Afghanistan: finire una guerra per iniziarne un’altra?

image_pdfimage_print

«Lungo le sponde del mio torrente/ Voglio che scendano i lucci argentati/ Non più i cadaveri dei soldati/ Portati in braccio dalla corrente». Questi versi di Fabrizio De Andrè (La guerra di Piero) sono il miglior auspicio che può accompagnare l’annunzio di Biden che entro l’11 settembre saranno ritirate dall’Afghanistan tutte le truppe della coalizione occidentale a guida NATO, ponendo fine a una guerra durata 20 anni. Un intervento armato che ha causato centinaia di migliaia di vittime, senza riuscire a sconfiggere il nemico contro il quale si è combattuto e con il quale, alla fine, si è dovuto scendere a patti.

Nella stessa giornata del 14 aprile si è riunito il Consiglio Atlantico, con la presenza a Bruxelles del Segretario di Stato americano Antony Blinken, insieme al segretario alla Difesa Usa Lloyd J. Austin III, per deliberare la storica decisione del ritiro dall’Afghanistan. Ne è uscito un imbarazzante comunicato in cui si ammette il fallimento della strategia di pacificazione attraverso il ricorso alla violenza bellica. Afferma il comunicato testualmente: «riconoscendo che non esiste una soluzione militare alle sfide che l’Afghanistan deve affrontare, gli alleati hanno stabilito che inizieranno il ritiro delle forze della Missione “Resolute Support” entro il 1 maggio». Alla fine negli Stati Uniti è prevalso il pragmatismo, come avvenne nel 1973 quando fu deciso il ritiro dal Vietnam dopo un conflitto disastroso che aveva causato un milione di morti e devastazioni inaudite.

A ben vedere il conflitto nell’Afghanistan non è durato vent’anni, ma quaranta. Esso ha avuto origine il 24 dicembre 1979 con l’intervento delle truppe sovietiche a sostegno del governo laico della RDA (Repubblica Democratica Afganistan) insidiato dalle rivolte fomentate dall’integralismo islamico. L’intervento sovietico si risolse in un disastro politico e militare anche per l’interferenza degli Stati Uniti che armarono una sorta di internazionale di combattenti islamici arruolati dall’Arabia Saudita con a capo un personaggio che poi sarebbe divenuto famoso, Bin Laden. Quando nel 1989 le truppe sovietiche lasciarono l’Afghanistan si scatenò l’offensiva degli studenti coranici (i talebani), ancora una volta appoggiati dagli Stati Uniti, che nell’aprile del 1992 travolsero il governo laico di Najibullah, instaurando uno dei regimi più oscuri che si siano mai visti sulla faccia della terra. In Afghanistan gli Stati Uniti hanno combattuto uno dei capitoli più assurdi della guerra fredda scatenando una guerra per procura contro l’Unione sovietica, col risultato di trovarsi, a loro volta impantanati per vent’anni in una guerra contro quelle forze infernali che, da apprendisti stregoni, avevano evocato.

Quando il pragmatismo riesce a farsi strada e a dettare delle scelte di buon senso all’amministrazione americana, è sempre troppo tardi. Quanto sangue è stato profuso, quante sofferenze, quante distruzioni sono state provocate inutilmente prima che si ponesse fine alle insensate avventure del Vietnam e dell’Afghanistan? Non possiamo perciò confidare nel pragmatismo, dobbiamo agire prima per prevenire le guerre e gli altri disastri provocati dalla politica di potenza.

È inquietante che, mentre si decide di porre fine a un doloroso intervento militare, si continui a percorrere la strada della corsa agli armamenti (https://volerelaluna.it/mondo/2021/04/02/riprende-la-corsa-agli-armamenti/) e dell’incremento della tensione militare con un nemico che la NATO ha costruito a sua immagine e somiglianza, non avendo voluto seppellire l’ascia di guerra dopo il crollo dell’Unione sovietica. Non è un caso che, il giorno prima della decisione sul ritiro dall’Afghanistan, si sia precipitato a Bruxelles il Ministro degli esteri ucraino per perorare la causa dell’ingresso accelerato dell’Ucraina nella NATO. Già nel 1997 il senatore americano George Kennan, a suo tempo fu uno dei teorici del contenimento sovietico, osservava che «espandere la NATO è il più grave errore della politica estera americana dell’era post-guerra fredda». La decisione, infatti, avrebbe inevitabilmente infiammato in Russia le tendenze nazionalistiche antioccidentali e militariste, come si è puntualmente verificato con l’avvento di Putin. L’allargamento della NATO a est con l’inclusione dei Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia o della stessa Unione Sovietica ha determinato la nascita di una nuova guerra fredda, più pericolosa di quella precedente perché, mentre in passato il confronto militare era basato su un conflitto politico fra opposte ideologie e quindi, in definitiva, era guidato da motivazioni razionali, la nuova guerra fredda è fondata su pulsioni nazionalistiche e irrazionali, per questo incontrollabili nei loro esiti. Con l’ingresso dell’Ucraina nella NATO il rischio di guerra diviene elevatissimo, ove si consideri che un semplice colpo di fucile sparato dalla regione del Donbass, diventerebbe un’aggressione contro tutti i paesi della NATO, che farebbe scattare la clausola di sicurezza collettiva, ai sensi dell’art. 5 del Trattato.

Parafrasando Fabrizio De Andrè dovremmo dire: «Fermati Biden, fermati adesso / Lascia che il vento ti passi un po’ addosso / Dei morti in battaglia ti porti la voce / Chi diede la vita ebbe in cambio una croce».

Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013) e "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019).

Vedi tutti i post di Domenico Gallo

One Comment on “Afghanistan: finire una guerra per iniziarne un’altra?”

  1. Un plauso a questo articolo, e una sonora pernacchia (a dir poco…) verso tutti quelli che sparlano di priorità atlantista da imporre a qualsivoglia politica italiana. Siamo stanchi di automi a Quirinale, Farnesina, ecc., che pensano di far l’interesse “nazionale” identificandolo con il fatturato di Leonardo.

Comments are closed.