Brasile. Il governo Bolsonaro: un anno di logoramento della democrazia

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Di recente ho concluso un articolo scrivendo che le misure prese da Bolsonaro e dal suo governo «minano i fondamenti dello Stato democratico di diritto e non lasciano dubbi sulle intenzioni del presidente e dei suoi seguaci, sulle loro tendenze autoritarie e simpatie neofasciste. Resta da capire se le istituzioni e il “popolo” saranno capaci di reagire e di proteggere la fragile e recente democrazia brasiliana da questo attacco violento» (https://volerelaluna.it/mondo/2019/11/27/il-brasile-e-ancora-una-democrazia/). Per rispondere a questa domanda dobbiamo considerare due aspetti della congiuntura politica.

1.

C’è, in primo luogo, l’aspetto delle relazioni fra i tre poteri, uno dei fondamenti del gioco democratico. In esso il 2019 è stato caratterizzato da una serie di sconfitte del governo da parte del legislativo.

La riforma del sistema previdenziale è stata approvata dal Legislativo con profonde modifiche rispetto al testo del governo, per lo meno su tre punti fondamenti. Il ministro dell’economia Paulo Guedes – formatosi alla scuola di Chicago e che ha lavorato per anni nel governo di Pinochet – aveva messo a punto una riforma pensionistica il cui asse centrale era la capitalizzazione privata individuale, con poca o nessuna collaborazione delle imprese e dello Stato. La sua filosofia ultra-neoliberale considera lo Stato un mero sussidiario del mercato. Il mercato è la regola, lo Stato l’eccezione non solo in economia (da qui un grande progetto in atto di privatizzazioni delle imprese e delle banche statali o a partecipazione statale), ma anche per quel che riguarda la salute, l’abitazione, l’educazione, settori già ampiamente privatizzati e in mano alle élite.

Il Parlamento ha rifiutato questa impostazione e ha mantenuto il ruolo centrale dello Stato e delle imprese nel sistema pensionistico. Ha influito su ciò il fatto che il dibattito parlamentare sia avvenuto proprio nel periodo in cui il Cile era sconvolto da grandi manifestazioni e rivolte di piazza per denunciare le terribili conseguenze sociali delle politiche neoliberali di Pinochet e chiedere una nuova Costituente. Il parlamento ha inoltre rifiutato la proposta di “decostituzionalizzare” la previdenza sociale e ha mantenuto le pensioni delle categorie più vulnerabili, che non possono pagare integralmente i contributi previdenziali, ispirandosi a una logica solidarista. Le opposizioni non hanno votato il progetto, che comporta la perdita di diritti delle classi più povere e il mantenimento delle pensioni d’oro dei settori privilegiati dell’amministrazione pubblica, della magistratura e dei militari, ma sono riuscite a imporre la ritirata delle misure più impopolari.

Lo stesso è avvenuto con il “pacote anticrime”, l’insieme di misure elaborate dall’ex-giudice della Lava-Jato Sérgio Moro e attuale super-ministro della Giustizia e della Sicurezza Pubblica, di carattere eminentemente repressivo. Il progetto è stato radicalmente modificato in tre aspetti cruciali. Non è stato accettato l’“excludente de ilicitude”, che ampliava la legittima difesa dei poliziotti nel caso in cui si trovassero “in stato di forte emozione”, non è stata concessa la licenza di possedere armi che Bolsonaro aveva promesso come sua principale bandiera in campagna elettorale ed è stata introdotta la figura del “giudice di garanzia” (che non esisteva nel sistema giuridico brasiliano), così distinguendo le funzioni del giudice istruttore e del giudice giudicante. A determinare l’introduzione del giudice di garanzia, in vista di un processo più equo e indipendente, è stato il comportamento chiaramente di parte di Moro nel caso Lula (rivelato dall’intercept Brazil). Moro si aspettava che Bolsonaro bloccasse questa disposizione, che invece il presidente ha promulgato, creando così un altro fattore di attrito fra i due.

