Il Brasile alla soglia di una dittatura civile-militare

20/05/2020 di:

Il Brasile vive attualmente tre grandi crisi: sanitaria, economica e politica.

La crisi sanitaria

Dopo più di un mese dalle misure di isolamento sociale, nonostante e non a causa di esse, il Brasile, come era previsto, è entrato nella fase di pieno sviluppo della malattia con 500-700 morti al giorno per Covid-19. Il numero dei morti supera gli 11.000, il numero di contagiati i 160.000 e si registrano circa 7.000 nuovi casi al giorno: dati che sono certamente sottostimati perché si fanno pochi tamponi (alcuni ricercatori affermano che i contagiati sintomatici o asintomatici sarebbero già più di un milione). Il tasso di letalità della malattia è del 6,8% e tutti gli Stati della Federazione registrano vittime accertate. I casi più gravi sono negli Stati di São Paulo, Rio de Janeiro, Ceará, e Amazzonia; altri come Pernambuco e Maranhão sono in situazione critica. In tutti gli Stati, il sistema sanitario pubblico (il SUS, Sistema Único de Saúde, di tipo universalistico come quello italiano, ma meno efficiente) è al collasso o prossimo al collasso, con indici di occupazione nei Centri di Terapia Intensiva dal 70 al 100%. Mancano letti per i malati gravi, mancano i respiratori, non c’è personale sufficiente e preparato; mancano strumenti di protezione individuale per medici, infermieri, barellieri delle ambulanze; centinaia di professionisti hanno contratto il virus e ci sono state decine di morti. Il paese si era preparato con un certo anticipo, ma la popolazione dopo le settimane iniziali ha cominciato a rompere l’isolamento che è passato da 70% (minimo ideale) a meno del 50%. Le conseguenze si stanno vedendo adesso con la crescita esponenziale della diffusione del contagio.

La crisi economica

Già prima del virus, il Brasile viveva una situazione economica di crisi: la crescita del PIL si aggirava attorno all’1% e il tasso di disoccupazione era sull’11%, circa 13 milioni di persone in termini assoluti. La crisi sanitaria ha aggravato la crisi economica con effetti devastanti in tutti i settori, soprattutto quello dei servizi e delle piccole e medie imprese. Così come il SUS si è dimostrato essenziale per affrontare la crisi sanitaria, il Governo ultra-neo-liberale che voleva privatizzare tutto ha dovuto riconoscere l’importanza cruciale del ruolo dello Stato e delle banche pubbliche per garantire quel reddito minimo di cittadinanza di 600 reais alla grande massa della popolazione che vive sotto i limiti della povertà e alla giornata: l’enorme settore informale popolato da persone che, come si dice in Brasile, vendem o almoço para comprar a janta (vendono il pranzo per comprare la cena). Si è rivelata anche fondamentale la “bolsa família” creata dai governi del PT e sempre ferocemente criticata dalla destra, e tutte le banche-dati create dal sistema dello stato sociale per identificare le persone in situazione di povertà e di vulnerabilità. Il Governo sta mettendo in piedi interventi economici di emergenza, per le persone e le imprese, ma con gravi ritardi che provocano assembramenti agli sportelli bancari, che non rispettano le norme di scurezza sanitaria e alimentano il circolo vizioso del contagio.

La crisi politica

In una situazione come questa ci si immagina un minimo di unione di tutte le forze e le istituzioni politiche contro il comune nemico, il covid-19, e non contro l’avversario politico, ma purtroppo non è così. La crisi politica è la più grave perché accentua le altre due, soprattutto a causa degli sforzi continui della Presidenza della Repubblica di boicottare le misure di emergenza. Bolsonaro, all’apice della crisi, ha licenziato il ministro della sanità che stava svolgendo un lavoro efficiente con la scusa che non obbediva alle sue richieste di flessibilizzare l’isolamento sociale, ma in realtà per paura della sua popolarità, che era salita al 76% contro quella del 33% del presidente. Dopo un settimana ha mandato a casa anche il “mitico” ministro della Giustizia e della Sicurezza pubblica, l’ex-giudice Sergio Moro, che ha lasciato l‘incarico accusando il presidente di indebite e costanti pressioni e interferenze nelle indagini della polizia Federal, soprattutto di Rio de Janeiro; indagini che stavano avanzando in direzione dei figli e del clan della sua famiglia. Moro non era un ministro qualsiasi, era l’artefice principale della vittoria di Bolsonaro, l’uomo che aveva provocato il ritiro dalla competizione dell’unico candidato capace di batterlo, Lula. Inoltre, aveva e ha ancora un forte appoggio della popolazione per la sua fama di sceriffo nella lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata.

A dire il vero non è che Moro avesse fatto molto in questo senso pur avendo, in teoria, pieni poteri: le inchieste sui figli del presidente avanzavano a passo lento, i mandanti dell’omicidio di Marielle ancora non sono stati trovati, e tutte le inchieste nel sottomondo delle “milizia” avevano fatto pochi progressi. Perché allora cacciarlo? Perché Bolsonaro non accetta collaboratori ma sudditi, vuole essere attorniato da persone di sua stretta fiducia e obbedienza, vede nell’alleato che si distingue un possibile concorrente che immediatamente va messo da parte e gettato in pasto al “gabinetto dell’odio”, che comincia subito la campagna di diffamazione contro i traditori e i “comunisti”.

