Il 1° maggio in Svezia: una nuova guerra delle rose?

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Per la prima volta nella sua storia, il movimento operaio svedese ha cancellato la festa del 1° maggio; non era avvenuto neppure durante la seconda guerra mondiale, anche se nel 1940 e 1941 le celebrazioni avevano assunto un’impronta interclassista, mobilitando l’intera popolazione sotto il vessillo della libertà e dell’indipendenza nazionale.

Inaspettatamente, in una fase caratterizzata più o meno ovunque (tranne che in Italia) dall’unanimismo di fronte all’emergenza coronavirus, questo 1° maggio on line ha messo in scena in Svezia il conflitto che da tempo oppone il sindacato operaio, LO, al partito socialdemocratico. Il rapporto tra le due organizzazioni è stato a lungo simbiotico sul piano programmatico, organizzativo e finanziario, con la LO che ha sempre funto da “cassa” per l’organizzazione politica del movimento dei lavoratori. La Svezia è al terzo posto (a pari merito con la Danimarca) nella classifica mondiale del tasso di sindacalizzazione (dopo Islanda e Cuba); quanto al partito socialdemocratico, dagli anni Trenta in avanti ha registrato una permanenza al governo e una percentuale media di voti senza paragoni nei paesi democratici. Parliamo di due giganti, quindi, tra i quali, tuttavia, a partire dagli anni Ottanta, è periodicamente scoppiata una “guerra delle rose” (dal fiore simbolo dei socialdemocratici).

A rendere problematico il rapporto tra le due organizzazioni concorrono oggi due fattori, tra loro intrecciati. A ottobre il partito xenofobo, criptonazista, dei Democratici di Svezia ha superato i socialdemocratici nelle intenzioni di voto degli operai: un regresso epocale, che potrebbe essere invertito dall’emergenza sanitaria (in linea con gli altri paesi, infatti, anche in Svezia il Governo, socialdemocratico, gode di un’accresciuta fiducia da parte dei cittadini, che si riverbera in un’ascesa del partito di Stefan Löfven nelle intenzioni di voto). Ma, anche ammesso che la strategia svedese di mitigazione del contagio non si riveli fallimentare, non è dato sapere quanto durerà questo effetto di riposizionamento elettorale una volta che il Paese dovrà affrontare le pesanti ripercussioni economiche della pandemia e la questione del finanziamento pubblico del Welfare: con buona pace di chi pensa che in Svezia tutto proceda come al solito, sono migliaia i lavoratori in cassa integrazione e quelli licenziati.

Proprio il mercato del lavoro e le politiche sociali sono il secondo fattore di attrito tra sindacato e partito. Quest’ultimo, infatti, uscito dalle elezioni del 2018 con il peggior risultato della sua storia (a dispetto di un non disprezzabile 28,3%!), per riuscire a formare, dopo quattro mesi di stallo nelle trattative, un governo stabile, ha sottoscritto, sfruttando le divisioni nel campo avversario, il cosiddetto “accordo di gennaio”. Esso impegna i socialdemocratici e i Verdi (loro alleati) a riformare ulteriormente il Welfare e l’economia in senso neoliberale, recependo i desiderata di due partiti “borghesi” (come sono ancora oggi definiti in Svezia i partiti pro-mercato), il partito di Centro e i Liberali. Questi, al pari della coalizione “rosso”-verde, hanno preferito un’alleanza trasversale alla formazione di un Governo che sarebbe entrato nella storia per lo sdoganamento degli xenofobi – che in Svezia, diversamente dagli altri paesi nordici, sono stati a lungo isolati da partiti e media mainstream con il cosiddetto “cordone sanitario” ‒. Il Partito di sinistra (8% dei voti), dopo essere stato equiparato, nel corso della campagna elettorale del 2018, ai Democratici di Svezia (la teoria degli opposti estremismi non cessa di far danni), è stato costretto a ingoiare il rospo: se avesse votato contro il Governo nato grazie all’accordo di gennaio, si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di aver propiziato l’ingresso degli xenofobi nella stanza dei bottoni.  Contemporaneamente, tuttavia, esso ha cominciato a capitalizzare lo scontento di quella fetta di elettori socialdemocratici che non si sente più rappresentata dal suo partito; tra loro, anche quegli operai che non si fanno incantare dalle sirene dei Democratici di Svezia, chiedendo al contrario una politica socialista (declinata spesso, purtroppo, in termini “nazionali”, perché chiede di limitare in modo sostanziale l’immigrazione: anche di questo si dovrà discutere, ragionando sull’attualità del “modello svedese”).  

Ecco allora che il 1° maggio virtuale dell’anno della pandemia ha visto prima il discorso di Stefan Löfven, che ha parlato non come leader dei socialdemocratici, ma come primo ministro, esortando i cittadini a mostrare il loro senso di responsabilità collettiva in un frangente così drammatico ed evitando qualsiasi accenno al “dopo” (che sarà assai divisivo) e poi quello del segretario generale della LO, che invece ha lasciato da parte la retorica dell’“union sacrée”. Karl-Petter Thorwaldsson ha ricordato, infatti, come la diffusione del virus ricalchi le diseguaglianze sociali (i sobborghi con prevalenza di immigrati sono i più colpiti, così come lo sono i lavoratori non tutelati) e, pur ringraziando il Governo socialdemocratico per la determinazione con cui sta affrontando la crisi, ha ammonito che il sindacato si aspetta che la stessa fermezza sia messa in campo una volta che l’emergenza sarà conclusa. Ripartire significa invertire la tendenza, ossia dire basta a quelle politiche che anche in Svezia hanno accresciuto le diseguaglianze, come la privatizzazione del Welfare e la precarizzazione del lavoro: «credo che quando la crisi sarà finita e ci incontreremo di nuovo, allora potremo dirci: abbiamo cambiato rotta per costruire una società che è solida, nella quotidianità come nell’emergenza. Abbiamo creato posti di lavoro sicuri. Abbiamo messo le persone davanti al mercato. Abbiamo garantito sicurezza alla gente comune».

Questo – l’appello alla lotta del sindacato, in nome di una società egualitaria – sarà uno dei molti fronti che i socialdemocratici, a emergenza finita, dovranno affrontare.

 

 

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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