La vera natura del Governo Bolsonaro

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Durante la campagna elettorale, e anche dopo, Bolsonaro non ha mai presentato un piano di governo, ma lanciato alcuni (pochi) slogan inseriti nel contesto di una guerra ideologica e culturale contro la sinistra, l’“ideologia di genere”, il “marxismo culturale”, il “gramscismo”, la pedagogia de Paulo Freire e ovviamente il “comunismo”, che nel dibattito ideologico brasiliano attuale è un concetto vago e indefinito, che ricorda il nemico storico dei tempi della dittatura militare e della guerra fredda ma viene usato, in un contesto totalmente diverso, per condannare e demonizzare qualsiasi cosa possa assomigliare a un pensiero di sinistra, che minacci i valori tradizionali: Dio, la Patria, la Famiglia, la Proprietà.

La strategia di Bolsonaro è chiara: governare unicamente per i gruppi sociali ed economici che lo appoggiano e lottare contro i nemici interni e esterni, reali o immaginari che siano. Per questo ha bisogno di mantener viva l’ostilità nei confronti dei nemici, per garantire l’appoggio incondizionato di una buona parte del popolo.

Ma in che cosa consiste questa guerra ideologica e qual è la sua consistenza teorica?

Apparentemente nessuna. Il bolsonarismo non possiede una dottrina politica in senso proprio; non ha degli intellettuali di riferimento paragonabili a quelli del nazismo o del fascismo, o dell’integralismo brasiliano di Plinio Salgado degli anni Trenta del secolo scorso, e nemmeno della rispettabile tradizione culturale conservatrice brasiliana. Il suo unico guru è l’astrologo e sedicente “filosofo” Olavo de Carvalho, che vive negli Sati Uniti e invia messaggi pieni di odio, di improperi e di minacce, professando un’ideologia regressiva di una povertà teorica impressionante. Il bolsonarismo è presente solo marginalmente nell’ambito accademico, sia nell’ambito delle scienze umane che in quello delle scienze naturali ed esatte, che vengono combattute dal discorso oscurantista antiscientifico, antilluminista e antilaicista del fondamentalismo religioso, uno dei pilastri ideologici del Governo. Non ha l’appoggio, anzi incontra l’aperta ostilità, del mondo della cultura e dell’arte: i tentativi dei vari sottosegretari alla cultura che si sono succeduti di creare un’arte patriottica sono miseramente falliti. Quella di Bolsonaro è una ideologia regressiva “contro” tutto ciò che è moderno; preoccupata più di distruggere che di costruire. Il Governo è pieno di ministri e funzionari che invece di occuparsi di difendere i loro dicasteri sono impegnati a distruggerli: a lottare contro i diritti umani, contro l’ambiente, contro la salute pubblica, contro le donne, contro i negri, contro la popolazione LGBT, contro gli indigeni. Tutto questo in nome della lotta al comunismo!

Se però guardiamo il bolsonarismo più da vicino e più a fondo utilizzando le categorie di Gramsci, diventiamo più cauti sulla consistenza ideologica del fenomeno. Il bolsonarismo esprime un’ideologia, seppure fosca; possiede intellettuali in senso ampio, organici al movimento, tanto poveri teoricamente quanto aggressivi; i suoi seguaci hanno un referente politico, che non è propriamente un partito, ma la figura del lìder, del capo, del “mito”; ha una visione del mondo, un’agenda di temi di costume e di morale con una certa penetrazione fra la gente, che difende interessi non solo corporativi; sfida l’egemonia delle forze progressiste attraverso un uso spregiudicato e competente delle nuove tecnologie di persuasione di massa, che compensano così la sua assenza nei canali tradizionali come le università, la scuola, i grandi mezzi di comunicazione. Tutti elementi che contribuiscono alla creazione di un blocco storico, per citare Gramsci.

In fondo, sempre usando le categorie di Gramsci, in politica e nell’esercizio del potere ciò che conta è la capacità di un soggetto politico di assicurarsi, allo stesso tempo, consenso e dominio, frutto di adesione spontanea e di costrizione. E questo mi sembra l’aspetto più pericoloso del bolsonarismo, che controlla lo Stato attraverso le forze armate e la polizia, ma conta anche sull’appoggio dei gruppi paramilitari armati, le milícias; ed è riuscito fino ad oggi a mantenere un nucleo di appoggio ideologico abbastanza forte che gli garantisce il consenso, attraverso l’uso senza scrupoli delle reti sociali e dell’indottrinamento religioso.

Qui entra in gioco il tema che ho sviluppato in un precedente articolo (https://volerelaluna.it/mondo/2020/05/20/il-brasile-alla-soglia-di-una-dittatura-civile-militare/): la militarizzazione del Governo. Il Governo Bolsonaro ha dimostrato fin dalla campagna elettorale la volontà esplicita di riattivare il ruolo politico delle Forze Armate, che i militari avevano perso (in parte) nella transizione democratica, nella quale sono stati (relativamente) assenti dalla scena politica e subordinati al potere civile. Ha riempito il Governo di centinaia e migliaia di militari in tutte le aree, senza contare i privilegi che ha concesso alle forze armate e negato ad altre categorie (come nel caso della riforma della Previdenza sociale). Lo stesso dovrebbe accadere nel caso dell’annunciata riforma amministrativa, che non includerà le forze armate. Inoltre, in piena crisi sanitaria da Coronavirus, il bilancio della difesa è quello che cresce più di tutti: più soldi per le armi e meno per l’educazione, la salute, l’abitazione etc.