Un altro esempio di indipendenza del Parlamento è stata la promulgazione della legge contro l’abuso del potere giudiziario, che cerca di limitare il ricorso alla “condução coercitiva” (una sorta di mandato di accompagnamento a cui è stato sottoposto Lula con un grande apparato poliziesco), alla carcerazione preventiva (usata come strumento di pressione e di delazione), alla registrazione e divulgazione non autorizzata di intercettazioni telefoniche (come il dialogo fra Lula e Dilma consegnato nello stesso giorno ai grandi mezzi di comunicazione). Tutte misure osteggiate dal ministro Moro ma approvate dal Parlamento e promulgate dal Presidente.

Si spera che il Parlamento mostri la stessa propensione all’indipendenza e alla moderazione a proposito di una misura proposta dall’esecutivo per controllare le elezioni dei rettori delle Università Federali. Il progetto ferisce gravemente la fragile e precaria autonomia universitaria ed è stato inviato al Parlamento nella forma di “misura provvisoria” (che, se non approvata, scade in tre mesi) e non di “progetto di legge” (con tempi di dibattito più lunghi), senza che ci fosse stata nessuna previa consultazione e nessun accordo con le associazioni dei rettori (ANDIFES) e dei professori (ANDES).

Qualcosa di simile è avvenuto con il Supremo Tribunale Federale, che ha preso decisioni indipendenti (e a volte impopolari) come quelle di considerare l’omofobia un delitto comparabile al razzismo e di stabilire che un condannato possa andare in carceree solo dopo l’esaurimento di tutti e tre i gradi di giudizio, come prevede la Costituzione, permettendo così la liberazione dell’ex presidente Lula.

Sono misure che hanno fatto parlare i commentatori, forse impropriamente, di una funzione moderatrice del Parlamento (nonostante sia uno dei più conservatori e di destra della storia brasiliana) e della Giustizia (nonostante le omissioni e le connivenze di ampi settori del potere giudiziario). E sono sconfitte pesanti per il progetto autoritario di Bolsonaro e del suo governo, ma che non sembrano preoccuparlo più di tanto.

2.

Qui entra in gioco il secondo aspetto della questione: l’attivismo extra-parlamentare del presidente.

Da deputato Bolsonaro non ha mai agito per mediare tra diversi interessi e posizioni, ma per distinguersi con un discorso radicale da outsider e da “antisistema”, che rivendica l’eredità della dittatura e rappresenta gli interessi di corporazioni, principalmente militari. Sono stati questo discorso e questo atteggiamento a conferirgli visibilità e ad avergli fatto vincere le elezioni. Una volta eletto non ha mai governato (nemmeno nella retorica) per tutti i brasiliani, ma solo per una parte dei suoi elettori: evangelici fondamentalisti, settori della polizia e delle forze armate, milizie, grandi impresari rurali dell’agrobusiness ecc.

Appena eletto Bolsonaro ha dichiarato che, prima di costruire, bisognava distruggere molte cose: il Partito dei Lavoratori (PT), il comunismo (che minaccia la proprietà privata); “l’ideologia di genere” (che minaccia la famiglia tradizionale), il marxismo culturale, il metodo gramsciano e quello di Paulo Freire, da lui definito “spazzatura” (che indottrinano gli studenti: https://www1.folha.uol.com.br/cotidiano/2020/01/bolsonaro-chama-livros-didaticos-de-lixo-e-propoe-que-material-seja-suavizado-em-2021.shtml) e tutti i nemici del suo guru di riferimento, l’astrologo e pseudo-filosofo Olavo de Carvalho. Nel momento della proclamazione dei risultati elettorali, sulla sua scrivania, oltre alla Costituzione, c’erano la Bibbia e il libro L’idiota collettivo di Olavo: tre cose impossibili da conciliare!

