Il golpe di Bolsonaro è in corso?

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La situazione politica brasiliana è in pieno movimento e continua il logoramento quotidiano della democrazia da parte del presidente e del suo Governo. Un presidente sempre più isolato politicamente che si trova in difficoltà per gli scarsi o nulli risultati economici e che scarica, come di suo costume, la responsabilità sugli altri: il Parlamento, i governatori, la stampa, il Supremo Tribunale Federale. Ecco alcune situazioni emblematiche delle ultime settimane.

Il caso Roberto Alvim

Il 16 gennaio 2020, Roberto Alvim, registra teatrale da pochi mesi nominato Segretario alla Cultura, ha diffuso nelle reti sociali un video di questo tenore: «L’arte brasiliana della prossima decade sarà eroica e sarà nazionale, sarà dotata di una grande capacità di coinvolgimento emozionale, e sarà imperativa, nonché profondamente legata alle aspirazioni urgenti del nostro popolo – o non sarà nulla». Il video con il discorso di Alvim, che appare seduto davanti a una scrivania con una immagine di Bolsonaro sullo sfondo, una bandiera del Brasile e un crocefisso sul tavolo, ha come musica di sottofondo il Lohengrin di Richard Wagner, e riproduce quasi alla lettera un discorso di Joseph Goebbels: «L’arte tedesca della prossima decade sarà ferreamente romantica, sarà oggettiva e libera di sentimentalismo, sarà nazionale con un grande pathos e ugualmente imperativa e vincolante, o non sarà nulla» (dal libro dello storico tedesco Peter Longerich, Joseph Goebbels. Una biografia). Continua Alvim: «Vogliamo una cultura dinamica, ma allo stesso tempo radicata nella nobiltà dei nostri miti fondatori. La patria, la famiglia, il coraggio del popolo e il suo profondo legame con Dio orientano le nostre azioni nel creare le politiche pubbliche. Le virtù della fede, della lealtà, dell’autosacrificio e della lotta contro il male saranno elevate a territorio sacro delle opere d’arte. Desideriamo una nuova arte nazionale, capace di incarnare simbolicamente le aspirazioni dell’immensa maggioranza della popolazione brasiliana con artisti dotati di sensibilità e di formazione intellettuale, capaci di guardare verso il futuro e percepire i movimenti che nascono». Alvim aveva il giorno prima ricevuto l’appoggio entusiasta del presidente al suo progetto culturale e non ha resistito, come regista teatrale, alla tentazione di inscenare una pièce ispirata al nazionalsocialismo, forse pensando che sarebbe passata inosservata, o che avrebbe avuto l’appoggio entusiastico del presidente e dei suoi seguaci. Sta di fatto che Bolsonaro, dopo alcune titubanze, è stato obbligato a dimetterlo il giorno stesso, non per le idee espresse, ma per la coreografia nazista che ha indignato varie autorità pubbliche ma soprattutto l’ambasciatore di Israele e la comunità ebraica. Un video decisamente di cattivo gusto, che ha dato ad Alvim i suoi 15 minuti di fama, ma ha anche mostrato i riferimenti ideologici di questa gente. Non solo nella cultura, ma in tutto il Governo c’è un tentativo di creare una caricatura dello Stato etico di gentiliana memoria (senza lo spessore culturale del filosofo fascista), violando la laicità dello Stato, attraverso l’imposizione di comportamenti morali in un’associazione fra le chiese evangeliche neo-pentecostali e i militari: «Deus acima de tudo, o Brasil acima do todos». Una miscela esplosiva per la democrazia e lo Stato laico; la religione come sfacciato instrumentum regni. Alvim è stato sostituito con Regina Duarte, ammiratrice di Bolsonaro, storica attrice delle telenovelas della TV Globo che ha promesso di chiudere la “guerra culturale” promossa da Alvim. Vedremo.

