Turchia. Quale Futuro per il partito di Erdoğan?

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Il 13 dicembre si è consumata la prima scissione nella storia del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP). Al Bilkent Hotel di Ankara, dove nel 2001 fu fondato l’AKP, Ahmet Davutoğlu ha ufficialmente presentato il suo Partito del Futuro (Gelecek Partisi). Tra i 154 soci fondatori figurano ex esponenti dell’AKP, islamisti, membri delle minoranze greca, armena, assira e alevita e intellettuali. Davutoğlu ha richiamato a un “rinnovamento psicologico” della società, sottolineando la necessità di includere le minoranze superando gli interessi particolari dei singoli individui o delle comunità. Gli slogan e i programmi elencati richiamano in modo inequivocabile l’AKP dei primi anni 2000. Il simbolo, una foglia di platano, è un riferimento all’Impero ottomano: fu il leader dell’AKP e attuale presidente della repubblica, Erdoğan, nel 2015, a ordinare che fossero piantati dei platani in tutta Istanbul in onore della dinastia ottomana. Nel Partito del Futuro c’è quindi tanto passato.

Ahmet Davutoğlu è una figura fondamentale nel sistema politico turco degli ultimi vent’anni. Tra i fondatori dell’AKP, ministro degli esteri dal 2009 al 2014, è noto per essere l’ispiratore della “Profondità strategica”, la visione della politica estera che ha ridefinito il ruolo di Ankara sul piano internazionale. Nota spesso all’estero come “neo-ottomanismo”, questa visione era volta a un’ascesa internazionale della Turchia e al superamento delle tensioni con i Paesi vicini. Quando nel 2014 Davutoğlu sostituì alla guida del governo Erdoğan – che salì alla presidenza –, il periodo della cosiddetta Pax ottomana divenne presto un ricordo. La ripresa del confitto con il PKK nel sud-est della Turchia e nel nord della Siria tra il 2015 e il 2016 ebbe importanti ripercussioni a livello di politica interna ed estera. Una parte dell’elettorato curdo conservatore si allontanò dall’AKP e, ben prima del fallito golpe del luglio 2016, la repressione colpì l’opposizione curda e gli intellettuali contrari al conflitto. Quando la lira iniziò a svalutarsi e le carceri a riempirsi di giornalisti e parlamentari dell’opposizione, Davutoğlu non condivise le scelte in materia di politica economica, né la detenzione preventiva e, nel maggio 2016, rassegnò le dimissioni da premier. Davutoğlu però rimase nell’AKP, mostrandosi così agli occhi dell’opinione pubblica come parte, e non solo spettatore, del sistema di potere responsabile di un’involuzione autoritaria e di un progressivo deterioramento dello Stato di diritto. Pur essendo contrario, Davutoğlu votò (per disciplina di partito) a favore del presidenzialismo nel 2017, avallando così l’accentramento di potere nelle mani di Erdoğan. Con la decisione di lasciare l’AKP il 12 settembre scorso, la sua carriera politica prende un nuovo corso.

Resta da vedere quanto il Partito del Futuro si distanzierà dalle politiche attuate durante l’era AKP. La domanda è se si tratti di una vera rottura ideologica oppure di una lotta per l’egemonia interna nel campo conservatore finalizzata a mettere in discussione la leadership di Erdoğan. Alcuni segnali fanno pensare a questa seconda ipotesi. Tra i punti chiave del Partito del Futuro vi sono antiautoritarismo, liberalismo laico, democrazia parlamentare, liberalizzazione economica e un’apertura alla società civile, temi che furono il marchio di fabbrica dell’AKP delle origini. Nell’affermare che il partito di Erdoğan ha smarrito i valori fondamentali, Davutoğlu si propone come leader di respiro internazionale, portatore di una visione nazionalista più liberale e inclusiva. Perché ciò avvenga, sarebbe necessario un nuovo ordine costituzionale che superi l’attuale, frutto del colpo di Stato militare del 1980. Anche qui, è bene sottolineare che un tentativo di riscrivere la costituzione fu già avviato dall’AKP. Nel 2007 una Commissione di esperti venne istituita per elaborare una nuova carta e nel 2012 una Commissione di riconciliazione avviò dei tavoli di lavoro inclusivi della società civile e delle minoranze. In quel periodo, con i pacchetti di riforme per armonizzare le politiche alle richieste dell’Unione Europea ci fu il fiorire di organizzazioni non governative, e l’avvio di aperture nei confronti della minoranza alevita nel 2007 e di quella curda nel 2009. Davutoğlu sembra intenzionato a ripartire da quel percorso.

Secondo i primi sondaggi questo “ritorno al futuro” non otterrebbe più del 10%, la soglia di sbarramento per entrare in parlamento. Tuttavia, il sistema prevede che i partiti possano formare coalizioni. Uno scenario di nuove alleanze potrebbe realizzarsi nei prossimi mesi mettendo in ulteriore difficoltà la leadership di Erdoğan. Il calo di consensi per l’AKP è lento ma evidente: dal 49% nelle elezioni parlamentari nel novembre 2015, al 42% alle presidenziali del giugno 2018, alla sconfitta alle amministrative del 2019, nelle quali le opposizioni hanno conquistato le maggiori città del Paese. Per la prima volta dopo tanti anni, un’alternativa di governo appare possibile. In questo contesto, la nascita di un nuovo soggetto politico potrebbe dunque marcare un punto di svolta e scompaginare il campo conservatore religioso e nazionalista da diciassette anni al potere in Turchia. Non a caso, Erdoğan ha accusato Davutoğlu e Ali Babacan (ex ministro dell’economia) di voler dividere la umma, la comunità islamica. Babacan, fautore della crescita record della Turchia dei primi anni 2000, è anch’egli impegnato a costituire una nuova forza politica che vedrà la luce a inizio gennaio.

Per contrastare l’alleanza delle opposizioni e spostare l’attenzione dalla crisi in atto nel suo partito, Erdoğan ha rinsaldato i legami con l’alleato nazionalista (il Partito del movimento nazionalista, MHP) e ha ripreso un interventismo militare ed economico in Siria e in Libia. Non è scontato che questa strategia dia i frutti sperati. Una frammentazione in più partiti, anche se questi ottenessero percentuali a una cifra, renderebbe difficile la rielezione di Erdoğan a presidente della repubblica. Secondo alcuni osservatori, le prossime elezioni, previste nel 2023, potrebbero essere indette già nel 2020 così da non permettere alle neonate formazioni di organizzarsi per tempo e consolidare il loro elettorato. Sul voto anticipato potrebbero però influire anche fattori esterni, dalle elezioni presidenziali in USA agli sviluppi dell’Accordo di sicurezza e cooperazione militare tra la Turchia e la Libia di Fayez al-Sarraj del 19 dicembre scorso. Ankara e Tripoli hanno inoltre siglato un accordo separato che espande i diritti di sfruttamento turchi nell’est Mediterraneo in vista di esplorazioni congiunte sui giacimenti di gas suscitando dure reazioni della Grecia. Come spesso è accaduto nella storia recente della Turchia, la politica estera potrebbe ancora una volta influenzare le sorti della politica interna.

About Chiara Maritato

Chiara Maritato è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell'Università di Torino. Studia le trasformazioni del sistema politico in Turchia con particolare attenzione al rapporto tra politica e religione. È stata assistant professor all'Università di Graz, Centre for Southeast European Studies, e post-doctoral fellow all'Università di Stoccolma, Institute for Turkish Studies.

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