È questa azione distruttiva, portata avanti con metafore belliche, che gli sta a cuore e che gli interessa, non il gioco parlamentare. Due esempi per tutti:

a) Bolsonaro ha nominato come responsabile della cultura (che non è più un ministero ma una segreteria del ministero del turismo) il regista teatrale Roberto Alvim, ammiratore dichiarato del guru bolsonarista Olavo de Carvalho, che ha incitato gli “artisti conservatori” a creare una “macchina da guerra culturale” contro lo “esquerdismo” (la politica di sinistra). Durante un incontro dell’UNESCO a Parigi Alvim ha dichiarato: «Nelle ultime due decadi l’arte e la cultura brasiliana sono state ridotte e meri veicoli di propaganda ideologica, di tribuna politica, di propagazione di una agenda progressista contraria alle basi della nostra civiltà e alle aspirazioni della maggioranza del nostro popolo», proseguendo con l’affermazione: «Promuoveremo una cultura allineata con le grandi realizzazioni della nostra civiltà giudaico-cristiana. Chiamiamo questo movimento di Conservatorismo nell’Arte». Come se non bstasse, ha, infine, concluso sostenendo che tutto questo era fatto «per la Gloria di Dio» (https://www.tercalivre.com.br/secretario-da-cultura-denuncia-estrategia-de-dominacao-cultural-na-unesco/). Alvim ha inoltre nominato per dirigere la Fondazione Zumbí de Palmares (dal nome dell’eroe della resistenza dei quilombos) Sérgio Nascimento de Carvalho, nero e militante di destra, il quale afferma che non esiste in Brasile «un razzismo reale», che la schiavitù fu «benefica per i discendenti degli schiavi» e che il «movimento negro» deve «essere estinto» (https://nossapolitica.net/2019/11/presidente-fundacao-palmares/);

b) Bolsonaro ha fatto della critica ai diritti umani definiti “diritti dei banditi” una delle sue battaglie preferite in campagna elettorale e, arrivato al governo, ha unificato il ministero dei Diritti Umani con quello della Famiglia e della Donna e nominato a dirigerlo Damares Alves, pastora di una chiesa evangelica neopentecostale fondamentalista. Nella sua prima dichiarazione quest’ultima ha detto che «lo Stato è laico, ma questa ministra è tremendamente cristiana». La ministra si dichiara contraria al femminismo, all’“ideologia di genere”, all’insegnamento dell’evoluzionismo, alle famiglie omosessuali, all’uso dei preservativi e a favore dell’astinenza sessuale come metodo per prevenire la gravidanza fra gli adolescenti. Ritiene inoltre che le bambine debbano vestirsi di rosa e i maschietti di azzurro (https://www1.folha.uol.com.br/cotidiano/2020/01/contra-gravidez-na-adolescencia-ministerio-de-damares-quer-estimular-politica-de-escolhi-esperar.shtml). Ma al di là delle dichiarazioni folcloristiche che l’hanno resa famosa (come quella che Gesù Cristo le sarebbe apparso in un albero di goiaba quando era bambina) ciò che conta sono le misure per smantellare il sistema di promozione ed educazione ai diritti umani che era stato messo in piedi dai governi precedenti con molto sforzo. La Segreteria di Promozione della Donna, la Segreteria di Promozione dell’Uguaglianza Razziale, la Commissione per l’Amnistia, la Segreteria di Educazione Continua, Diversità e Inclusione (che dipende dal Ministero dell’Educazione) sono state chiuse o drasticamente ridimensionate e collocate sotto la direzione di persone con posizioni ideologiche contrarie ai diritti umani. L’ultima nomina è stata quella di Fernando Mello da Costa, membro della “Frente Integralista Brasileira” (movimento neofascista conservatore e anticomunista) come assessore speciale del Ministero dei Diritti Umani.

Si potrebbero fornire esempi simili anche con riferimento ai ministeri dell’Educazione, dell’Ambiente e della Politica estera. La tattica è la stessa: collocare nei posti chiave uomini di stretta osservanza ideologica, tagliare drasticamente i fondi, licenziare i vecchi funzionari e consiglieri e sostituirli con persone nuove e incompetenti, ma fedeli all’ideologia conservatrice e reazionaria egemonica nel governo. Non interessa tanto produrre risultati, ma distruggere quello che era stato fatto prima, per “ricominciare da capo”. È ovvio che questa strategia ha il fiato corto, perché a lungo andare non produce risultati, ma per il momento paga elettoralmente perché il popolo non ha ancora potuto vederne gli effetti deleteri.