La morte sospetta di un miliciano

L’altro episodio inquietante è stato l’uccisione di un dei leader dei miliziani di Rio de Janeiro, Adriano da Nóbrega, avvenuta il 9 febbraio in una località remota all’interno dello Stato della Bahia. Adriano era un ex poliziotto delle forze di élite della polizia militare di Rio, accusato di essere il capo della più pericolosa milizia di Rio e di dirigere il cosiddetto “ufficio del crimine” (escritório do crime), il braccio armato che coordinava le esecuzioni, fra le quali quella di Marielle Franco. Hanno partecipato all’operazione circa 70 poliziotti, che non sono riusciti a prenderlo vivo, il che lascia pensare a un’esecuzione per queima de arquivos (“eliminazione di testimoni”). Nel passato in due occasioni, nel 2003 e nel 2005, il capitano aveva ricevuto la più alta decorazione del Parlamento di Rio de Janeiro su iniziativa di Flavio Bolsonaro. La sua ex moglie e sua madre lavoravano nel gabinetto dello stesso deputato, anche quando lui era latitante, e il presidente Bolsonaro, da deputato, in più occasioni aveva difeso in discorsi pubblici l’azione delle milizie come garanzia di ordine in assenza dello Stato. Cosa ha fatto il superministro della sicurezza e della giustizia Sergio Moro in questo frangente? Invece di investigare su questa morte sospetta, ha denunciato Lula per aver accostato Bolsonaro alle milizie, comportandosi sempre più come avvocato di Bolsonaro che come ministro della giustizia. Sono passati 700 giorni dall’assassinio di Marielle Franco e del suo autista e ancora non si conoscono i mandanti del delitto.

L’ammutinamento della polizia militare nello Stato de Ceará

Ma il fatto più grave è successo nello Stato nordestino del Ceará governato dal PT (Partido dos Trabalhadores). Dopo un lungo negoziato il Governo era arrivato, nel mese di febbraio, a concedere alla polizia militare aumenti salariali sostanziosi; dall’accordo si sono però sfilate alcune frange sotto il comando di deputati militari bolsonaristi, che hanno promosso uno sciopero esplicitamente proibito dalla Costituzione. In poco tempo lo sciopero si è trasformato in un ammutinamento di settori delle forze di sicurezza che, incappucciati e armati, hanno occupato caserme, depredato le auto della polizia, intimidito la popolazione impedendo l’apertura degli esercizi commerciali, incendiato automobili. Nei 15 giorni dell’ammutinamento si è registrato un aumento esponenziale degli omicidi in tutto lo Stato, da 5-6 al giorno si è arrivati a un picco di 36 morti, per un totale di 190 persone uccise nello Stato: in parte per l’assenza della forza pubblica, ma in gran parte per l’azione criminosa degli stessi agenti dello Stato che invece di proteggere la vita delle persone l’hanno attaccata. Il governatore ha chiesto e ottenuto l’intervento della forza nazionale composta di settori dell’esercito e della polizia militare (corpo ausiliare dell’esercito) che non è però riuscita a frenare lo stillicidio di morti. Dopo 15 giorni di caos e senza l’appoggio della popolazione, l’ammutinamento è terminato con un accordo che non prevede l’amnistia agli ammutinati, alcuni dei quali sono già stati affidati alla giustizia. Il presidente della Repubblica non ha minimamente criticato l’azione della polizia, il ministro della Giustizia Sergio Moro ha dichiarato che l’azione era illegale ma che non si potevano considerare i poliziotti come dei criminali e il generale comandante delle forze di sicurezza nazionale ha elogiato il “coraggio” dei poliziotti ammutinati. 20 dei 23 governatori degli Stati hanno solidarizzato con il governo del Ceará e si sono detti disposti a inviare rinforzi militari nel caso in cui il Governo federale avesse ritirato la forza nazionale. La preoccupazione dei governatori è che, con l’appoggio esplicito o implicito del Governo federale, settori politicizzati delle forze di sicurezza promuovessero movimenti in tutti gli Stati della Federazione, creando panico e caos nell’opinione pubblica in modo da provocare lo stato di emergenza o di eccezione: che in fondo è quello che Bolsonaro vuole e che non è ancora stato del tutto scongiurato…

