La Repubblica Ceca: un paese orfano di una promessa

Le celebrazioni degli anniversari hanno sempre un valore simbolico, e dal trentennale degli eventi rivoluzionari del 1989 era lecito attendersi anche nella Repubblica Ceca una pletora di dibattiti, commemorazioni, concerti, mostre, incontri e quant’altro. Il tutto è puntualmente avvenuto. Ma al di là di questo rituale catartico di massa, per mantenere vivo il corso della storia occorre un avvenimento concreto. E gli avvenimenti non sono mancati a partire dalle proteste di massa contro gli affari del primo ministro Andrej Babiš. All’indomani dell’anniversario dell’89 oltre 200mila persone si sono radunate nella Spianata di Letná, a Praga chiedendo a Babiš di rassegnare le dimissioni a causa degli scandali che hanno travolto il suo gruppo Agrofert (https://volerelaluna.it/mondo/2019/07/05/praga-a-30-anni-dalla-rivoluzione-di-velluto/). Non solo, infatti, egli avrebbe truffato le casse europee per ricevere illegittimamente due milioni di euro di sovvenzioni per un resort di lusso, ma gli audit della Commissione europea hanno riscontrato varie altre irregolarità per cui il tycoon slovacco-ceco dovrà restituire quasi mezzo miliardo di corone. Ma avendo già proclamato che non restituirà nulla, saranno i contribuenti cechi a doverlo fare, probabilmente in forma di decurtazioni delle prossime sovvenzioni europee.

C’è un altro evento di questa fine anno che rappresenta esemplarmente, insieme alla strisciante privatizzazione dello Stato operata da Babiš, il tradimento degli ideali della “rivoluzione di velluto”. Poche settimane fa il server Aktualne.cz ha scoperto che la società di comunicazione C&B Reputation Management è stata pagata dalla Home Credit (finanziaria di credito al consumo, HC) per influenzare l’opinione pubblica ceca migliorando l’immagine della Cina. Ora, la HC è di proprietà del gruppo PPF (quasi 1 miliardo di utile netto) di Petr Kellner, il ceco più ricco del paese (seguito al secondo posto da Babiš) e al 73° posto nel mondo (https://volerelaluna.it/mondo/2019/11/05/praga-la-cina-era-troppo-vicina/). Kellner fa lauti affari in Cina ed è supportato dal presidente della Repubblica Zeman che della difesa senza se e senza ma del regime cinese ha fatto uno dei pilastri della sua politica anti-UE. Dei 29 milioni di clienti di HC, 16 milioni sono cinesi. I prestiti in Cina sono quasi raddoppiati tra il 2016 e il 2017 (passando da 6,7 a 13 miliardi di euro) e ammontano oggi a un ragguardevole 63% del totale. Ma c’è di più. I reporter di Aktualne.cz hanno evidenziato un’altra interessante “coincidenza”. Kellner ha iniziato la sua massiccia espansione sul mercato russo, dove prestava soldi prendendo in pegno le azioni della Gazprom, nel 2003, anno dell’elezione alla massima carica pubblica di Václav Klaus, presidente ceco fino al 2013, da sempre strenuo difensore, ai limiti del ridicolo, di Putin e della sua cricca. Non è probabilmente un caso che oggi Kellner finanzi l’Istituto Václav Klaus, il think-tank dell’ex presidente.
Così, a 30 anni dalla “rivoluzione di velluto”, i cechi scoprono di essere governati da 16 anni da presidenti fortemente voluti e foraggiati dagli interessi dell’oligarca più ricco del paese che servono attivamente gli interessi politici di potenze straniere ostili ai principi democratici dell’ordinamento internazionale. E non è tutto. Kellner si appresta ad acquistare la più importante televisione privata del paese, TV Nova, da cui gli attuali proprietari americani stanno uscendo. La cosa è preoccupante già di per sé, ma lo è ancora di più in vista delle elezioni presidenziali del 2023 che, forse, potrebbero essere anticipate per le condizioni di salute, pare precarie, di Zeman, la cui cricca non è certo disposta a cedere i privilegi e le prebende di cui gode da sei anni e si sta muovendo per garantirsi un successore. A questo fine la televisione Nova, già nota per la bassa qualità del suo servizio informativo in stile Fox news, potrebbe essere certamente molto utile.

