Regno Unito. Diritto allo studio e prostituzione

image_pdfimage_print

L’università di Leicester è piccola e non molto rinomata, ma la sua recente iniziativa, volta a tutelare gli studenti-lavoratori del sesso, l’ha resa popolare nel giro di poco tempo. La tutela approntata è racchiusa in un apposito Sex Worker Toolkit e si rivolge agli studenti dell’ateneo che si guadagnano da vivere con il lavoro sessuale. Nello specifico il Toolkit fornisce informazioni generali sul lavoro sessuale degli studenti nel Regno Unito, indicazioni legali sull’industria del sesso nonché supporto, servizi e risorse per gli studenti-lavoratori del sesso.

La ragione alla base dell’insolita iniziativa accademica – come si afferma nel documento di presentazione – sarebbe da rintracciare nella volontà di costruire «un contesto inclusivo di apprendimento, lavoro e ricerca caratterizzato da rispetto e dignità, nonché libero da molestie, bullismo, abusi e discriminazioni […]. Questo include gli studenti che guadagnano attraverso il lavoro sessuale». In altre parole, l’obiettivo è quello di rendere effettivo il diritto allo studio. Al posto delle borse di studio, della cancellazione delle tasse, dell’assegnazione di alloggi o altri servizi gratuiti per gli studenti poveri, l’università preferisce rendere confortevole la loro vendita nel mercato del sesso.

Consapevole di muoversi in un terreno minato, l’ateneo mette le mani avanti e assai goffamente specifica che la sua iniziativa non è pensata per agevolare lo sfruttamento sessuale. Si afferma infatti che «qualora l’atto sessuale non fosse consensuale, non solo non sarebbe legale, ma non potrebbe nemmeno classificarsi come lavoro sessuale». Il consenso, dunque, è visto come elemento dirimente: se c’è consenso non c’è sfruttamento. Ovviamente, il consenso a cui fa riferimento l’università è astratto e formale, perché non prende minimamente in considerazione tutte quelle dinamiche socio-economiche che costringono i soggetti a vendere “consensualmente” il corpo e l’intimità nel mercato del sesso. Eppure, in modo alquanto contradditorio, nel Toolkit si segnala perfino come «l’aumento del costo della vita e delle tasse universitarie stiano portando a un incremento del numero di studenti che lavorano nell’industria del sesso». Come a dire: capiamo le difficoltà che incontrate dopo che vi abbiamo aumentato le tasse e, per venirvi incontro, vi agevoliamo nella prostituzione.

Inoltre, l’università tralascia completamente di considerare la violenza strutturale del mercato del sesso, sia a livello nazionale che internazionale. Come affermano molti studi, l’industria del sesso è il regno dello stupro: il 73% delle sex workers risultano violentate e il 59% di queste più di cinque volte. La violenza fisica emerge in altre ricerche come elemento diffuso e permanente nel mercato del sesso.

In realtà, a leggere con attenzione il Toolkit, si evince chiaramente che l’intento è quello di normalizzare la prostituzione degli studenti, indicandola come una strada, tutto sommato, percorribile, con importanti benefit. Assai subdolamente, infatti, l’ateneo giunge a minimizzare i rischi spiegando che il lavoro sessuale è fatto di molte attività e non soltanto di sesso fisico: «il lavoro sessuale può includere attività di escort, webcam, spogliarello, intrattenimento per adulti, sesso telefonico o altri servizi» (cioè qualsiasi cosa abbia a che fare con il “sesso”). Qualche paragrafo dopo, non a caso, si arriva a sottolineare i presunti benefici del commercio del sesso studentesco, tra cui gli «orari di lavoro flessibili» o il «piacere anticipato» che si potrebbe trarre.

Prostituzione in cambio della laurea o del dottorato. Questo è quanto offre l’accademia neoliberale agli studenti poveri. Il diritto allo studio è pensato solo come supporto tecnico alla prostituzione, affinché si svolga in forma regolare, educata e senza discriminazioni.

Gli autori

Iside Gjergji

Iside Gjergji è sociologa e giurista. Già Lecturer presso la Stanford University, è Senior Researcher al Centro de Estudos Sociais dell'Universidade de Coimbra. Ha tradotto saggi di A. Sayad e J.-P. Sartre. Di recente ha pubblicato: Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno (Ca' Foscari DigitalPublishing, 2019), "Uccidete Sartre!". Anticolonialismo e antirazzismo di un revenant (Ombre corte, 2018), Sulla governance delle migrazioni. Sociologia dell'underworld del comando globale (Franco Angeli, 2016), Circolari amministrative e immigrazione (Franco Angeli, 2013). Per Il Fatto Quotidiano scrive sul blog: http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/igjergji.

Guarda gli altri post di:

One Comment on “Regno Unito. Diritto allo studio e prostituzione”

  1. Se mi fermassi alla prima parte dell’articolo, come uomo disabile libertario, direi di sì o meglio direi perché no? Andando avanti nell’articolo io direi di no come possibile utente di dare servizio in quanto uomo disabile libertario.

Comments are closed.