, insieme al piccolo territorio di Puducherry) sono stati chiamati al voto per rinnovare le assemblee legislative. Il Primo Ministro Narendra Modi, campione di un’ideologia di governo che impasta una promessa di crescita economica a oltranza con una forte componente identitaria ed esclusivista, ha risposto all’emergenza mettendo in primo piano, ancora una volta, il carattere autoritario e repressivo del suo modo di intendere la politica. Se da un lato gli eventi dell’ultimo anno sono stati un indiretto atto d’accusa verso un Governo che strutturalmente ha voltato le spalle ai settori più fragili della società, dall’altro il primo ministro è apparso sempre più concentrato nel fare quello che gli riesce meglio: la parte del leader efficiente e carismatico, che indossa gli abiti della guida spirituale, immagine incarnata di un paese sempre rivolto verso un futuro radioso, di crescita economica, armonia e pace.

Nel difendere il suo leader, il Bharatiya Janata Party (BJP) ha raggiunto il picco della farsa, marcando una distanza sempre più abissale tra l’India che lui propone di rappresentare (e di costruire a colpi di repressione) e la realtà di un paese che, tragicamente in queste ultime settimane, sta letteralmente soffocando. «Appena il BJP salirà al governo in West Bengal, il vaccino per il Covid-19 verrà distribuito a tutti gratuitamente». Con questo tweet del 23 aprile 2021 il BJP, il partito fondamentalista hindu, metteva a nudo per l’ennesima volta il cinismo crudo e impudente che ne caratterizza la propaganda e l’azione politica sotto l’impronta e il comando del leader e primo ministro, Narendra Modi. Pienamente coerente con il modo di intersecare azione politica e propaganda, Modi e il suo Governo hanno infatti rivolto i loro maggiori sforzi a smorzare le notizie che dipingevano un quadro a tinte sempre più tragiche: la quasi impossibilità di accesso a cure mediche ospedaliere, la mancanza di bombole d’ossigeno, il numero incontrollato e incalcolabile di persone malate e di morti. Il ben noto fastidio verso ogni forma di dissenso e verso ogni elemento che increspi la superficie sempre limpida e ben definita della sua immagine di governo, ha in questo caso raggiunto proporzioni quasi surreali, laddove la combinazione tra la seconda ondata di Covid e la tornata elettorale ha dato origine a un insieme di repressione, falsità e retorica che rappresenta un condensato della figura politica di Narendra Modi, dei suoi limiti e anche del successo della sua propaganda.

Già dall’estate del 2019, dopo che una vittoria a valanga del BJP nelle elezioni nazionali aveva riconfermato e rafforzato Modi nel ruolo di primo ministro, si erano visti segnali di come il carattere repressivo del Governo venisse sempre meno nascosto dietro una facciata di formale accettazione delle regole della democrazia: in un certo senso, nel suo primo mandato di governo (2014-2018), Modi era stato molto preoccupato di rafforzare, verso l’interno così come in ambito internazionale, la sua immagine di leader politico efficiente, incorruttibile e focalizzato sul proiettare l’India verso un futuro di sviluppo economico. All’interno di un discorso secondo cui la crescita economica era presentata come l’unica forma sostanziale di politica democratica e secolare, Modi aveva imposto un’agenda politica caratterizzata da una forma di authoritarian developmentalism (Sinha, 2019) in cui lo sviluppo diventava l’unico possibile motore di uguaglianza e progresso, ma era allo stesso tempo veicolo di politiche autoritarie. Tra un richiamo e l’altro alle antiche tradizioni indiane, allo yoga e al vegetarianesimo, Modi reclamava un posto per l’India nel panorama internazionale puntando sull’idea che impliciti presupposti culturali rendessero il paese una terra fertile per investimenti, capitali esteri, business e turismo. Questo mix di retorica di sviluppo, e di costante richiamo alla storia (inventata) della nazione, ha costituito la base di una narrazione che Modi in prima persona ha reiterato per anni in consessi internazionali, dai World Economic Forum di Davos, all’UNESCO, passando per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tratteggiando un’India che non c’è ma che tanto corrisponde agli immaginari ancora impregnati di Orientalismo delle culture europee e americane, fatta di yoga, spiritualità, antichi monumenti e allo stesso tempo proiettata verso il futuro grazie alla sua “cultura del commercio” e alla sua “intrinseca essenza liberale” (Kaur, 2018). Poco importa se le politiche attuate internamente, sul lato economico come su quello culturale, hanno messo in luce i caratteri fortemente autoritari, e discriminatori, dell’azione di governo, mostrando come il progetto di India splendente si fondi su un mercato del lavoro che dispone a proprio piacimento della manodopera e della vita delle fasce più povere della popolazione (Breman, 2018) e su un progetto culturale che, sovrapponendo l’idea di nazione indiana con l’appartenenza alla comunità hindu, è aggressivamente esclusivista.