Ma dove sta la scaturigine del reflusso inarrestabile di insoddisfazione e odio, fonte delle preferenze elettorali che tengono ben saldi al potere questi nemici della democrazia? La mia risposta è questa: in una lunga serie di grandi promesse e di relative speranze disattese. Rimanendo ancorati al XX secolo si può partire dal 1918, ovvero dalla fondazione della Repubblica, nata dalle ceneri della Grande Guerra, e dalla realizzazione del sogno di uno Stato nazionale ceco, con l’appendice slovacca (più o meno consenziente). Tempo undici anni ed ecco la Grande Crisi che distrusse i sogni di molti (non solo in Cecoslovacchia). Nove anni dopo arrivò la pugnalata del Patto di Monaco, con la cessione dei Sudeti. Il 15 marzo 1939, Hitler entrò trionfalmente a Praga istituendo il Protettorato di Boemia e Moravia mentre la Slovacchia si rendeva indipendente e filonazista. Tutto intorno infuriava la Seconda Guerra mondiale. Quindi promesse rinviate a data da destinare. Finita la guerra il paese, memore del tradimento di Francia e Gran Bretagna e incantato dalla propaganda sovietica, scelse, in un afflato panslavistico, il grande fratello russo. Ma arrivò lo stalinismo con le sue purghe e i processi politici. Un’altra promessa disattesa. Morto Stalin ne prese il posto Kruscev che, in qualche modo, iniziò il disgelo. A Praga ci credettero e presero la destalinizzazione alla lettera. Ma i cecoslovacchi si disgelarono un po’ troppo. Com’è finita lo sappiamo: circa mezzo milione di uomini degli eserciti del Patto di Varsavia (con l‘eccezione della Romania) invasero il paese nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968. E così le speranze vennero rimandate un’altra volta. Ma il regime, che non voleva o non poteva più usare i metodi della repressione stalinista, offrì un patto col demonio: voi smettete di impicciarvi di politica e in cambio noi (leggi la nomenklatura al potere) vi promettiamo i piaceri del consumismo. Funzionò per un po’, ma in realtà fu un errore fatale perché la pianificazione economica centralizzata attuata nei paesi del socialismo reale non poteva stare al passo con i consumi prodotti dal capitalismo. E quindi nulla, anche questa volta. Con il tempo apparve sempre più evidente che il regime non era in grado di mantenere la sua promessa di un radioso consumismo comunista, e così i cecoslovacchi si ritrovarono con la repressione politica senza il contentino del consumo. Arrivò l’89 e crollò tutto. Il regime mollò la presa e in fretta e furia i suoi funzionari cambiarono rapidamente il cappotto per nascondersi tra i gangli della trasformazione. Finalmente, la realizzazione della promessa sembrò a portata di mano. In uno slancio di euforia euroatlantista, il paese virò il timone e cambiò rotta tornando a guardare verso Occidente e in poco tempo entrò nella NATO (1999) e nell’Unione europea (2004).

Eppure qualcosa non funziona. Il paese conosce sì una crescita economica, culturale e politica senza precedenti, ma scopre anche la diseguaglianza economica, l’emarginazione sociale e la povertà, tutti fenomeni in precedenza sconosciuti. Nonostante la crescita economica trainata dalla locomotiva tedesca (la Cechia è, di fatto, un distretto industriale tedesco con un terzo delle esportazioni con destinazione Deutschland), quasi 900.000 persone vivono con la spada di damocle di uno o più pignoramenti per debiti (mezzo milione di persone ha più di tre pignoramenti sul capo). Aggiungendo i familiari arriviamo a 2,5 milioni: praticamente un ceco su cinque vive in condizioni di disagio economico e sofferenza sociale. Il salario minimo supera di poco i 500 euro e ci deve vivere circa mezzo milione di persone. Le tanto osannate statistiche economiche pongono il salario medio nazionale a 1.300 euro ormai (sempre più vicino ai paesi occidentali meno ricchi) ma la metà dei cechi non vi arriva. Certo, il disagio economico, l’incertezza sul futuro, la globalizzazione galoppante sul cavallo furioso dell’automazione e della robotizzazione non sono fenomeni che preoccupano solo i cechi (e infatti populismo e sovranismo sono tendenze riscontrabili in tutto il mondo). Ma probabilmente in Occidente la popolazione è ormai abituata a vedere disattese le promesse fatte dal neoliberismo, mentre a Est, forse, molti ci credono ancora: di qui la rabbia e la frustrazione.