Questo lavoro di picconaggio quotidiano non è il solo pericolo per lo Stato democratico di diritto provocato dal governo. Ci sono aspetti molto più oscuri e inquietanti che preoccupano, come le “milicias”, tanto quelle virtuali come quelle fisiche. Le prime agiscono attraverso le reti sociali fabbricando e distribuendo milioni de fake news attraverso i robot. Le seconde agiscono controllando il territorio delle periferie e delle favelas, comportandosi come organizzazioni criminali di tipo mafioso, che impongono il pizzo, minacciano, commettono estorsioni e assassinii, con agganci nella politica e nella finanza. Esse svolgono anche azioni politiche di intimidazione degli oppositori e azioni violente contro gruppi specifici, LGBTIQ+ o militanti di sinistra. Il caso di Marielle Franco e Anderson Gomes purtroppo non è isolato e si stanno diffondendo pericolosi episodi di violenza prodotti da odio razziale, religioso, regionale, sessista, omofobico nelle relazioni quotidiane. Vari leader politici di opposizione, come Jean Willys, Márcia Tiburi, Debora Diniz, Camila Mantovani, Anderson França, hanno dovuto abbandonare il Brasile per le minacce ricevute.

3.

Nonostante questo il governo gode ancora di un buon consenso (circa il 30% lo considera buono o ottimo, un altro 30% accettabile, mentre per il 38% è cattivo o pessimo) e dell’appoggio dei gruppi economici nazionali e internazionali, che gli garantiscono una certa stabilità. Ci sono, a ben guardare, delle spade di Damocle che pendono sull’entourage presidenziale. In particolare due inchieste giudiziarie (una sullo schema chiamato di “rachadinha”, ossia l’assunzione di funzionari obbligati a consegnare gran parte delle loro remunerazioni ai figli di Bolsonaro; l’altra sul coinvolgimento di Bolsonaro e del suo clan con le milizie di Rio de Janeiro e con i sicari dell’omicidio di Marielle Franco) ma le indagini procedono molto lentamente e non si vede nessun impegno del ministro Moro – nominato dal presidente col pretesto di combattere la criminalità organizzata e la corruzione – per contrastare la corruzione del clan Bolsonaro e scoprire i mandanti dell’omicidio di Marielle.

Come afferma Oscar Vilhena, giurista della Fondazione Getúlio Vargas, il sistema di pesi e contrappesi e delle libertà pubbliche è in realtà servito come protezione delle misure liberticide e oggi la questione principale del Brasile è il modo con cui le istituzioni affrontano la dimensione più corrosiva del governo, contigua al populismo reazionario, che consiste nelle milizie. La sua conclusione è assai preoccupante: «L’espansione delle invasioni delle terre indigene, l’aumento degli incendi in Amazzonia, la crescita delle morti provocate dalla polizia, gli attacchi alla libertà di espressione, la totale negligenza nei confronti del sistema educativo e la lotta frontale contro la cultura sono conseguenza di un’azione parastatale sistematica promossa dalla dimensione miliziana dell’attuale governo, che provoca l’erosione e l’usura delle istituzioni» (https://www1.folha.uol.com.br/colunas/oscarvilhenavieira/2020/01/em-defesa-da-republica.shtml).

About Giuseppe Tosi

Giuseppe Tosi è professore titolare del Dipartimento di Filosofia dell’Università Federale della Paraìba (UFPB). È stato coordinatore del Programa de Pós-laurea in filosofia (2000-2003) e del Programa de Pós-laurea in diritti umani, cittadinanza e politiche pubbliche (2012-2014), dei quali continua a fare parte. Prima di iniziare, nel 1989, la carriera universitaria ha operato come volontario internazionale con i contadini e gli indigeni in Perù (1978-1981) e in Brasile (1981-1989) in progetti del Ministero degli Affari Esteri italiano, promossi dal Movimento Laici America Latina (MLAL). Nel 2018 gli è stato conferito dall’Assemblea legislativa della Paraìba il titolo onorifico di cittadino paraibano.

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