Il confronto con il Parlamento

Altro fatto rilevante di questo periodo è l’aumento della tensione fra esecutivo e legislativo. Il pretesto è stato il dibattito sull’approvazione del bilancio dello Stato e la divisione delle risorse tra esecutivo e legislativo. Un negoziato normale in una democrazia presidenziale con un forte ruolo del Parlamento, come negli Stati Uniti, che è stato tuttavia interpretato dall’esecutivo come una forma di ricatto. Di qui l’appello di Bolsonaro e del generale Heleno, uno dei militari più importanti del Governo, che si sono rivolti alla popolazione invitandola inizialmente a scendere in piazza il 15 marzo contro il Congresso e contro il Tribunale Supremo. Lo stesso presidente ha twittato un video dei suoi sostenitori fanatici e ha esortato la popolazione a scendere in piazza per chiedere la chiusura del Parlamento e del Tribunale Supremo che non lasciano lavorare il presidente. Per contrapporsi alla manifestazione della destra i sindacati hanno lanciato per il 18 marzo un giorno di lotta. La sospensione della manifestazione del 15 marzo per l’incombere dell’epidemia di Coronavirus ha solo rinviato il confronto. Ci sarà probabilmente una prova di forza, con esiti incerti, per vedere chi porta più gente in piazza. La strategia di Bolsonaro, però, è chiara: governare unicamente per i gruppi sociali ed economici che lo appoggiano, e lottare contro i nemici interni ed esterni del Governo, reali o immaginari che siano. Per questo ha bisogno di mantenere sempre viva la tensione con gli altri poteri per avere l’appoggio incondizionate del suo popolo.

La militarizzazione della società

L’altra strategia è la militarizzazione crescente del Governo e della società: 8 ministri su 22 sono militari; ad essi si aggiungono il presidente (capitano) e il vicepresidente (generale), più decine di militari delle tre armi in vari posti di comando nei ministeri e nelle segreterie: ci sono più militari nel Governo oggi che all’epoca della dittatura. Anche il ministero della “casa civil” è stato dato a un generale. Senza contare i privilegi corporativi che le forze armate hanno ricevuto: una riforma della previdenza sociale che ha manutenuto una serie di privilegi tolti alle altre categorie e il bilancio della difesa in armamenti che è cresciuto più di quello degli altri ministeri: più armamenti e meno educazione, salute, abitazione! Ma si vuole militarizzare sempre di più non solo la sicurezza pubblica ma anche l’educazione: il progetto è diffondere in tutto il Paese le cosiddette scuole civico-militari, nelle quali la disciplina sarà impartita dai poliziotti con l’alza bandiera quotidiano, l’esecuzione dell´inno nazionale, l’uniforme uguale per tutti, una rigida gerarchia e il contenuto delle lezioni controllato dai poliziotti pronti a censurare i libri e i professori che non coltivano i valori tradizionali di Dio, Patria e Famiglia.

