Brasile: il sogno di Bolsonaro e il nostro incubo

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Dal mio ultimo articolo per Volere la luna (https://volerelaluna.it/mondo/2020/09/28/la-vera-natura-del-governo-bolsonaro/) molte cose sono cambiate (in peggio) in Brasile. I nodi irrisolti vengono al pettine: la crisi sanitaria, la crisi economica e la crisi politica stanno provocando una crisi sociale che è ancora sommersa, ma pronta a esplodere.

A quasi un anno dall’inizio della pandemia la situazione sanitaria sta peggiorando. Il Brasile, secondo una ricerca fatta in 98 paesi del mondo, è il paese che ha gestito la crisi nel peggior modo possibile e registra più di 9 milioni di casi e 220.000 morti per coronavirus. È il secondo paese con il maggior numero di morti al mondo, dietro agli Stati Uniti, che finora hanno perso 429.000 vite (vedi: https://www1.folha.uol.com.br/mundo/2021/01/brasil-e-o-pais-que-pior-lidou-com-a-pandemia-aponta-estudo-que-analisou-98-governos.shtml). I due paesi più popolosi del continente americano avevano in comune governi di leader populisti di estrema destra – Jair Bolsonaro e Donald Trump – che minimizzavano attivamente la minaccia del Covid-19, ridicolizzavano l’uso di mascherine e si opponevano all’isolamento sociale e alla chiusura dei negozi e ristoranti. Entrambi sono stati personalmente infettati dal virus.

Il Brasile registra 425 casi e 10 decessi per milione di abitanti e ha visto un forte aumento dei contagi dalla fine del 2020; non c’è stata una seconda ondata perché la prima non è mai finita. A gennaio, la mancanza di ossigeno per i pazienti in Amazzonia e la disorganizzazione all’inizio della campagna di vaccinazione sono stati esempi dei fallimenti del Governo federale nella gestione della pandemia. Non si tratta solo di omissioni del Governo federale, ma di misure prese per ostacolare il contrasto al virus e favorire la sua diffusione in nome della teoria dell’immunità di gregge e della politica negazionista del presidente e dei suoi collaboratori. Così come non ha elaborato un piano nazionale di contrasto al virus, Bolsonaro non ha organizzato per tempo un piano vaccinale e non ha stabilito protocolli per il distanziamento sociale, scontrandosi con le iniziative di Stati e Comuni. Durante tutto il periodo della pandemia, ha minimizzato la mortalità da Covid, ha condannato la chiusura del commercio e ha contribuito ad alimentare la diffidenza nei confronti dei vaccini. La vaccinazione è cominciata con ritardo e senza garanzie di continuità: il Governo federale ha firmato contratti solo con una casa farmaceutica (quella di Oxford attraverso l’Istituto Fiocruz) e non ha appoggiato l’iniziativa dell’Istituto Butantan de São Paulo di acquistare i vaccini prodotti dalla Sinovac cinese. A ottobre il presidente aveva dichiarato che non avrebbe mai comprato un vaccino cinese, smentendo così il ministro della sanità (il generale Pazuello). Senza l’iniziativa del governatore di São Paulo, João Doria (che aveva appoggiato Bolsonaro nella campagna elettorale, ed è diventato oggi il suo più diretto concorrente alla presidenza) il Brasile non avrebbe proprio iniziato la campagna di vaccinazione. Bolsonaro ha in seguito dovuto cambiare atteggiamento ma continua a seminare dubbi sull’efficacia dei vaccini, ha dichiarato che non si vaccinerà, continua a non rispettare le misure di sicurezza e a difendere l’uso della clorochina come trattamento precoce della malattia.

Alla crisi sanitaria si somma la crisi economica: nel 2020 il PIL è caduto del 5%, la disoccupazione è al 14% con circa 14 milioni di disoccupati, il debito pubblico è esploso per le misure economiche emergenziali destinate alla popolazione e alle imprese (che sono state chiuse nel gennaio di quest’anno e non si sa se e come potranno riaprire). Ci sono decine di milioni di famiglie che dipendono dal sussidio di 600 reais (circa 100 euro), poi diminuito a 300 reais, stanziato per l’emergenza, e che non hanno altre fonti di reddito. Il Brasile sta ritornando nella lista dei paesi affetti dalla fame dalla quale era uscito ai tempi di Lula e Dilma.

Nel frattempo, il mondo politico è paralizzato da mesi dal conflitto per l’elezione dei presidenti della Camera e del Senato. Dopo due anni di disinteresse per il gioco parlamentare, Bolsonaro ha cominciato a preoccuparsi per l’aumento delle richieste di impeachment: attualmente quasi 60. E sta intervenendo in modo pesante, comprando voti e consensi in cambio della distribuzione di incarichi pubblici per avere un Parlamento a suo favore, stringendo un’alleanza con il cosiddetto centrão, quell’insieme di partiti di centro e di destra che in campagna elettorale aveva tanto stigmatizzato e che si sommano agli alleati della prima ora: «as bancadas do boi, da bala e da bíblia» (i gruppi parlamentari dei latifondisti, dei militari e degli evangelici). In fondo, nonostante il discorso antisistema che lo ha aiutato a essere eletto, Bolsonaro ha fatto parte per quasi 30 anni del basso clero del Parlamento. Questa strategia sta dando risultati: il 1° febbraio 2021 sono stati eletti alla presidenza della Camera e del Senato due alleati di Bolsonaro con ampio margine di voti.