Per i cechi ai tempi dei risorgimenti la capitale del male era Vienna, poi sostituita da Berlino. Dopo la guerra ad occupare tale ingrato ruolo è stata Mosca. Svanita quella, molti hanno sentito l’esigenza di trovarne un’altra, prontamente individuata in Bruxelles, pur di non guardare ai propri fallimenti ed errori. Che pure ci sono. Perché, in tutti questi momenti di tradimento delle speranze, i cechi non hanno fatto abbastanza per difendersi. Non hanno reagito all’invasione di Hitler, come hanno fatto in condizioni militari più difficili i polacchi. Liberamente hanno scelto l’Unione sovietica. Non si sono difesi nel 1968 (certo, sarebbe stato un bagno di sangue, ma forse avrebbe risparmiato un’attesa di altri 16 anni per veder crollare il gigante dai piedi di argilla). E oggi, diventati paese libero, invece di usufruire del potere di voto, non fanno sentire una voce costruttiva in Europa, limitandosi a chiedere sovvenzioni (come dimostrano le recenti proteste del gruppo V4 contro la proposta di decurtare i fondi europei ai paesi che non collaborano alla risoluzione della questione migratoria). Si è tornati così al punto di partenza, ovvero a quella promessa disattesa di consumo.

Il 1989 non è stato l’annunciata fine della storia ma l’inizio di una nuova grande sfida per quel calderone di idee e ideologie sociali, filosofiche, politiche e religiose chiamato Europa: la sfida di conquistare, questa volta con metodi pacifici e democratici, il suo irrequieto spazio centro-orientale che, per quarant’anni, ha assaporato l’agrodolce pozione magica della promessa laica di un paradiso in terra portata dai gelidi venti orientali. Oggi, risvegliatisi dalla sbornia neoliberista in salsa Stars and Stripes cui si erano abbandonati dopo la liberazione dal grigio giogo sovietico, questo insieme di paesi si ritrova impietrito nel dubbio se continuare a fidarsi delle ricette occidentali o gettarsi, ancora una volta, tra le zampe pelose dell’Ursus sovieticus rinunciando alle fatiche e alla complessità della democrazia liberale di stampo euroatlantico. Tutto questo sullo sfondo della dolorosa presa di coscienza, diventata sempre più palese negli ultimi anni, di far parte di un club europeo del quale, trent’anni dopo, sono ancora considerati, per varie più o meno fondate ragioni, membri di serie B. Forse è ora di riconoscere che la spaccatura creata dalla Cortina di ferro è ben lungi dall’essere risanata. Timothy Garton Ash arriva a dire che i liberali hanno commesso lo stesso errore dei comunisti: quello di ritenere che il liberalismo fosse diventato un paradigma definitivo, un sistema ideologico chiuso in grado di dare tutte le risposte necessarie. Il fatto è che la tesi ovest-europea ha una sua antitesi orientale da considerare legittima e meritevole di dignità, almeno fino a quando non si troverà una sintesi hegeliana su cui costruire una nuova Europa: un’Europa inclusiva, liberale, democratica, verde e moderna, ma anche attenta alla sua storia, identità e sensibile ai mal di pancia interni nella consapevolezza di quanto facilmente questi possano trasformarsi in pericolose crisi sistemiche.