L’attacco alla libertà di stampa

L’ultimo aspetto rilevante sono i continui attacchi personali del presidente (diffusi poi dai suoi seguaci nelle reti sociali) contro i giornali, le televisioni e le radio che lo criticano. Una relazione della Federazione Nazionale dei Giornalisti ha rilevato che nel 2019 sono state registrate 121 interventi aggressivi del presidente della Repubblica contro i giornalisti. Nelle sue interviste collettive, Bolsonaro si circonda di fans che lo appoggiano rumorosamente e attaccano i giornalisti presenti, non risponde alle domande scomode e spesso interrompe l’intervista facendo gesti osceni verso i giornalisti presenti. L’ultima bravata è stata quella di chiamare alla conferenza stampa un umorista che lo imita offrendo una banana (gesto offensivo in Brasile) ai giornalisti presenti, che si sono ritirati. Dietro l’apparente provocazione c’è però una strategia: favorire economicamente e politicamente i gruppi editoriali e mediatici leali e combattere i “nemici” che “non dicono la verità” sul Governo, attizzando i propri seguaci contro di loro. In un certo senso i grandi gruppi mediatici meritano questo trattamento perché hanno appoggiato o non hanno contrastato l’ascesa di Bolsonaro in funzione anti Lula e anti PT, affermando che non era un pericolo per la democrazia. Il liberalismo latino-americano non si è mai speso in favore della democrazia ed è sceso spesso a patti con le dittature, come sta facendo adesso con un nuovo tipo di golpe istituzionale diffuso in America Latina, che non rispetta le regole del gioco democratico, costringe alle dimissioni i presidenti e promuove governi autoritari. In questa congiuntura è la sinistra ad essere impegnata nella difesa della democrazia e dei diritti umani. I “liberali” (che alla fine sono più liberisti che liberali) o sono conniventi con l’autoritarismo, per difendere i loro interessi economici, o ne sottostimano il pericolo, non essendo direttamente minacciati o, ancora, affermano ipocritamente che Lula e Bolsonaro sarebbero entrambi estremisti, due facce della stessa medaglia, dimenticando che la sinistra al governo non ha mai minacciato la democrazia, ma ha rafforzato le istituzioni, garantito le libertà fondamentali ed è stata la vittima principale dei golpe autoritari.

Conclusione

Per questo non è stato possibile ed è ancora difficile creare una coalizione contro l’autoritarismo e il fascismo montante che riunisca le forze democratiche. L’opposizione è divisa e titubante, il PT in continua rifondazione. Lula ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Parigi in uno scenario magnifico e pieno di pubblico e ha mantenuto contatti con vari leader politici e sindacali dell’Europa, dopo essere stato ricevuto e benedetto da Papa Francesco qualche settimana fa. Ovviamente niente di ciò è apparso sulle grandi reti televisive e sui grandi giornali se non per formulare delle critiche. Lula è libero, ma molti cominciano a chiedersi: per fare cosa? Concludo con la citazione di un articolo dell’edizione brasiliana del giornale spagnolo El País, uno dei giornali più indipendenti e combattivi in questo frangente politico. Scrive la giornalista Eliane Brum alla fine di un articolo intitolato: O golpe de Bolsonaro está em curso. Já está acontecendo: a hora de lutar pela democracia é agora: «L’uomo che pianificava di mettere bombe nelle caserme per ottenere migliori salari è oggi presidente del Brasile ed è circondato da militari, alcuni di essi ancora in attività, ed è l’idolo dei poliziotti che si ammutinano per imporre i suoi interessi con la forza. Poliziotti che sono abituati a uccidere in nome dello Stato anche in una democrazia e che raramente rispondono per i crimini commessi. Essi sono dappertutto e sono armati ed è da molto tempo che non obbediscono a nessuno. L’ora di lottare sta passando».

Giuseppe Tosi

Giuseppe Tosi è professore titolare del Dipartimento di Filosofia dell’Università Federale della Paraìba (UFPB). È stato coordinatore del Programa de Pós-laurea in filosofia (2000-2003) e del Programa de Pós-laurea in diritti umani, cittadinanza e politiche pubbliche (2012-2014), dei quali continua a fare parte. Prima di iniziare, nel 1989, la carriera universitaria ha operato come volontario internazionale con i contadini e gli indigeni in Perù (1978-1981) e in Brasile (1981-1989) in progetti del Ministero degli Affari Esteri italiano, promossi dal Movimento Laici America Latina (MLAL). Nel 2018 gli è stato conferito dall’Assemblea legislativa della Paraìba il titolo onorifico di cittadino paraibano.

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