Brasile. L’esplosione della pandemia e il ritorno di Lula

Volerelaluna.it

01/04/2021 di:

È difficile per chi vive in Brasile capire cosa sta succedendo, e ancora più difficile è spiegarlo a chi è lontano. Ma ci provo. Due sono i fatti principali verificatisi dopo il mio ultimo articolo (https://volerelaluna.it/mondo/2021/02/05/brasile-il-sogno-di-bolsonaro-e-il-nostro-incubo/): da un lato, la spaventosa crescita dell’epidemia in tutto il territorio nazionale, con il collasso delle strutture sanitarie; dall’altro le decisioni del Supremo Tribunal Federal (STF) che hanno annullato quattro processi contro Lula e dichiarato la parzialità del giudice Sergio Moro in uno di essi.

La pandemia fuori controllo

Il Brasile vive la peggior fase della pandemia, il numero di morti supera da tempo i 3.000 al giorno e si è arrivati a contare più di 300.000 vittime. I letti degli ospedali e le terapie intensive sono pieni tra il 90 e il 100%; comincia a mancare personale sanitario e quello in servizio è allo stremo; manca l’occorrente per l’intubazione dei casi più gravi e sono centinaia i pazienti morti in attesa di essere ricoverati in tutto il Brasile e perfino a São Paulo, lo Stato più ricco della Federazione (https://noticias.uol.com.br/saude/ultimas-noticias/redacao/2021/03/16/brasil-vive-maior-colapso-sanitario-e-hospitalar-da-historia-diz-fiocruz.htm). Un’altra conseguenza della cattiva amministrazione della pandemia è l’aumento della disoccupazione e della miseria fra le popolazioni più vulnerabili che sopravvivono grazie alle donazioni dei privati e a sussidi di emergenza del Governo, sospesi a dicembre e promessi per aprile, ma di minor entità e destinati a un minor numero di persone (https://mortesemtabu.blogfolha.uol.com.br/2021/03/25/300-mil-mortes-e-um-rastro-de-fome/). Sul fronte delle vaccinazioni le cose procedono molto lentamente. Sono state vaccinate circa 14 milioni di persone, in primo luogo gli addetti alla sanità, e poi i più anziani: nella mia città (João Pessoa) hanno ricevuto la prima dose i sessantenni; ma la percentuale di vaccinati non raggiunge il 4,5% della popolazione (https://noticias.uol.com.br/saude/ultimas-noticias/redacao/2021/03/17/washington-post-pandemia-brasil.htm). Di fronte a questa situazione il presidente Bolsonaro ha finalmente deciso, dopo forti pressioni da tutte le parti, di cambiare il ministro della sanità, licenziando il generale Pazuello e scegliendo al suo posto un medico. È ancora presto per verificare se questo avvicendamento comporterà anche un cambiamento nella politica sanitaria o se continuerà la linea negazionista e la gestione “militare” del problema che si è rivelata disastrosa, secondo la valutazione unanime di tutte le forze politiche, incluse quelle alleate al Governo.

Il presidente continua a manifestarsi contrario al lockdown, che non è mai esistito davvero in Brasile se non nelle prime settimane della crisi, e ha fatto ricorso al Supremo Tribunal Federal chiedendo che siano annullate le misure restrittive della circolazione di persone prese da alcuni governatori. Ovvero, non solo non collabora, ma tenta di boicottare le misure anticovid adottate da governatori e sindaci. In questa politica conta sull’appoggio delle sue milizie virtuali che spargono milioni di fake news negazioniste, ma la situazione è così grave ed evidente che il discorso negazionista perde senso e consenso. La popolarità del presidente è in caduta libera e anche i settori che lo avevano appoggiato cominciano a prendere le distanze: circa 1.500 economisti, banchieri, impresari, accademici hanno lanciato un manifesto molto duro chiedendo una politica efficace di controllo della pandemia, smentendo così il falso dilemma fra economia e salute che il presidente continuamente propone. Senza soluzione della crisi sanitaria non ci sarà crescita economica, dicono i firmatari di questo manifesto, che rappresentano le principali élites economiche del paese che avevano appoggiato il governo Bolsonaro e le politiche neoliberali promosse dal ministro dell’economia Paulo Guedes, da cui ora si dissociano (https://www1.folha.uol.com.br/mercado/2021/03/carta-de-economistas-e-empresarios-por-medidas-contra-a-pandemia-supera-1500-assinaturas.shtml).

