Il Coronavirus, la democrazia svedese e la disinformazione

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Siamo tutti molto provati dalla quarantena, e preoccupati per il futuro; il balletto di date sull’avvio della fase 2 non aiuta. Cresce l’esasperazione dei cittadini, e allora bisogna spaventarli, anche diffondendo notizie false. Capita così che diversi media italiani raccontino come la Svezia, dopo settimane di sconsideratezza, sia stata costretta dal drammatico numero di morti per Coronavirus a fare marcia indietro, chiudendo a sua volta tutto e assegnando al Governo pieni poteri. Capisco che possa risultare irritante e incomprensibile per chi, come noi, è segregato in casa (e ancora di più per chi è in prima linea o ha subito un lutto) vedere foto di svedesi che vanno a spasso sotto i ciliegi in fiore oppure a correre nei parchi (o a nuotare in acque con una temperatura di 3 gradi). Tuttavia, a parte il fatto che non sono gli svedesi a diffondere queste foto (che spesso danno un’immagine distorta dell’affollamento: vale anche per le strade italiane), si fa un torto non solo alla Svezia, ma anche alla nostra intelligenza a star dietro a un’informazione, questa sì, di gregge.

Prima di riassumere i fatti, esplicito, in nome del principio di trasparenza, le mie fonti svedesi: il sito, e la conferenza stampa giornaliera, dell’Agenzia per la sanità pubblica; i tre principali quotidiani, di diverso orientamento politico (il liberale Dagens Nyheter”, il conservatore Svenska Dagbladet e il socialdemocratico Aftonbladet), la televisione pubblica (SVT) e i social media dei principali partiti.

Dal mio primo intervento sul tema (https://volerelaluna.it/mondo/2020/03/29/il-modello-svedese-alla-prova-del-coronavirus/), le novità sono ‒ a oggi 10 aprile ‒ tre: il divieto di recarsi in visita presso le case di riposo vale ora su tutto il territorio nazionale (mentre prima era a discrezione delle autorità locali); le attività produttive e commerciali rimangono aperte, ma i locali che non rispettano la raccomandazione di evitare distanze ravvicinate tra i clienti saranno prima ammoniti, poi, se perseverano, chiusi (soprattutto a Stoccolma); il Governo guidato da Stefan Löfven (una coalizione socialdemocratici-verdi che conta sull’appoggio esterno di due partiti di centro-destra) ha chiesto non pieni, bensì accresciuti poteri, per fronteggiare l’emergenza sanitaria nel periodo dal 18 aprile al 30 giugno.

Inizialmente Löfven aveva chiesto che il Governo potesse prendere decisioni urgenti in merito al contenimento del virus senza passare per il Parlamento; di fronte alla levata di scudi di tutti i partiti (eccetto i Cristianodemocratici e i populisti di destra, i Democratici di Svezia), che hanno espresso preoccupazione per il vulnus inferto alla democrazia, il Governo ha accolto la richiesta di condizionare la validità delle misure straordinarie all’approvazione del Parlamento. In breve: il Governo potrà rendere operativo subito il provvedimento, ma dovrà contemporaneamente sottoporlo all’assemblea elettiva, che si pronuncerà nel giro di un paio di giorni. Se l’esito sarà una bocciatura, il provvedimento verrà ritirato.

Rispetto all’Italia, due differenze saltano agli occhi: il ruolo del Parlamento, che viene preservato, anche se ex-post; la collegialità delle decisioni urgenti, prese non dal solo presidente del Consiglio, ma dal Governo nella sua interezza.

Due peculiarità svedesi vanno qui ricordate, una di lungo periodo, l’altra contingente.