Il Brasile, che conta più di quattro milioni di casi e più di 130.000 morti di Covid-19, da due mesi non ha un ministro della salute, ma un generale che ne esercita provvisoriamente le funzioni e che ha messo più di 25 militari nei posti chiave del ministero (mentre scrivo il generale è stato nominato ministro), mentre il presidente continua a negare la gravità del fenomeno e a fare dichiarazioni e gesti contrari alle misure di prevenzione. Intanto crescono la diffusione e l’uso delle armi da parte dalla polizia (i cui indici di violenza crescono) e della popolazione civile (dove circolano più o meno legalmente milioni di armi).

I militari sono ritornati sulla scena politica per restare e per esercitare un ruolo di tutela delle istituzioni. Bolsonaro ha dichiarato più volte: «la Costituzione sono io» e i militari si sono autoproclamati «guardiani della Costituzione».. È più che legittimo chiedersi il perché di tanti militari in incarichi che niente hanno a che vedere con la loro formazione e funzione costituzionale. Le Forze Armate sono costituzionalmente a servizio dello Stato e non di un Governo specifico e meno ancora di un progetto di militarizzazione della politica che ha gravi precedenti nella storia repubblicana moderna del Brasile. Non c’è al mondo un Governo democratico con tanti militari, perché in una democrazia il ruolo politico degli stessi dovrebbe essere zero o tendente a zero! La militarizzazione del Governo mira a militarizzare la società attraverso una agenda “patriottica” di temi vertenti su questioni “morali” e di costume, come le recenti misure restrittive dell’aborto legale emesse dal generale Ministro della Sanità. I collegi militari sono proposti come modelli per l’educazione elementare, media e superiore e il progetto della “Scuola Senza Partito” è proposto a tutti i livelli di istruzione per combattere ciò che ha a che vedere con la sinistra o l’opposizione al Governo. In nome della lotta al comunismo si vuole imporre un controllo ideologico sugli studenti e i professori. Recentemente è stata denunciata l’esistenza di una lista di oppositori al regime, schedati dagli organi di intelligenza, soprattutto fra i professori e i poliziotti “antifascisti”.

L’altra faccia della militarizzazione ancora più perversa sono le milicias, i corpi paramilitari molto prossimi alla famiglia del Presidente, che esercitano il controllo di ampi spazi del territorio urbano, con legami politici ed economici, e che contano sull’appoggio dell’estrema destra e hanno moltissime armi! Non c’è dubbio che queste forze entrerebbero in azione tutte le volte che il Governo si trovasse in gravi difficoltà, come nel caso di un impeachment o di una incriminazione del Presidente o dei suoi famigliari e amici, o di una possibile alternanza di governo. Questo è il danno irreversibile che il bolsonarismo sta provocando, e che si traduce nella tutela di forze non tanto occulte sul potere politico e la società e nell’usura quotidiana delle istituzioni democratiche. Una montagna di detriti autoritari che non sarà facile rimuovere.

Eliane Brum, una delle più lucide analiste della congiuntura politica brasiliana, sintetizza in modo molto efficace la sfida e il pericolo mortale che il bolsonarismo rappresenta per la democrazia:

Il bolsonarismo è, nella sua genesi e nella sua struttura, incompatibile con la democrazia. A mio parere, è anche incompatibile con la civiltà. Il fatto che Bolsonaro sia stato eletto non altera la sua vocazione totalitaria, né la sua logica di eliminazione degli oppositori come “falsi brasiliani”. Al contrario. Essendo stato candidato, nonostante tutti i crimini commessi a cominciare dall’apologia della tortura, Bolsonaro demoralizza e distrugge una democrazia fragile che non è mai stata capace di giudicare i crimini della dittatura e, per questo, non è mai stata capace di proteggersi da criminali come Bolsonaro.

Bolsonaro non solo riporta i generali di nuovo al governo e militarizza tutta la macchina pubblica, qualcosa che sembrava impossibile appena pochi anni fa, per un paese che ha vissuto una dittatura militare di 21 anni. Egli porta al Palazzo del Planalto anche la logica della guerra dei regimi totalitari. Nella dittatura iniziata con il golpe di 1964, i “nemici della patria” erano tutti gli oppositori politici, specialmente gli studenti che avevano resistito con la lotta armata. Nel regime creato dal bolsonarismo, che non possiamo più chiamare democrazia, i nemici della Patria sono tutti quelli che si oppongono democraticamente a esso e tutti quelli che sono un ostacolo al progetto economico dei gruppi al potere (https://racismoambiental.net.br/2020/09/03/7-de-setembro-morte-por-eliane-brum/).

Questa è la sfida che il bolsonarismo rappresenta, con o senza Bolsonaro: l’aggregazione di un insieme di interessi (gramscianamente, di un “blocco storico”) che esercita l’egemonia ideologica e politica, portando alla ribalta pubblica personaggi e idee, sempre esistite in Brasile, ma che erano sulla difensiva con i Governi di sinistra e che adesso sono uscite allo scoperto e stanno lavorando alacremente per promuovere un ribaltamento della democrazia.

Giuseppe Tosi

Giuseppe Tosi è professore titolare del Dipartimento di Filosofia dell’Università Federale della Paraìba (UFPB). È stato coordinatore del Programa de Pós-laurea in filosofia (2000-2003) e del Programa de Pós-laurea in diritti umani, cittadinanza e politiche pubbliche (2012-2014), dei quali continua a fare parte. Prima di iniziare, nel 1989, la carriera universitaria ha operato come volontario internazionale con i contadini e gli indigeni in Perù (1978-1981) e in Brasile (1981-1989) in progetti del Ministero degli Affari Esteri italiano, promossi dal Movimento Laici America Latina (MLAL). Nel 2018 gli è stato conferito dall’Assemblea legislativa della Paraìba il titolo onorifico di cittadino paraibano.

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