L’altra misura presa dal presidente, anche questa sotto forte pressione, è la creazione, dopo un anno di pandemia, di un gabinetto di crisi composto da rappresentati dell’esecutivo federale, degli Stati e del Parlamento. Una misura che arriva con forte ritardo e senza un chiaro progetto e un piano operativo. Questa misura è stata adottata in una riunione cui hanno partecipato solo i governatori alleati di Bolsonaro, oltre ai presidenti della Camera e del Senato: è più di un anno che Bolsonaro non si riunisce con tutti i governatori. Finalmente, per la prima volta, il presidente si è rivolto alla nazione a reti unificate per trattare della situazione sanitaria sempre più intollerabile e acuta: in un discorso durato appena quattro minuti ha detto mezze verità o falsità vere e proprie, attribuendosi meriti nella lotta al virus e nella vaccinazione che non ha mai avuto.

La “riabilitazione” di Lula

L’altra novità è totalmente diversa. Giacevano da anni presso il Supremo Tribunal Federal due azioni promosse dalla difesa del Presidente Lula: una, del 2016, chiedeva che fosse dichiarata l’incompetenza del giudice Sergio Moro sui presunti crimini di cui Lula era imputato e che non avevano niente a che fare con quelli perseguiti nell’ambito delle inchieste della cosiddetta operazione Lava-Jato (o “autolavaggio”) relative alla compagnia petrolifera Petrobrás; l’altra, del 2018, chiedeva l’accertamento della parzialità del giudice Moro nella conduzione del processo sfociato nella condanna e nella detenzione di Lula.

Nel primo caso, il giudice Edson Fachin ha deciso monocraticamente, e sorprendentemente, di accogliere la richiesta della difesa e di annullare quattro processi, ritenendoli estranei alla vicenda Lava-jato e attribuendone la competenza alla Giustizia Federale di Brasília. Contemporaneamente il giudice ha proposto l’archiviazione della seconda richiesta, relativa alla parzialità di Moro, essendo venuto meno l’oggetto del decidere: una manovra per liberare Lula, che riprendeva così i suoi diritti politici e la possibilità di candidarsi alle elezioni, ma allo stesso tempo per salvaguardare il giudice Moro e la Lava-jato. Ma non è stata questa l’interpretazione del Supremo Tribunal Federal, che ha deciso per l’ammissibilità della richiesta e, dopo due sessioni pubbliche trasmesse in diretta dalle principali reti di radio e televisioni, ha deciso, con tre voti contro due, di riconoscere la parzialità del giudice Moro nella conduzione del processo basandosi su sette elementi di prova. Tecnicamente è ancora possibile una decisione contraria a Lula quando il plenum del tribunale dovrà confermare o annullare la decisione monocratica adottata dal giudice Fachin, ma le possibilità che ciò avvenga sono remote perché la non competenza del giudice Moro sembra molto chiara, così come la sua parzialità.

Ovviamente queste decisioni stanno provocando enormi cambiamenti politici. Il primo effetto è che si torna a parlare di Lula, di Dilma, dei ministri e politici del Partito dei lavoratori (PT) che erano praticamente spariti dai mezzi di comunicazione come se non fossero mai esistiti: nessuna intervista, nessuna menzione se non negativa. I media avevano decretato la morte politica di Lula e del PT. Ma questa volta l’evento era così straordinario che non hanno potuto nasconderlo, se non altro per l’enorme audience. Lula ha partecipato, subito dopo la prima sentenza, a una conferenza stampa, trasmessa in diretta dai principali canali, che è durata tre ore e ha portato una nuova aria nel clima politico soffocante in cui il paese è immerso: un nuova speranza, la ripresa, nel contenuto e nei modi, di una maniera di fare politica radicalmente diversa da quella del “capitano” e dei suoi generali, una ventata d’aria pura che ha percorso il paese. Così, per lo meno, è stata intesa dai suoi sostenitori. Ma anche gli oppositori hanno dovuto riconoscere la grande novità del momento politico: finalmente Bolsonaro ha un avversario che può riunire tutte le forze di opposizione. La polarizzazione sarà inevitabile: il centro perde spazio.