Negli anni del primo mandato di Modi, questo carattere esclusivista del suo Governo è rimasto più sullo sfondo, scorrendo come una corrente sotterranea che in certi momenti trovava sbocchi sgorgando in superficie, spesso con episodi di violenza gratuita, come i periodici linciaggi ai danni di musulmani sospettati di “possedere” carne bovina in casa o le violenze contro i Dalit che si rifiutavano di svolgere lavori degradanti come pulire le fognature praticamente a mani nude. Anche se da molta stampa, interna ed estera, episodi del genere venivano trattati come eventi sporadici, davano comunque un’idea ben precisa di come fosse ormai diffusa e accettata una cultura di intolleranza, promossa e sostenuta negli anni dall’azione capillare delle organizzazioni fondamentaliste hindu. Ed evidentemente agli occhi di una porzione sempre più ampia dell’elettorato le promesse di sviluppo, di modernità e di ricchezza hanno contato più del clima di crescente tensione sociale e più del fallimento di politiche economiche che promettevano una caduta a pioggia dei frutti della crescita e benessere diffuso, e hanno portato invece più disuguaglianze e discriminazione. Da questo punto di vista, l’arrivo della pandemia di Covid-19, nel marzo dello scorso ha messo a nudo quello che già era di fronte agli occhi di molti, e lo tsunami della seconda ondata che sta sconvolgendo il paese è il punto di non ritorno di un Governo che ormai ha fatto della repressione del dissenso la sua misura.

Mentre Modi assumeva un look sempre più da guru religioso, con una lunga barba bianca a dargli un aspetto saggio e protettivo, lo scollamento tra immagine e realtà si faceva sempre più ampio. Durante l’autunno del 2020, il Governo ha usato il pugno duro per reprimere un’ondata di proteste da parte di contadini contro l’approvazione di leggi che deregolamentavano ulteriormente un settore dell’economia, quello agrario, che già da anni è stato fortemente orientato verso dinamiche di finanziarizzazione, a danno di milioni piccoli proprietari e contadini. La protesta, durata mesi con gruppi di manifestanti accampati intorno alla capitale Delhi in un pacifico assedio fatto di trattori, bandiere, uomini e donne di provenienze e comunità diverse, aveva già scatenato reazioni violente da parte della polizia, ma l’aspetto forse più significativo è stata la reazione nervosa e impaziente, per usare un eufemismo, quando personalità internazionali del mondo dell’attivismo e dello spettacolo hanno richiamato l’attenzione mediatica sugli eventi, invitando a diffondere i motivi della protesta e a firmare petizioni. Modi, che da sempre gioca con grande intensità e passione sul terreno dei social media, twittava in risposta ai richiami di Greta Thunberg e Rihanna, radunando un fronte virtuale di celebrities indiane a sostegno del suo Governo. Per quanto scaramucce mediatiche di questa portata possano sembrare ridicole, davano già il senso di come il Modi-santone mal tolleri che si possano avanzare dubbi sulla bontà del suo operato. Tutto ciò avveniva tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio 2021, gli stessi giorni in cui il primo ministro indiano si recava al cospetto dei grandi della finanza mondiale al World Economic Forum di Davos. Nel suo discorso, riferendosi alla pandemia di Covid-19 e all’apparente successo del suo Governo nel contenere la prima ondata, Modi si lanciava in affermazioni giubilanti del tipo: «Friends, it would not be advisable to judge India’s success with that of another country. In a country which is home to 18% of the world population, that country has saved humanity from a big disaster by containing corona effectively». Mentre la maggior parte dei paesi europei a gennaio 2021 erano impegnati in misure restrittive per contenere i disastri di una seconda ondata, Modi portava l’India ad esempio di politiche effettive nel contenere l’emergenza sanitaria (A. Roy, The Guardian, 28-04-2021).