Non solo ha licenziato due ministri importanti in piena crisi ma non ha fatto il minimo che ci si attende da un presidente: non ha rivolto un discorso alla nazione per solidarizzare con le famiglie delle vittime del Covid-19 e con il personale sanitario che sta rischiando la vita; non è andato in nessuno degli Stati più colpiti dal virus; non ha visitato gli ammalati negli ospedali; ha preferito fare visita ai militari o comparire alle manifestazioni di strada dei suoi seguaci che chiedono il ritorno della dittatura, la chiusura del Parlamento e della Corte Suprema, la fine dell’isolamento sociale e l’apertura del commercio e delle fabbriche. Manifestazioni chiaramente eversive e anticostituzionali che provocano assembramenti proibiti dal ministero della sanità.

Non ha convocato una riunione con i governatori e i sindaci dei principali stati colpiti per discutere la crisi e per organizzare un programma comune: di fatto sono gli Stati e i comuni che amministrano la crisi; non ha creato un gabinetto di crisi con rappresentanti dei tre poteri; ha continuato a insultare la stampa invitando a “calar a boca” i giornalisti che gli facevano domande scomode. Bolsonaro è politicamente sempre più isolato, perde appoggio politico perché attacca le istituzioni repubblicane; perde appoggio popolare, anche se mantiene uno zoccolo duro del 30%; perde l’appoggio dei grandi gruppi industriali nazionali e stranieri preoccupati per l’instabilità politica che egli crea: ogni settimana c’è una nuova crisi, un nuovo nemico da combattere, un nuovo comunista da distruggere.

Ma allora è vicino alla caduta? Non è detto…

L’autogolpe civile-militare

Il fronte politico favorevole all’impeachment è sempre più ampio, anche se l’opposizione continua a essere divisa, ma Bolsonaro sta cercando nel Congresso un appoggio per superare l’ostacolo, trattando con i partiti del cosiddetto centrão (grande centro) che in campagna elettorale aveva stigmatizzato come la vecchia politica, ma che adesso diventano alleati preziosi.

Ma la grande incognita sono i militari. È vero che il suo è un governo di militari e non un governo militare. Ma la presenza dei militari al governo è così massiccia e istituzionale che la distinzione sembra molto, troppo sottile. I militari delle tre armi controllano: le due principali cariche della Repubblica, la presidenza e la vicepresidenza, 8 ministri su 22, hanno centinaia di esponenti nei più alti posti di governo e migliaia in tutte le sfere governative, dai municipi, agli Stati, alla Federazione. Una presenza capillare in vari ministeri, non solo quelli relativi alla sicurezza, dalle infrastrutture all’ambiente, dalla sanità all’educazione, dall’articolazione politica alle relazioni istituzionali. Si tratta di una vera e propria militarizzazione del Governo che pretende di militarizzare la società. In secondo luogo, va sfatato il mito che le forze armate siano una forza moderatrice: al contrario, fino ad ora hanno sempre appoggiato le misure dell’ex-capitano espulso dalla corporazione per disobbedienza e disturbi di personalità a soli 33 anni, e lo hanno sempre difeso.

I militari, dopo 30 anni di effettiva distanza dalla politica, sono tornati per restarvi ed esercitare una tutela sul potere civile. Bolsonaro ha dichiarato più volte che «chi comanda sono io» e «io sono la Costituzione» e i militari si autoproclamano i guardiani della Costituzione, con una interpretazione arbitraria dell’articolo 142 della Costituzione. L’intervista rilasciata dal vice-presidente Mourão il 14 maggio, invece di tranquillizzare ha spaventato il mondo politico, evocando il fantasma dell’intervento militare. La stampa ha ricordato che il candidato Mourão aveva difeso l’ipotesi di autogolpe in caso di caos sociale.

Alla fine, è più che legittimo chiedersi che ci stanno a fare tutti quei militari in incarichi che non hanno niente a che vedere con la loro funzione e formazione. Le forze armate dovrebbero essere al servizio dello Stato, non di un governo specifico, e di un progetto di militarizzazione della politica che ha purtroppo gravi precedenti nella storia repubblicana del Brasile. Non esiste oggi nel mondo un Paese democratico che abbia così tanti militari al governo: in una democrazia il ruolo politico delle forze armate dovrebbe essere zero o tendente a zero.

L’altra grande preoccupazione sono le milicias, i corpi paramilitari così vicini alla famiglia del Presidente, che esercitano il controllo di parti del territorio, con agganci politici ed economici, e l’appoggio dei sostenitori più fanatici dell’estrema destra. E che, oltretutto, possiedono molte armi! È abbastanza strano che queste forze che agiscono in combutta con la criminalità organizzata non abbiano ancora promosso azioni spettacolari più violente, ma non ci sono dubbi che entreranno in azione nel caso di un impeachment o anche solo di una alternanza di governo.

È questo il danno irreversibile che Bolsonaro ha fatto, qualsiasi cosa avvenga.

Ci sono molti scenari possibili in una situazione sempre più fluida e incostante, che vanno da un golpe di Bolsonaro a uno contro Bolsonaro, passando per situazioni intermedie. Fra gli scenari, uno dei più probabili è che l’aggravamento delle tre crisi produca una ribellione sociale, che giustifichi la proclamazione dello Stato di eccezione. Bolsonaro non avrebbe bisogno di un golpe: i militari sono già al governo. Si realizzerebbe cosi il suo sogno (e il nostro l’incubo), di un ritorno al potere di una dittatura civile-militare.