E qui interviene un argomento fallace che gli avversari di Bolsonaro, ma anche di Lula, stanno facendo circolare: quello secondo cui Lula e Bolsonaro sono due facce della stessa medaglia, due estremismi, uno di destra e l’altro di sinistra. Gli italiani che hanno una certa età ricorderanno lo slogan che ha garantito consensi per decadi alla Democrazia Cristiana: «avanti al centro contro gli opposti estremismi». Niente di più falso. Lula, infatti, non ha mai costituito una minaccia per la democrazia, ha difeso le istituzioni e lo stato di diritto, ha sempre condannato la dittatura e l’autoritarismo, ha promosso una politica di valorizzazione dei diritti umani, delle donne, della comunità LGBT, degli indigeni; ha contrastato la diffusione delle armi tra la popolazione, ha difeso l’ambiente e l’Amazzonia, ha attuato una politica internazionale multilaterale e una politica sociale riconosciuta internazionalmente; ha promosso una politica inclusiva di conciliazione, di negoziazione e di dialogo e non di aggressione, di confronto e di esclusione come quella di Bolsonaro. Lula ha indubbiamente delle caratteristiche populiste, ma radicalmente diverse da quelle di Bolsonaro: viene dal basso, dalla base della società, ha creato una centrale sindacale e un partito politico che sono tuttora vivi e attivi; non ha praticato l’antipolitica, ha sempre condannato la violenza politica, e accettato la sua condanna anche se ingiusta, dimostrando fiducia nella giustizia e nelle regole del gioco democratico. Lula ha delle responsabilità politiche per non aver attaccato con decisione la corruzione sistemica, il che è costato al PT la perdita della bandiera dell’etica nella politica; ma non è vero che il PT sia il partito più corrotto della storia brasiliana, come i media lo hanno voluto dipingere con tinte fosche; né che Lula era il capo di una organizzazione criminale (si è arrivati a chiedere l’estinzione del PT come partito) che ha deviato miliardi di reais, come volevano far credere i procuratori e il giudice Moro.

L’annullamento dei processi se non ha (ancora) provato l’innocenza di Lula, ha mostrato chiaramente che contro di lui è stato montato un processo politico, che il giudice Moro e i procuratori hanno creato un vero centro di potere e hanno interferito pesantemente nel sistema democratico; e che la lotta alla corruzione può e deve continuare con gli strumenti ordinari dello Stato democratico di diritto e non dello stato di eccezione. Fra le sette cause per cui è stata dichiarata la parzialità del giudice Moro basta qui citarne due, rispettivamente all’inizio e alla fine del processo. Nel 2016, l’accompagnamento coatto (condução coercitiva) di Lula davanti al giudice, con un grande apparato poliziesco e un enorme dispiegamento di forze, diede al Brasile e al mondo la sensazione che Lula stava per essere arrestato e non semplicemente chiamato a deporre. Per tutti gli osservatori, data anche la spettacolarizzazione dell’operazione, Lula era già stato condannato e Moro aveva iniziato un cammino di non ritorno: la sentenza era già stata scritta. Eppure la condução coercitiva si giustifica se il soggetto si rifiuta di deporre volontariamente, il che non era nel caso specifico. L’altro episodio si colloca alla chiusura del processo: dopo aver condannato Lula (che ha passato 580 giorni in prigione), estromettendo così dal processo elettorale l’unico candidato che poteva sconfiggere Bolsonaro, nel 2019, appena tre giorni dopo la vittoria di quest’ultimo, Moro ha accettato l’incarico di ministro della giustizia e della sicurezza. Un evidente premio per il servizio prestato, perché, senza Moro, Bolsonaro non sarebbe mai diventato presidente.

Cosa succederà adesso non si sa, ma il clima è cambiato. Si ha la sensazione che le istituzioni democratiche comincino a funzionare e a non tollerare più quello che non è tollerabile: le centinaia di migliaia di morti, il negazionismo e la politicizzazione della giustizia (che è l’altra faccia della sostituzione della politica con la giustizia) per fini di potere.

Post Scriptum

Dopo la chiusura di questo articolo il presidente Bolsonaro ha estromesso dal Governo il Ministro della difesa, generale Fernando Azevedo, sostituendolo con un altro militare (il generale Walter Braga Neto). Il casus belli è stata la richiesta del presidente alle forze armate di sostenere la proclamazione dello stato di emergenza per contrastare le misure restrittive dei governatori contro l’epidemia. L’estromissione di Azevedo ha provocato le dimissioni, in segno di solidarietà, dei comandanti di Esercito, Marina e Aeronautica. È presto per interpretare questo gesto e prevederne le conseguenze. La lettura ottimistica è che i comandi delle forze armate si siano dimostrati non totalmente subalterni a Bolsonaro; quella più pessimistica è che si tratti di un gioco delle parti che non modifica il ruolo dei militari nel Governo. Quello che esce confermato è il disegno eversivo di Bolsonaro di creare nelle forze armate e nelle polizie un potere parallelo pronto a entrare in azione al suo comando per scardinare l’ordine democratico (https://volerelaluna.it/mondo/2020/09/28/la-vera-natura-del-governo-bolsonaro/).