Gli USA hanno davvero voltato pagina?

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Un’Europa in ginocchio per la recrudescenza della pandemia, ulteriormente scossa dai recenti attacchi terroristici, ha osservato preoccupata gli sviluppi delle elezioni presidenziali statunitensi, quanto mai incerti e protrattisi per ben quattro giorni.

Quello che – al netto delle contraddizioni che lo attanagliano e della “debolezza del modello costituzionale”, logorato dai secoli – può forse ancora ritenersi il paese leader dell’occidente liberal-democratico, a sua volta devastato dal virus e dalla conseguente crisi sanitaria ed economica, favorita dall’inettitudine di Trump e dalle divisioni razziali, è stato chiamato a esprimere la scelta sul proprio futuro più gravida di conseguenze nella storia recente. Oggetto di consultazione elettorale – hanno detto in tanti – era la stessa “idea” di Stati Uniti d’America.

Il popolo statunitense sembra avere scelto di intraprendere un percorso di “normalizzazione”, con l’investitura della rassicurante (e un po’ sbiadita) figura di “politico di professione” di Joe Biden, l’esatto opposto di Trump. L’ex senatore del Delaware e vice presidente – esponente dell’ala moderata dei democratici – pare essersi aggiudicato i grandi elettori sufficienti ad arrivare ampiamente oltre quota 270 per sconfiggere Trump, in base al vetusto e criticatissimo sistema del collegio elettorale. Ma non si è trattato affatto di una “valanga blu”, come poteva superficialmente ipotizzarsi dai numerosi sondaggi che gli davano ampio margine di vantaggio in diversi Swing States, incappando ancora in un errore di “sottovalutazione” della base trumpiana. La via dell’affermazione di Biden, più tortuosa del previsto, è passata attraverso la ricostruzione di quel Blue Wall democratico – comprensivo dei decisivi Stati industriali della cd. Rust Belt (Wisconsin, Michigan, Pennsylvania) – che avevano inaspettatamente voltato le spalle a Hillary Clinton nel 2016, con la probabile (lo scrutinio è ancora in corso) aggiunta dell’Arizona e della Georgia, tradizionalmente repubblicane (l’ultimo successo democratico qui fu, rispettivamente, nel 1996 e nel 1992), ma soggette di recente a grandi cambiamenti demografici nelle aree urbane e nei suburbs, che hanno energizzato la base democratica. Altri “Stati in bilico” di questa tornata, tradizionali e meno usuali, sono invece stati assegnati a Trump, alcuni con margine significativo (Iowa, Ohio, Florida, Texas, North Carolina). L’affluenza complessiva è stata da record (Biden ha infatti battuto il precedente record di consensi popolari ottenuto da Obama nel 2008 e ha staccato significativamente Trump nel voto popolare: circa 76 milioni a 71 milioni).

L’eccezionalità dettata dalla pandemia – che sta tutt’oggi imperversando e ha causato oltre 230.000 morti negli USA – ha aumentato esponenzialmente l’incidenza statistica e l’importanza del voto per posta, pratica pur consolidata da tempo e comunemente accettata negli USA (circa 65 milioni di voti, in maggior parte proveniente da aree urbane e democratiche, maggiormente sensibilizzate rispetto alla pericolosità del virus). Ciò ha determinato un ritardo nelle procedure di scrutinio, ancora in corso in diversi Stati, nei quali i legislatori hanno esteso il termine per il computo, includendo anche le schede elettorali con certificato di spedizione del 3 novembre. Trump, dopo avere costruito ad arte per mesi un puro storytelling – privo di qualsivoglia fondamento fattuale – per delegittimare preventivamente il voto postale, evocando ossessivamente presunte frodi e brogli, sta facendo seguire alle parole i fatti, attraverso numerose azioni legali già avviate per bloccare il conteggio, tra gli altri, in Michigan e Pennsylvania e con la richiesta di recount in Wisconsin. Nel corso della notte elettorale, con una mossa senza precedenti, Trump si è dichiarato anticipatamente vincitore, accusando i democratici di provare a rubare le elezioni, soffiando sul fuoco e aizzando le proteste di alcuni suoi sostenitori (armati fino ai denti), puntualmente seguite. Pochi esponenti repubblicani si sono dissociati dalle assurde accuse del Presidente, prive di qualsivoglia evidenza. Quest’attacco frontale all’integrità del processo elettorale, al cuore della democrazia rappresentativa, non può stupire (ed è stato reiterato nei giorni successivi). Il Presidente ci ha infatti abituato con cadenza quasi quotidiana a comportamenti irresponsabili, ad attacchi al rule of law e alle istituzioni, a una retorica volta apertamente a creare divisioni e incitare all’odio e alla violenza. Il comportamento di Trump (e di gran parte del Partito repubblicano, che ha plasmato – salvo alcuni “fuoriusciti” e mosche bianche – a sua immagine e somiglianza) allora conferma quanto era già noto a tutti gli osservatori: pur di mantenere (o accrescere) il proprio potere, si è disposti letteralmente a tutto, forzando ogni limite e regola, non solo democratica, ma anche di decenza. Trump non sembra intenzionato in nessun modo a riconoscere la vittoria di Biden (con il tradizionale concession speech).