Non importa che già le misure adottate durante la prima ondata avessero avuto costi umani altissimi, con un lockdown nazionale annunciato alla sera per la mattina seguente che aveva costretto in movimento frenetico le centinaia di migliaia di lavoratori migranti, già spossessati di ogni bene, che affollarono stazioni dei treni, degli autobus, e strade in un esodo caotico e incontrollato verso i propri paesi di origine. Esodo, questo, che, nell’indifferenza del Governo, metteva sotto gli occhi di tutti il fatto che la distanza tra chi si trova dal lato sicuro della barricata e chi no è diventata negli anni un abisso, e che coloro che si trovano dal lato debole sono i milioni di footlose labourers in perenne circolazione, senza un posto in cui tornare, perennemente indebitati e senza un diritto nei confronti di chi ne sfrutta la forza lavoro e, ovviamente, senza accesso a cure mediche. Questo era stato il modo glorioso ed efficace in cui l’India aveva salvato il mondo dalla pandemia. Prima ovviamente che la seconda ondata del virus entrasse anche nel subcontinente, o prima che i media internazionali se ne accorgessero, verso la metà di aprile. Quando però la seconda ondata ha catturato l’attenzione della stampa internazionale, la situazione nelle città indiane era già catastrofica: la mancanza cronica di attrezzature mediche, bombole di ossigeno e respiratori prima di tutto, rendeva l’accesso alle cure pressoché impossibile per moltissime persone. Gli ospedali hanno incominciato presto ad accogliere solo pazienti che arrivavano a bordo di ambulanze ma, come riportato da numerose testimonianze, chiamarne una significava mettersi in un’attesa di otto o nove ore al minimo. Mentre i giorni passavano, le cronache dall’India riportavano numeri sempre più alti di persone decedute nell’attesa di un ricovero, o di una visita da parte di personale medico. I social media sono diventati nel giro di poche settimane un’immensa bacheca funebre, dove si scambiano notizie, necrologi, richieste di aiuto. Con una media di più di 300.000 casi e 4.000 morti al giorno, solo tra quelli accertati, la risposta del Governo è stata fortemente concentrata nel ridimensionare la portata mediatica del problema.

Come hanno riportato Suchitra Vijayan e Francesca Recchia in un articolo apparso sul Washington Post (6 maggio 2021), il governo Modi all’inizio della seconda ondata ha fatto pressioni su Facebook, Twitter e Instagram per censurare decine di post che criticavano apertamente il modo in cui il Governo stava affrontando la crisi. In un clima surreale, in cui sempre di più si delineavano i contorni di una tragedia umanitaria, la libertà di espressione veniva ancora una volta messa in discussione mentre il BJP trovava la forza di organizzare raduni elettorali, cui lo stesso Modi ha preso più volte parte, dava il via libera all’organizzazione del Kumbha Mela (l’immenso raduno religioso che attira milioni di fedeli da tutto il subcontinente), salvo poi strumentalizzare la – peraltro scarsa – disponibilità di vaccini nella campagna elettorale. Il risultato del voto, che ha visto il BJP sconfitto in Tamil Nadu, in Kerala e soprattutto in West Bengal, dove invece puntava a una vittoria che sarebbe stata importantissima negli equilibri nazionali, ha quanto meno segnato una battuta d’arresto per la macchina propagandistica di Modi e del BJP. Nei postumi della sconfitta elettorale, il partito ha fatto quadrato intorno al suo leader, richiamando all’occorrenza anche strampalate fantasie cospirazioniste secondo cui la diffusione del Covid-19 sarebbe stata una mossa cinese volta specificamente a indebolire l’India (The Wire, 12 maggio 2021). Quello che resta è l’ennesima occasione in cui Narendra Modi, posto di fronte al bivio tra agire affrontando problemi spinosi e puntare sulla rappresentazione di sé e del paese come una terra pacifica dove tutto funziona bene, ha scelto la seconda opzione.

Dopo la prima vittoria su scala nazionale, nel 2014, Modi inneggiò a un futuro radioso con uno slogan che è diventato uno dei suoi marchi di fabbrica: «Bharat ki vijay, acche din aane wale hain» (Vittoria all’India, giorni migliori stanno arrivando). Parole che suonano quasi di scherno di fronte alle immagini tetre e ai racconti che in questi giorni arrivano dal subcontinente.

Tommaso Bobbio

Tommaso Bobbio insegna Storia dell'India e Colonial and Postcolonial History all'Università di Torino. Dopo la laurea a Torino, nel 2006 si è spostato in Inghilterra per il dottorato, ha vissuto tra Londra e Ahmedabad, la capitale finanziaria del Gujarat, dal 2006 al 2010, avendo modo, suo malgrado, di seguire fin dal principio la carriera politica di Narendra Modi. Le sue ricerche riguardano la storia urbana, la “routine violence” e il rapporto tra narrazioni storiche e patrimonio (materiale e intangibile).

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