Francia: una laicità perduta?

07/01/2021 di:

Il 9 dicembre si è celebrato in Francia il centoquindicesimo anniversario della legge sulla separazione fra le Chiese e lo Stato, datata 1905. Una legge che ancora oggi costituisce il seme del principio di neutralità dell’ordinamento in campo religioso e di tutela della libertà di coscienza in cui, in senso ampio, si sostanzia il principio di laicità sancito all’articolo 1 della Costituzione: «La France est une République indivisible, laïque, démocratique et sociale».

In nessun altro paese europeo come presso i nostri vicini d’oltralpe la laicità è assunta come principio cardine dell’assetto giuridico. Alla luce di ciò, non è certo un caso che in un giorno talmente iconico per la Francia il Consiglio dei ministri abbia approvato un disegno di legge «a sostegno dei princìpi della Repubblica», più conosciuto come progetto «contro il separatismo religioso». La sfida ai separatismi era già stata annunciata da Emmanuel Macron in ottobre, in seguito a una serie di attacchi terroristici di matrice islamista, culminati con la decapitazione del professore Samuel Paty al grido di Allah Akhbar. Ed è chiaro che il bersaglio del nuovo disegno di legge è il comunitarismo islamico.

Il testo, che prevede circa cinquanta articoli, prende forma attraverso una serie di misure che potremmo a buon titolo definire draconiane. In primo luogo si annuncia una drastica limitazione dell’insegnamento a domicilio, che riguarda circa cinquantamila famiglie francesi, e l’introduzione dell’obbligo scolastico dai tre anni di età. Il Governo promette, inoltre, di rafforzare il controllo sulle scuole private e di introdurre un identificativo personale per contrastare l’abbandono scolastico. Si tenterà, poi, di ostacolare con modalità ancora più stringenti la diffusione dell’odio online, più comunemente conosciuto come hate speech: sarà creata un’unità speciale all’interno della Procura di Parigi e la messa in pericolo della vita altrui attraverso la diffusione di informazioni personali o professionali sarà ritenuta a tutti gli effetti un reato. Un ulteriore giro di vite riguarderà le associazioni religiose: sarà possibile scioglierle se diffondono valori contrari a quelli della Repubblica; i prefetti potranno vietare i finanziamenti e ci sarà l’obbligo di dichiarare le donazioni provenienti dall’estero superiori ai diecimila euro. Allo scopo di disincentivare i matrimoni combinati si stabilisce, infine, il divieto di rilascio dei certificati di verginità da parte dei medici (pena prevista: un anno di detenzione e una multa di quindicimila euro), come dei titoli di soggiorno per persone in stato di poligamia. Il disegno di legge, che ha già sollevato polemiche e divisioni all’interno della stessa maggioranza, approderà all’Assemblea Nazionale a febbraio per il voto definitivo. Prima di quella data, c’è un ampio spazio da riservare alla riflessione e al confronto.

Il disegno di legge pone non pochi problemi. Da sempre, la Francia propone come strumento di integrazione il principio di laicità, «unico   mezzo   per   far   coesistere   sullo   stesso   territorio   individui   che   non condividono le stesse convinzioni, invece di sovrapporli in un mosaico di comunità chiuse su se stesse e reciprocamente esclusive […]. Quando la laicità è in crisi, la società francese fa fatica a offrire un destino comune». Queste sono le parole riportate nel Rapporto sulla Laicità (Rapporto sulla laicità. Il testo della commissione francese Stasi, Scheiwiller, 2004), elaborato su richiesta del presidente francese Jaques Chirac nel 2003, quando il paese sentiva già minacciato il suo valore portante. Quasi vent’anni dopo, la Francia sembra non curarsi del rischio che la laicità come metodo di coesistenza pacifica e tollerante tra identità e culture diverse si traduca in politiche miranti a uniformare le personalità individuali in nome di un “destino comune”. Come già accaduto per i simboli ostentatori di appartenenza religiosa (si ricordi, in particolare, l’affaire del velo islamico) si sceglie di affidarsi a una legge che pretende di controllare in modo paternalistico, se non autoritario, le vite altrui attraverso un divieto tassativo, piuttosto che impegnarsi nella tutela di spazi di libertà ancora più ampi. Ma così si corre il rischio, molto grave, di cadere nella trappola del nemico: di mettere in moto un processo di esclusione sociale basato sulla stigmatizzazione delle differenze culturali, paradosso evidente di norme giuridiche che, politicizzando la questione, finiscono per radicalizzare ancor di più l’appartenenza religiosa.