Vale la pena svolgere alcune riflessioni sull’istantanea, assai sconfortante, che ci restituiscono queste consultazioni.

Anzitutto, quello che balza all’occhio è la stupefacente, difficilmente comprensibile agli occhi dell’osservatore europeo, “soglia di resistenza” della base elettorale di Trump, che – pur avendo perso con stretto margine Michigan, Wisconsin, Pennsylvania, e probabilmente Georgia e Arizona – in alcuni Stati è stato finanche in grado di migliorare il proprio risultato del 2016 (in Florida, ad esempio, accattivandosi il voto dei latinos cubani grazie alla propaganda sulla asserita deriva socialista radicale del partito democratico, o nell’area meridionale del Texas). Per provare a comprendere come sia possibile che un incumbent (per sua natura favorito: l’ultimo a soccombere fu Bush padre nel 1992) dimostratosi disastroso nei più disparati ambiti, che è stato sottoposto a impeachment, che ha gestito in maniera scellerata la crisi sanitaria – con un prezzo enorme in termini di vite umane – continui a riscuotere significativo consenso, non è sufficiente fare riferimento alla priorità che le politiche lato sensu economiche – presunto punto forte della proposta trumpiana – assumono in una larga fetta dell’elettorato. In un paese più diviso, polarizzato ed economicamente diseguale che mai, dove la rabbia e lo scontro hanno da tempo soppiantato ogni possibile forma di dialogo politico e confronto civile – e l’elezione di Trump è stato il prodotto e non la causa di questo contesto – la sua presidenza non ha fatto altro che esacerbare la situazione. Gli appelli continui in campagna elettorale, manifesti (come quando si rifiuta di “chiamare con il loro nome” e di condannare la violenza razzista della polizia, le milizie armate di estrema destra o i gruppi cospirazionisti che lo sostengono: fenomeni, peraltro, strettamente interconnessi) o velati da dog whistle (come quando brandisce la tradizionale retorica del law and order) hanno fatto breccia in quell’ampia porzione dell’elettorato (prevalentemente bianca, priva di titolo di studio superiore e rurale) impaurita dal mutamento demografico in atto, che nel giro di qualche decennio vedrà la maggioranza bianca divenire una majority minority, e dal “capitalismo globale”. Non è poi da escludere che il conservatorismo sociale e religioso abbia portato consistenti frange delle minoranze latina ed afroamericana – alienate dalla narrazione dominante dei media liberal – ad esprimere una preferenza per Trump. Le variegate manifestazioni di “fondamentalismo” che caratterizzano, assieme all’anti-intellettualismo, in un coacervo alquanto contraddittorio, larghi segmenti della società nordamericana (ad es.: free market fundamentalism, fondamentalismo religioso, assolutismo libertario ostile a ogni forma di intervento statale, assolutismo dei gun rights) – e che sono divenute progressivamente, negli ultimi 40 anni, a partire dalla cd. Reagan Revolution, posizioni mainstream in un Partito repubblicano sempre più radicalizzato (mentre non troverebbero spazio in alcun programma di partiti di estrema destra europea) – si sono dimostrate poi, ancora una volta, terreno assai fertile per il messaggio di Trump. Esse rendono inaccettabile a priori – perché bollata come “socialista” o “radicale” – anche una piattaforma tutto sommato moderata e compromissoria, come quella dei democratici, tanto più se guidati da Biden.

Se questa è la fotografia dell’America dopo le elezioni, il successo elettorale di Biden potrebbe costituire la proverbiale “vittoria di Pirro”. Non soltanto Trump potrebbe ostacolare con ogni sua forza la delicata fase della transizione fino al 20 gennaio 2021, ma il risultato elettorale – ed è questa la cosa più grave – dimostra che le sue idee, il suo “modello di America”, sono ancora saldamente radicate in quasi la metà del popolo statunitense, a quanto pare soddisfatta dal suo modo di governare in questi quattro anni.