Anzitutto la costituzione svedese (che non è un testo unico, ma comprende quattro leggi fondamentali, più un Atto parlamentare intermedio tra leggi fondamentali e ordinarie) non prevede lo stato di eccezione. La Svezia è un Paese neutrale, che ha vissuto la sua ultima guerra nel 1814. Si potrebbe discutere per ore di quanto questo invidiabile record storico renda il Paese impreparato ad affrontare le emergenze; in effetti, la condotta delle autorità di fronte all’omicidio del primo ministro Olof Palme, nel 1986, fu talmente disastrosa che ai nostri occhi di scaltri continentali risulta comprensibile solo ipotizzando un qualche coinvolgimento della polizia (che, peraltro, non escludono nemmeno alcuni svedesi).

L’altro elemento da tenere in considerazione è che ad affrontare l’emergenza Coronavirus è un Governo di minoranza (in Svezia vige il parlamentarismo negativo: si presume che l’esecutivo goda della fiducia del Parlamento fino a che una maggioranza di parlamentari non gli vota contro). È chiaro, quindi, che sarebbe molto complicato sia dal punto di vista costituzionale sia da quello parlamentare proclamare uno stato di eccezione: richiederebbe un processo incompatibile con l’urgenza imposta dalla crisi.

Si aggiunga che per gli svedesi è semplicemente impensabile che lo Stato vieti loro di uscire, o di svolgere attività fisica all’aperto: la vicinanza all’Orso russo, l’arci-nemico, li ha resi molto sensibili alle restrizioni della libertà. Diverso sarebbe se a chiederlo fossero gli esperti, che però ribadiscono l’importanza di tenersi in forma, pur mantenendo le distanze, per rafforzare il sistema immunitario.

Può darsi che gli svedesi siano degli sprovveduti e abbiano preso una sonora cantonata, come può essere che il loro attaccamento ai principi democratici sconfini nell’autolesionismo, o ancora che, cinicamente, valutino che un certo numero di morti “vale” la prosecuzione delle attività economiche (condizione necessaria per finanziare il Welfare State, ripetono i socialdemocratici così come i conservatori). Del resto, gli epidemiologi svedesi hanno esplicitato sin dall’inizio che il Coronavirus andava affrontato come un’emergenza a tutto campo e non unicamente sanitaria (senza con ciò sminuire la cruda realtà di morti e ricoverati). Quel che ad ora possiamo dire peraltro (per un bilancio definitivo bisognerà aspettare settimane) è che la strategia basata soprattutto sulla responsabilità individuale ha dato risultati buoni, anche se non ancora sufficienti; da qui il quotidiano appello delle autorità al senso del dovere di ciascuno. Al momento il numero di morti cresce di giorno in giorno in termini assoluti, ma la curva è stabile e il sistema sanitario regge, pur soffrendo, come in altri Paesi, di carenza di attrezzature.

Tutto può cambiare da un giorno all’altro, naturalmente; Pasqua sarà un momento critico anche per la Svezia. Ma resta un dato significativo: gli svedesi ‒ mi scrive da Gotland uno stimato storico marxista – si fidano di Anders Tegnell, l’epidemiologo “di Stato” (anche questa definizione racconta qualcosa del Paese nordico) perché, nonostante lo smantellamento di alcune sue parti, il Welfare State gode ancora di un ampio, e trasversale, consenso.

Anche il modello svedese uscirà trasformato dalla prova del Coronavirus: vedremo se delegittimato – è l’augurio dei suoi detrattori – o considerato degno di essere ridiscusso, magari a livello europeo, per affrontare su basi diverse le prossime emergenze.       

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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2 Comments on “Il Coronavirus, la democrazia svedese e la disinformazione”

  1. In pratica, il governo svedese ha chiesto la possibilità di emanare qualcosa di simile ai nostri decreti. Che sono operativi da subito, ma poi devono essere convertiti in legge dal Parlamento. Ho capito bene? Grazie.

    1. Il governo può adottare provvedimenti urgenti, senza passare prima per il parlamento; ma nel momento stesso in cui li adotta, li deve sottoporre al parlamento. Se questo non li approva (nel giro di 2-3 giorni), i provvedimenti devono essere ritirati.

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