La questione è ancora più problematica se si tiene conto dell’humus culturale in cui è stata approvata (in ottobre) l’altra controversa proposta di legge «sulla sicurezza globale», di cui è già stata annunciata una parziale riscrittura. Questa proposta, che incrementa il potere delle forze dell’ordine attraverso l’uso di nuovi mezzi tecnologici (droni e bodycam), ha fatto discutere in particolare per l’articolo 24, che introduce il divieto di «pubblicare, con qualsiasi modalità e qualsiasi strumento, il volto o qualsiasi elemento identificativo» di un agente della polizia o della gendarmeria in servizio «con l’obiettivo di danneggiarne l’integrità fisica o psicologica». La violazione della norma sarà punita con un anno di detenzione e una multa fino a 45.000 euro. Sul piano del diritto – come si legge in un documento sottoscritto dall’ONU – l’applicazione di questo articolo (e dell’intero disegno di legge) potrebbe causare una violazione sproporzionata di molti diritti, libertà fondamentali e princìpi generali, in maniera non coerente con gli obblighi previsti dai trattati internazionali, per lo più relativi al diritto alla privacy, alla libertà di riunione pacifica e di espressione. I sostenitori del progetto di legge rassicurano contro il verificarsi di ipotetici (ma non irrealistici) abusi di potere da parte delle forze dell’ordine, ma l’opinione pubblica resta diffidente, ancora profondamente scossa dell’aggressione, unita a insulti razzisti, del produttore musicale Michel Zecler da parte di tre agenti di polizia, avvenuta lo scorso 21 novembre, in concomitanza col percorso parlamentare della proposta. Del grave atto di violenza è stato diffuso online un video, proprio il tipo di documento che la legge in questione renderebbe illegittimo. Chi protesta ritiene che questo punto possa considerarsi un ostacolo all’accertamento delle responsabilità della polizia in scontri di piazza, nonché un freno alla libertà di stampa: non è casuale che le folle indignate siano scese in piazza parlando di «censura globale» piuttosto che di «sicurezza globale».

In molti hanno ricordato che combattere efficacemente il terrorismo e garantire la tutela dei diritti umani non sono obiettivi concorrenti ma complementari, che si rafforzano a vicenda. Su questo concetto, che sembra essere il fil rouge che lega i dissensi verso le due nuove proposte di legge, si sono levate importanti voci di protesta anche dal mondo accademico. Lo storico della laicità Jean Baubérot, in una lettera aperta indirizzata a Macron, rivolge una domanda ben precisa: «De plus, le séparatisme ne provient-il pas de l’échec d’une interaction?». Baubérot invita a cambiare prospettiva d’osservazione per pensare al separatismo non soltanto nei termini di un nemico da combattere ma come il frutto «delle nostre inadeguatezze», di un sistema dell’integrazione che non ha funzionato come si sperava. Gran parte dei problemi attuali nascerebbero infatti proprio dal confinamento culturale dei cosiddetti musulmani e dal non aver fatto i conti con l’idea che la Repubblica può essere «indivisibile», senza per forza dover essere «una». Sullo stesso filone di pensiero si pone l’antropologo Jean François Bayart, che denuncia la presenza di una islamofobia di Stato e del concomitante consolidamento di «un républicano-maccarthysme». Per Bayart la radice dei mali risiede in una «confusa ignoranza della storia», che permette ai fondamentalisti della Quinta Repubblica – così li definisce – di rivendicare una concezione intransigente della laicità, quando i padri fondatori della Terza Repubblica «s’en faisaient une idée “transaction­nelle”, récusaient l’“intransigeance”, voulaient le “consensus”». Entrambi, inoltre, manifestano rabbia e delusione nei riguardi degli ultimi provvedimenti riguardanti l’insegnamento: in particolare, per l’emendamento presentato al Senato il 28 ottobre scorso,  che prevede di modificare l’articolo 952-2 del codice dell’istruzione, sancendo «la piena indipendenza e la completa libertà di espressione» dei professori universitari, ma aggiungendo la precisazione che «le libertà accademiche si esercitano nel rispetto dei valori della Repubblica». Quest’ultima espressione, come ricorda Bayart, oltre a essere indefinita, è una chiara violazione del principio di indipendenza degli accademici, che rischiano di essere sottoposti alla sorveglianza delle maggioranze parlamentari.

Alla luce degli eventi, non è difficile intuire i motivi per cui la laicità d’oltralpe è accusata di essere incapace di tener conto dell’evoluzione della società e di rispettare l’identità, anche religiosa, dei cittadini, trasformandosi sempre più in un “laicismo” fervido e militante, che rischia di stravolgere il significato della laicità. I provvedimenti in esame sembrano remare nella direzione opposta alla pacificazione sociale, e pongono altresì il problema di ripensare il principio di laicità nella sua accezione più profonda. Ogni qual volta si pretende un’adesione morale esplicita ai principi di uno Stato di diritto, occidentale o meno, o ai valori della Costituzione, infatti, non si ha rispetto della libertà interiore delle persone. Il fine ultimo della laicità è quello di far coesistere opinioni, credenze, valori differenti e non quello di imporre una visione, rischiando di scadere nel conformismo morale.

Sarebbe dunque più opportuno lasciare alle persone, e in particolare ai giovani ‒ musulmani, cristiani e di qualsivoglia religione ‒, la libertà di esprimere se stessi come meglio credono, educandoli a crescere con la consapevolezza di vivere in quello che Bobbio definiva un multiverso, ovvero un mondo in cui la verità ha molte facce e in cui la tolleranza della diversità «non è solo un male minore, non è soltanto un metodo di convivenza, ma è l’unica possibile risposta all’imperiosa affermazione che la libertà interiore è un bene troppo alto perché non debba essere riconosciuto, anzi sollecitato». Se la Francia vorrà continuare ad essere la patria della «Liberté, Egalité, Fraternité», dovrà fare i conti con la sua lunga storia repubblicana e decidere quale modello di laicità difendere e promuovere.