La Svezia e i media al tempo della pandemia

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La perdurante disinformazione sulla Svezia non meriterebbe forse un particolare interesse (anche se gli svedesi cominciano a temere che ne risenta la loro reputazione internazionale) se non ci ricordasse una volta di più come la logica manichea dei media, protesi alla semplificazione estrema della realtà, con l’individuazione del nemico di turno da additare al pubblico ludibrio, abbia contribuito non poco a spianare la strada al populismo.

Concentrandosi sui media italiani, salta all’occhio come l’immagine della Svezia sia stata strapazzata e ribaltata a seconda della convenienza del momento. Quando l’Italia era nel pieno del lockdown, il fatto che un paese europeo, democratico e anzi considerato all’avanguardia, si permettesse di scegliere una diversa strategia di gestione della crisi risultava profondamente disturbante, perché poteva alimentare dubbi sull’Italian way; giù quindi con epiteti ingiuriosi all’indirizzo degli svedesi (incapaci/irresponsabili/inumani). Nella seconda metà di aprile, avvicinandosi la fase 2, con tutte le incertezze annesse, la linea morbida svedese veniva riabilitata (anche dall’OMS), come esempio sostanzialmente virtuoso di «convivenza con il virus». Ora che il lockdown è alle spalle, e dobbiamo dare un senso ai sacrifici fatti, e soprattutto a quelli che ci attendono (i negozi che non riapriranno, i lavoratori cui non sarà rinnovato il contratto), la Svezia ridiventa l’anticristo.

E poi, diciamolo, è uno dei quattro paesi “frugali” (con Danimarca, Austria e Olanda) che si oppongono ai coronabond o come li si voglia chiamare. Certo, immalinconisce lo spettacolo della socialdemocrazia nordica, al potere in Svezia e Danimarca, che, pur avendo seguito con commossa partecipazione i dirompenti effetti della pandemia nei paesi mediterranei, ora nega la solidarietà del portafoglio. Nello stesso tempo, non va dimenticato che in entrambi i paesi i socialdemocratici devono fare i conti con i molti eurocritici nelle fila del proprio elettorato che sono ammaliati dalla propaganda nazionalista dei partiti xenofobi. Non è, questo, solo un problema svedese o danese, come ben sappiamo.

Indubbiamente la presa di posizione sul piano di salvataggio non giova all’immagine, già malconcia, della Svezia nel nostro paese. Ecco allora che, proprio quando si moltiplicano le voci, italiane e straniere (dall’INPS all’Economist), secondo cui in Italia il numero dei decessi da Covid, già spaventoso, sarebbe significativamente sottostimato, si dà grande risalto a una notizia diffusa in simultanea dal Financial Times e dal sito “Our World in data”: la Svezia avrebbe ora il più alto tasso di mortalità al mondo. I calcoli dei due media si basano su criteri non omogenei: il Financial Times confronta, infatti, paesi diversi nella stessa fase della pandemia (calcolata come il sessantunesimo giorno dal momento in cui il tasso di mortalità ha superato una certa soglia), mentre “Our World in data” guarda i dati dell’ultima settimana. In merito allo studio del Financial Times, poiché la Svezia ha scelto di “spalmare” il contagio nel lungo periodo, è evidente che il suo 61° giorno non è paragonabile a quello di paesi che hanno adottato il lockdown, cioè hanno scelto di comprimere, non mitigare, il contagio. L’obiezione vale ancora di più per il secondo studio; basti pensare che se il tasso di mortalità registrato in Italia tra fine marzo-inizio aprile (quando si registravano – orribile a dirsi – 800-900 decessi al giorno) fosse stato paragonato a quello di Wuhan, in quarantena (molto più rigida della nostra) da due mesi, l’esito sarebbe stato impari.  

L’aspetto grottesco di questa (dis)informazione sbrigativa e chiassosa è che, appiattendo tutto sul referendum pro o contro il lockdown, modello italiano vs. modello svedese e così via, non vengono analizzati i reali problemi della strategia svedese, che, con buona pace dei sostenitori delle maniere forti, non sono riconducibili alla scelta di affidarsi alla persuasione anziché ai divieti, bensì ad alcune gravi lacune nella strategia di prevenzione.

