Qualche riflessione sulla vicenda delle primarie USA

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La campagna per le elezioni 2020 era cominciata con notevoli entusiasmi e speranze nel campo progressista e anche più decisamente antagonista (insurgent) sia in USA che in Europa. Questi alcuni dei motivi:

– la precedente campagna elettorale di Bernie Sanders, nel 2016, aveva lasciato una positiva eredità di mobilitazione più o meno organizzata di strati di elettorato giovanile;

– alcune delle proposte, meglio definitesi in questo ultimo periodo, come quella dell’assistenza sanitaria universale gratuita, avevano (e hanno) raccolto un’adesione larghissima, credo maggioritaria, nell’opinione pubblica;

– anche la prospettiva di una politica di stampo globalmente socialdemocratico (con una declinazione particolare, molto specifica della cultura politica USA) incontrava un discreto sostegno;

– con le elezioni di midterm, una piccola ma agguerrita pattuglia di rappresentanti di posizioni alternative al sistema di cogestione bipartisan sostanzialmente imperante da tempo ha ftto il suo ingresso alla Camera, riuscendo anche ad attirare l’attenzione su un’agenda di cambiamenti strutturali (si veda Alexandra Ocasio-Cortez e la sua proposta di Green new Deal);

– infine, aspetto molto rilevante, negli ultimi due anni si è verificata una ripresa di lotte, dalla scuola ai servizi all’industria, sia dentro che fuori dal quadro delle organizzazioni sindacali tradizionali, che in qualche caso è riuscita ad ottenere vittorie rilevanti e comunque, complessivamente, non ha subito sconfitte significative.

C’era quindi, almeno sulla carta, un insieme di condizioni favorevoli per un successo elettorale di un candidato di sinistra: un buon livello di mobilitazione sociale, una base di militanti organizzati, una serie di obiettivi economici e sociali presentati con chiarezza e largamente condivisi. Invece non sta andando così. Dopo una fase iniziale in cui sembrava che la candidatura di Bernie Sanders prendesse il largo, siamo oggi a prendere atto che la battaglia è già persa, in una fase ancora relativamente preliminare della corsa alle primarie, e che Sanders si trova di fronte a decisioni non semplici e certamente per lui drammatiche. L’età non ha certo giovato (ma anche Biden è vecchio), anche se comunque Sanders ha raccolto in particolare il voto dei giovani.

In un articolo su The Nation, vengono analizzate due opzioni: non ritirarsi e andare fino alla Convenzione, cercando di far accettare da Biden e dall’establishment democratico almeno una parte dei suoi obiettivi, o rinunciare adesso per dedicare le energie sue e del movimento a una battaglia politica per affrontare la grave crisi che attraversa il paese. Certo, il movimento che sta dietro a Sanders e i quadri che si sono formati sono l’eredità più positiva di questa fase, e si può sperare che sia in grado di sostenere una fase di lotta politica più intensa ed efficace; per ora, però, va preso atto del fatto che non è riuscito a coinvolgere nelle primarie i settori che tradizionalmente non votano, e questo è un limite serio.

La situazione è comunque difficile per la sinistra USA: Biden appare debole di fronte all’aggressività di Trump, e nell’insieme il partito democratico si posiziona in questo momento, con le sue proposte, più a destra rispetto alle scelte che sta facendo l’amministrazione, in grado, in maniera abbastanza spregiudicata, di cambiare strategia rapidissimamente e di mettere in gioco ingenti risorse. Solo una crisi verticale del sistema sanitario e di sicurezza sociale USA potrebbe mettere in forte difficoltà Trump e prospettare un capovolgimento di fronte, per ora difficilmente immaginabile. Certo, è paradossale che in un momento come questo, il candidato che ha fondato la sua battaglia sul servizio sanitario universale sia fuori gioco, e che il suo partito non adotti questa parola d’ordine. Ma tutto ciò fa riflettere sulla struttura sociale degli USA, e può portare ad alcune riflessioni più generali.

L’America resta un paese profondamente diviso, dalla guerra di secessione in poi, che non ha mai fatto i conti con le sue contraddizioni, quelle di uno Stato imperiale che, oltre a incrementare le diseguaglianze all’esterno (e a trarne profitto), non è in grado di evitare che aumentino anche all’interno. Come abbiamo imparato, questo non vuol dire automaticamente che lo sbocco sia uno spostamento a sinistra, in particolare degli strati popolari e degli strati tradizionalmente più o meno garantiti che oggi sono in difficoltà. La storia della sinistra americana, poi, pur con una notevole vivacità, è stata segnata da debolezze e settarismi anche più forti di quelli nostrani, come si è visto anche in questa campagna elettorale.

Il problema è sempre lo stesso, là come qua: qual è il rapporto fra battaglia per conquistare le istituzioni e quella per efficaci politiche di cambiamento strutturale? Il sogno di avere un presidente USA che si dichiarava socialista era molto bello, e forse serviva a noi come alibi per dimenticare le nostre debolezze: ma la realtà ci dice che non c’erano e non ci sono le basi materiali perché questo i realizzi. La domanda potrebbe essere, di nuovo là come qua: ci saranno mai? È questa la strada, o i tempi chiederebbero altro? E quale forma organizzativa può essere utile e realistica, partito, movimento o “partito surrogato”, come proponeva la sinistra socialista americana, una struttura organizzata che però deleghi la rappresentanza istituzionale ad un partito tradizionale, puntando a condizionarne la politica anche con la presenza di candidati indipendenti?

Non lo so, ma vorrei concludere (per ora) con una recente dichiarazione di Landini: «Chi si pone l’obiettivo di governare – un obiettivo necessario perché i cambiamenti si fanno solo governando […]» (L’orizzonte del lavoro. Dialogo tra Maurizio Landini e Massimo D’Alema, ItalianiEuropei, febbraio 2020). Mah. Un determinismo d’altri tempi? Forse non è di questo che dovremmo parlare. E se ci fossero altre strade?

Davide Lovisolo

Davide Lovisolo è stato docente di Fisiologia all'Università di Torino dal 1968 al 2015. Dal 1968 ha militato nei movimenti di base, è stato attivista politico in Avanguardia Operaia e poi in Democrazia Proletaria fino al 1978; dal 1980 al 1991 ha militato nel PCI. È stato uno dei responsabili del movimento per il diritto alla casa a Torino negli anni Settanta, delegato sindacale e esponente del Coordinamento Genitori torinese dal 1992 all'inizio degli anni 2000. Da anni è attivo nella cooperazione sociale.

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