Nel frattempo, invece di preoccuparsi per questi gravi problemi, Bolsonaro continua la guerra ideologica e culturale contro il “comunismo” e l’opera diuturna e silenziosa di distruzione della democrazia promessa nel primo giorno di governo: contro i diritti umani, l’ambiente, la salute pubblica e le conquiste del femminismo, delle comunità indigene e quilombolas, del movimento LGBT, dei lavoratori. Opera di distruzione inseparabile dal negazionismo: negare che ci sia stata una dittatura in Brasile, che esista il riscaldamento globale, negare la pandemia, il razzismo e i femminicidi che stanno crescendo in Brasile. Un’alleanza fra negazionismo e tradizionalismo (Dio, patria, famiglia e proprietà) che promuove una cultura della violenza e della morte.

Tutto ciò non è avvenuto senza conseguenze. L’appoggio popolare è crollato nei sondaggi, ma si aggira ancora sul 30% e non si sono viste manifestazioni popolari di protesta, con l’eccezione di qualche “panelaço” e “carreata”. Senza una forte mobilitazione popolare sarà difficile che l’impeachment abbia successo. Bisogna anche dire che l’opposizione continua a essere divisa, senza un’azione politica efficace di contrasto, distante dalla base popolare e dalle necessità della gente, senza un vincolo organico con i movimenti sociali, limitata alla denuncia e al gioco parlamentare. È cambiato anche il profilo dei sostenitori di Bolsonaro. È diminuito l’appoggio delle classi medie e aumentato quello dei settori più poveri, soprattutto a causa degli aiuti elargiti per l’emergenza a quasi 70 milioni di persone, che si sommano al nucleo duro dei gruppi ideologici e fondamentalisti.

L’obiettivo esplicito di tutto ciò è la rielezione nel 2022, e Bolsonaro si sta preparando a vari scenari possibili. La sconfitta di Trump è stata un colpo molto duro per lui. Bolsonaro (come il suo ministro degli Esteri Ernesto Araújo) aveva dato il suo aperto appoggio a Trump durante la campagna elettorale, è stato l’ultimo presidente dell’America Latina a riconoscere la vittoria di Biden, ha insistito fino alla fine sulla versione trumpiana dei brogli e dichiarato apertamente che non accetterà un’eventuale sconfitta nel 2022, seminando dubbi sul sistema elettorale brasiliano, uno dei più sicuri e avanzati del mondo, e chiedendo il ritorno al voto non elettronico.

Come ho già scritto più volte, Bolsonaro si sta preparando ad ogni evenienza, costruendo un potere parallelo fondato sui militari, sulle milizie, sugli evangelici, sui latifondisti, sull’appoggio dei suoi fan fanatici che lo considerano un “mito”, per reagire a qualsiasi situazione. Non so se il Brasile potrà sopravvivere ad altri due anni di malgoverno e non posso immaginare cosa succederebbe se Bolsonaro ottenesse un altro mandato di quattro anni!

Il Procuratore Generale della Repubblica (scelto da Bolsonaro) ha dichiarato che lo stato di emergenza (misura civile) è l’anticamera dello stato d’assedio (misura militare), che potrebbe essere proclamato in caso di gravi conflitti e disordini sociali, che ancora non si sono manifestati ma potrebbero esplodere nei prossimi mesi con l’aggravarsi della crisi sanitaria, economica, politica e sociale. Con la proclamazione dello stato d’assedio appoggiato dai militari, dalla polizia e dalle milizie urbane e rurali, si realizzerebbe il sogno di Bolsonaro e comincerebbe il nostro incubo.

Giuseppe Tosi

Giuseppe Tosi è professore titolare del Dipartimento di Filosofia dell’Università Federale della Paraìba (UFPB). È stato coordinatore del Programa de Pós-laurea in filosofia (2000-2003) e del Programa de Pós-laurea in diritti umani, cittadinanza e politiche pubbliche (2012-2014), dei quali continua a fare parte. Prima di iniziare, nel 1989, la carriera universitaria ha operato come volontario internazionale con i contadini e gli indigeni in Perù (1978-1981) e in Brasile (1981-1989) in progetti del Ministero degli Affari Esteri italiano, promossi dal Movimento Laici America Latina (MLAL). Nel 2018 gli è stato conferito dall’Assemblea legislativa della Paraìba il titolo onorifico di cittadino paraibano.

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