Dopo aver sottovalutato (come i loro colleghi italiani ed europei in genere) la pericolosità del Coronavirus, gli epidemiologi dell’Agenzia per la sanità pubblica hanno esplicitato i due assunti di fondo della loro strategia. Innanzitutto, la scelta di un approccio olistico: una pandemia non può essere affrontata solo come un’emergenza sanitaria, dal momento che attanaglia la società nella sua interezza. Tale orientamento spiega ad esempio la decisione di non chiudere la scuola materna e dell’obbligo, per non sottoporre bambini e ragazzini a isolamento, deficit educativo ecc. Una scelta, questa, confortata anche dagli epidemiologi norvegesi e danesi, i quali hanno dichiarato che la chiusura delle scuole stabilita dai rispettivi governi ha risposto a esigenze politiche, non sanitarie. L’approccio olistico può essere un’intelligente via d’uscita dal dilemma fasullo in cui sono state incardinate le misure di contrasto al virus: o la borsa (l’economia) o la vita (gli anziani). Illuminante dell’appiattimento anche linguistico dei più (sinistra inclusa) sulla Weltanschauung egemone è l’identificazione dell’economia con il mero profitto dell’imprenditore: come se essa non dovesse essere misurata innanzitutto sul benessere sociale, economico e anche sanitario dell’intera popolazione, nel breve come nel lungo periodo (ci si vadano a riguardare gli effetti dell’impoverimento da Troika sulla salute dei greci). Quanto agli anziani, è evidente che nessuno, se non i nazisti, può pianificare di lasciar morire in preda a crisi respiratoria gli ultraottantenni; se poi questo è successo, in Svezia come in Italia (e in questo secondo caso nonostante la quarantena), non per un piano criminale pregresso, bensì per malasanità, se ne chieda conto, ma non a chi ha sollevato dubbi su certe misure, bensì ai governi nazionali e locali.

Dall’approccio olistico l’Agenzia per la sanità pubblica svedese ha coerentemente derivato la linea del contenimento della pandemia: detto altrimenti, “saltare” la fase 1, imboccando da subito quella della convivenza con il virus; condizione necessaria ‒ come è stato ripetuto più volte ‒ era la protezione dei gruppi a rischio, in primo luogo gli anziani. Ebbene, benché la Svezia abbia un numero di decessi in rapporto alla popolazione sensibilmente inferiore, ad ora, a quello di Spagna, Italia, Regno Unito, Francia e Belgio (https://coronavirus.jhu.edu/data/mortality) – tutti paesi, si noti, che hanno adottato il lockdown – il numero di anziani morti di Covid nelle case di riposo di Stoccolma è molto alto.

L’epidemiologo di Stato, Anders Tegnell, ha dichiarato che non se lo aspettava. Ma come poteva andare diversamente, se il personale sanitario e assistenziale (compreso quello dei servizi domiciliari agli anziani) è stato testato esiguamente e tardivamente e per giunta non adeguatamente munito di dispositivi di sicurezza? Per proteggere gli anziani, bisognava tutelare innanzitutto medici, infermieri e assistenti sociali, così da evitare che propagassero il contagio. Quando ha definito la sua strategia, L’Agenzia per la sanità pubblica non è stata informata in modo corretto sulla disponibilità di attrezzature di protezione dalle altre autorità coinvolte nella gestione della crisi (l’equivalente della nostra Protezione civile e il Consiglio nazionale della sanità e del Welfare)? Questo solleverebbe pressanti interrogativi sul livello di coordinamento interistituzionale. Oppure sapeva, ma ha proceduto ugualmente, perché altro non era possibile fare, non essendoci tamponi e dispositivi di protezione per tutti? Su questo l’amministrazione comunale di Stoccolma, tradizionalmente in mano al centro-destra, dovrebbe urgentemente fornire risposte. E il governo centrale (socialdemocratico-verde) come si è mosso?

C’è da augurarsi che l’esperienza di Stoccolma serva da lezione – e così pare, in effetti – alle altre regioni del paese. In Svezia come in Italia, il problema non sono stati i cittadini, ma la quarantennale egemonia del neoliberalismo, che ha sacrificato centinaia di migliaia di vite umane, in modo diretto con le guerre, in forma indiretta con leggi finanziarie in ossequio ai parametri di Maastricht.

 

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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