La Presidenza democratica si troverebbe poi a operare, probabilmente – a meno che non prevalgano entrambi i candidati senatori democratici in Georgia nel ballottaggio del gennaio 2021 – con un Senato a maggioranza repubblicana, controllando soltanto la Camera dei Rappresentanti. Ciò implica che ogni proposta di legge, ogni nomina di funzionari e giudici federali troverà la più che probabile opposizione della maggioranza repubblicana nella Camera alta. Da ultimo, ma non per ultimo, è noto che il più grande successo del primo mandato di Trump è stato l’altissimo numero di nomine a vita di giudici federali distrettuali e, specialmente, della Corte suprema (ben tre: Gorsuch nel 2017, Kavanaugh nel 2018 e Barret nel 2020). La Corte suprema, dove oggi siedono sei giudici di orientamento conservatore e tre di orientamento progressista, potrebbe essere chiamata a pronunciarsi sulle controversie elettorali relative al conteggio dei voti aperte dai ricorsi di cui si è detto in precedenza – con un (improbabile) remake di Bush v. Gore del 2000 – in uno scenario però oggi molto più pericoloso per l’integrità dell’assetto istituzionale della nazione. Ma, guardando ancora più avanti, preme osservare che il potere giudiziario federale, nella composizione ridisegnata da Trump, potrebbe condizionare fortemente l’azione di governo di Biden, oltre a invalidare normative cruciali emanate in passato su iniziativa democratica (ad es., una sezione dell’Affordable Care Act – la grande riforma sanitaria di Obama – è attualmente sub giudice dinanzi alla Corte suprema in Texas v. California), ovvero sovvertire precedenti costituzionali consolidati, posti a garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini statunitensi (si pensi, ad es., al diritto all’aborto, ai diritti LGBTQ, al conflitto tra divieto di discriminazione in base all’orientamento sessuale e libertà religiosa). L’enorme potere degli alti magistrati nominati a vita – che esercitano il controllo di costituzionalità delle leggi e ridefiniscono incessantemente il significato della Carta fondamentale – e la crescente politicizzazione dei procedimenti di nomina e ratifica (acuitasi all’estremo nel corso della presidenza Trump, con il rifiuto da parte del Senato a maggioranza repubblicana di concedere le audizioni al giudice nominato da Obama nel 2016 per rimpiazzare Scalia, Merrick Garland, giustificandosi con il fatto che si era in un anno elettorale, ragione poi prontamente rinnegata pro domo sua, nominando in fretta e furia Amy Barrett a ridosso di queste elezioni per sostituire Ruth Bader Ginsburg), hanno posto al centro del dibattito le istanze di riforma. Ma Biden, anche sotto questo punto di vista, si troverebbe in una situazione di estrema debolezza, non potendo percorrere, senza la maggioranza al Senato, alcun tentativo di riforma, per provare a ridimensionare lo strapotere conservatore nel Supremo collegio (tramite il cd. Court packing o l’introduzione di meccanismi di rotazione e termini di durata in carica).

Insomma, se le elezioni si presentavano come un referendum sull’operato di Donald Trump e sullo stesso “trumpismo”, gli USA non hanno affatto dimostrato di volersi lasciare alle spalle questi anni bui, voltando pagina con decisione. La forza politica di Trump e il suo controllo sul Partito repubblicano potrebbero restare in gran parte intatti, nonostante la sconfitta elettorale. Ciò condizionerebbe inevitabilmente il “modo” di fare opposizione. Senza poi escludere una sua nuova candidatura per la corsa del 2024. Tutto questo non può che provocare uno stato di ansia in chiunque abbia a cuore non soltanto la democrazia statunitense, ma le sorti dello Stato costituzionale di diritto e, in ultima battuta, degli equilibri geo-politici globali.

Pietro Insolera

Pietro Insolera, avvocato del Foro di Bologna, dottore di ricerca in diritto penale dell'Università di Trento è componente dell'Osservatorio Corte costituzionale dell'Unione Camere Penali Italiane. La sua attività di ricerca, tra i vari temi, si concentra soprattutto sulla giurisprudenza costituzionale in materia penale e sulla comparazione con il sistema statunitense.

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One Comment on “Gli USA hanno davvero voltato pagina?”

  1. Aspettiamo prima di chiamare cambiamento questo voto, aspettiamo per lo meno quattro anni dopo il quadriennio di Trump e del trumpismo tutt’altro che morto è bene essere molto ma molto prudenti, anche perché in quattro giorni non si può fare neanche un minimo di bilancio politico che di un quadriennio di trumpismo che ha sconquassato dal profondo una America già fragile e impaurita.
    Per cui invito a prendere tutto con molta più lungimiranza e con molta più riflessione.

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