Le donne in Polonia manifestano per le libertà di tutti

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Lo scorso 22 ottobre la Corte costituzionale polacca ha dichiarato incostituzionali le interruzioni di gravidanza motivate da gravi malformazioni del feto. Un atto unilaterale, che ha immediatamente suscitato lo sdegno e la mobilitazione di gran parte delle donne polacche e di numerosi cittadini, anche se non si è trattato di un fulmine a ciel sereno, né tantomeno di una decisione estemporanea. L’attacco alle libertà delle donne, infatti, arriva da tempi ormai lontani, anche se oggi coincide con una programmatica erosione del potere giudiziario da parte di quello esecutivo, che data da novembre 2015, quando il PIS (Diritto e giustizia) ha vinto le elezioni.

Ma occorre andare per ordine.

Nel gennaio del 1993, in una Polonia da poco uscita da più di quarant’anni di regime comunista, fu promulgata una legge molto restrittiva sull’aborto, consentito solo in tre casi: difetti congeniti del feto, minaccia per la vita o la salute della donna e gravidanza frutto di violenza sessuale. All’epoca fu un duro colpo per gran parte delle donne polacche sostanzialmente per un duplice motivo. In primo luogo perché, nonostante le diffuse restrizioni del regime, la Polonia popolare si era dotata di una normativa che garantiva il diritto delle donne alla libera scelta in materia di aborto. In secondo luogo perché la nuova legge evidenziava in maniera esplicita l’influenza dell’ala più reazionaria della Chiesa cattolica sulle questioni politiche. La delusione fu tanta, soprattutto perché la Chiesa, negli anni che portarono alla nascita del sindacato indipendente Solidarność e che accompagnarono il periodo della sua clandestinità, aveva rappresentato uno spazio concreto di tolleranza e pluralismo in aperta opposizione allo Stato autoritario. In quel momento, invece, assumeva essa stessa un volto autoritario e invasivo, mettendo ai margini le correnti più attente alle questioni sociali. Nel breve periodo questa strategia risultò perdente e nelle elezioni del settembre 1993 trionfarono le formazioni eredi del Partito comunista, ma l’influenza ecclesiastica rimase forte negli anni a venire, sia nella politica sia nella società.

Alla fine del 2015 c’è stata la svolta. Il PIS, il partito nazionalista e ultraconservatore fondato dai fratelli Kaczyński, è arrivato al governo e ha avviato una politica di erosione della separazione dei poteri, di limitazione delle libertà di stampa e di manifestazione, di riduzione dei diritti delle donne e delle persone LGBT+, nonché di rifiuto delle quote di richiedenti asilo. Queste palesi violazioni del diritto hanno messo in allerta la Commissione europea, che ha avviato una procedura d’infrazione per la legislazione sulla magistratura e una procedura ex articolo 7 del Trattato sull’Unione europea per «grave violazione del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze», come previsto all’articolo 2.

In questo clima arroventato, il 23 settembre 2016 il Sejm, la Camera bassa, approvò, con il voto favorevole di 267 deputati su 460, una proposta di legge che prevedeva il divieto assoluto di aborto, unica eccezione: gravi rischi per la salute e la vita della donna. Nella proposta erano anche previsti fino a cinque anni di detenzione per donne e medici che avessero praticato l’aborto clandestinamente. Le proteste furono immediate e imponenti. Il 3 ottobre, il movimento Strajk kobiet (Sciopero delle donne) organizzò a Varsavia una manifestazione cui si presume abbiano partecipato 30.000 persone. L’hashtag #CzarnyProtest (Protesta in nero) in solidarietà con le donne del movimento circolò in rete, sensibilizzando donne di varie parti del mondo. L’ampia manifestazione di piazza, sotto una pioggia battente, frenata da centinaia di ombrelli neri, ottenne un importante risultato: la legge non è stata discussa al Senato e di conseguenza è stata bloccata.

A ottobre di quest’anno il Governo ci ha riprovato attivando la Corte costituzionale, i cui componenti sono ormai tutti di nomina governativa, ottenendo la dichiarazione di incostituzionalità di cui si è detto. Anche in questa occasione le imponenti manifestazioni, che né il Covid19 né la repressione da parte delle forze dell’ordine sono riuscite a fermare, ha, almeno per ora, ottenuto il risultato auspicato. La sentenza della Corte costituzionale, che avrebbe dovuto essere inserita nella Gazzetta ufficiale il 2 novembre, a oggi non è stata pubblicata.

Questo promettente indugio non ha fermato i movimenti organizzati e la lotta prosegue perché è evidente che in gioco non c’è solo la legge sull’aborto, ma la più ampia questione dei diritti e delle libertà di ciascun cittadino. E tutto è ancora più urgente nel momento in cui, il 16 novembre, Polonia e Ungheria hanno opposto il loro veto all’approvazione del bilancio europeo, bloccando di fatto anche il Recovery Fund. La loro è una chiara protesta contro il nuovo meccanismo europeo che blocca l’esborso di fondi comunitari ai Paesi che violano lo Stato di diritto.

Come in un gioco di specchi, tutto ritorna indietro: alle responsabilità del Governo polacco così come alle lotte dei movimenti e dell’opposizione, che non vanno lasciati soli.

Donatella Sasso

Donatella Sasso è ricercatrice di storia contemporanea all’Istituto Salvemini e giornalista pubblicista dal 2011. Ha scritto per “L’indice dei libri del mese”, “Pagine ebraiche”, “L’incontro”, “Keshet”, “Most”, “Prometeo” e per la testata online www.eastjournal.net. È autrice di volumi sulla storia dell’Europa centro-orientale.

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