Il Brasile è ancora una democrazia?

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Il Brasile è ancora una democrazia? Se per democrazia si intende la volontà della maggioranza, la risposta è sì. Bolsonaro ha vinto le elezioni con il 56% dei voti (pari, considerando le astensioni, al 38% degli aventi diritto al voto) e dopo un anno il suo governo è considerato positivamente dal 47% della popolazione: un indice vicino alla maggioranza. Se invece pensiamo alla democrazia come rispetto delle regole del gioco, e in particolare della minoranza, la risposta è no, perché i procedimenti democratici stanno soffrendo quotidianmente attacchi costanti e pericolosi. Come ha dichiarato il presidente della camera, Rodrigo Maia, il governo Bolsonaro, e in particolare il suo presidente, sono una fabbrica permanente di crisi.

Tre espisodi recenti illustrano questa crisi.

Il presidente ha deciso di abbandonare il PSL (Partido Social Liberal), al quale aveva aderito poco prima delle elezioni dopo essere passato per innumerevoli altre sigle politiche. Una decisione soprendente perché solitamente il partito del presidente si consolida e si allarga dopo le elezioni. La rottura è avvenuta dopo una serie di conflitti e di scontri, indice di una diffusa mancanza di fiducia tra i suoi membri. Bolsonaro ha deciso così di fondare un altro partito (che si aggiungerebbe ai trentasei già esistenti), un partito che sia effettivamente suo, creato a sua immagine e somiglianza. Non è detto che riesca a registrarlo al Tribunale elettorale (a cui, in Brasile, è demandato il controllo di tutto il procedimento elettorale), perché le regole sono rigide e i tempi lunghi. Ma ciò non sembra preoccupare il presidente: con questa manovra egli apparentemente abbandona la tradizione brasiliana del “governo di coalizione”, nel quale il presidente governa con (e mai contro: impeachment docet) il Congresso. Bolsonaro, invece, vuole creare qualcosa di nuovo: un partito che abbia sì una base parlamentre, ma che abbia soprattutto una base popolare, che sia espressione delle reti sociali; un partito di estrema destra, con una piattaforma elettronica che gli permetta di usare la retorica della “nuova politica” contro il vecchio sistema e di creare un potere esterno e tendenzialmente eversivo del sistema politico. Qualsiasi analogia con la piattaforma Rousseau non è casuale! Entrambe condividono l’idea di una democrazia plebiscitaria, pur con ovvie differenze.
Bolsonaro non è interessato a entrare nel gioco parlamentare, dove deve seguire alcune regole consolidate e negoziare i suoi progetti, ma a creare un’agora virtuale dove possa far passare le sue idee e proposte attraverso forme di consultazione popolare come il referendum e il plebiscito sui temi ideologicamente a lui cari: la pena di morte, la diminuzione dell’età minima dell’imputabilità, il diritto di armarsi, la proibizione del matrimonio fra omosessuali, la difesa della famiglia tradizionale e della religione, l’attacco alla scuola pubblica, le privatizzazioni. È possibile che molte di queste proposte siano incostituzionali, ma servono comunque a mobilitare e galvanizzare costantemente la sua base elettorale e a esercitare pressioni sulle istituzioni.
Il partito si chiama Aliança pelo Brasil (Alleanza per il Brasile), dove “alleanza” è intesa in senso religioso, come l’alleanza di Dio con il popolo eletto, ma anche in un altro senso: “a aliança da Biblia com a bala”, l’alleanza della religione con le armi (bala, proiettile). E questo è apparso in maniera inequivocabile nello stemma del partito, fatto di cartuccere di proiettili. Un’alleanza fra un evangelismo identitario e bellicoso e una violenza sinbolica e reale. Per non lasciare dubbi, il numero con cui il partito sceglie di presentarsi alle urne è il 38, con riferimento al famoso revolver.
Scrive il giornalista Mario Sergio Conti: «Il manifesto di fondazione della Aliança pelo Brasil parla di un “nuovo ordine”, di “degenerazione morale”, di liberare il Brasile dai corrotti, dagli “opportunisti” e dai traditori. È esplicito: non usa mai la parola democrazia. La Aliança non ha bisogno di partecipare alle prossime elezioni, come ha ammesso Bolsonaro. Il suo obiettivo implicito è mettere insieme la parte marcia delle polizie, dell’Esercito, delle sette, delle milizie e di ogni tipo di Lumpen in una organizzazione di combattimento, di lotta ideologica e fisica nelle strade. […] Bolsonaro continuerà a provocare conflitti, a distruggere diritti e minacciare le libertà pubbliche. Se ci sarà una rivolta, Bolsonaro poserà come il salvatore della patria, il Bonaparte. E tenterà il golpe» (Folha di São Paulo: “La terra trema”).
Faranno parte di questo partito i seguaci ideologicamente piú fedeli, le milizie virtuali che spargono milioni di fake-news, e le milizie reali che controllano il territorio nelle grandi periferie urbane.

La seconda notizia di questi giorni viene proprio dal mondo delle milizie e riguarda uno dei figli del presidente, Carlos Bolsonaro. Le milizie (milícias) sono una eredità dei famigerati squadroni della morte della dittatura che hanno continuato a operare non piú (o non solo) contro i nemici politici, ma contro la popolazione povera e marginalizzata, agendo come giustizieri contro i “banditi”. Inizialmente sorte per contrastare la criminalità organizzata nelle favelas, soprattutto a Rio de Janeiro, in poco tempo si sono sostituite alla criminalità controllando il territorio e imponendo la loro legge: uno Stato dentro lo Stato, formato da ex-poliziotti espulsi dall’arma, poliziotti ancora in servizio, criminali, ex carcerati, con agganci con la politica e il sistema finanziario. La contiguità, per non dire complicità, dei Bolsonaro con le milizie è nota. Quando era deputato, Bolsonaro ha pronunciato vari discorsi in difesa della milizia, presentandola come un male minore per mantenere l’ordine nell’assenza dello Stato; nella campagna elettorale lui e i suoi figli sono stati spesso fotografati con membri della milizia; due familiari dei miliziani acccusati della morte di Marielle Franco lavoravano nel gabinetto di uno dei figli di Bolsonaro; Ronnie Lessa, uno degli accusati dell’omicidio della leader del PSOL, abitava nello stesso condominio del Presidente e nella sua casa è stato trovato un impressionante arsenale di armi. Ma la notizia “bomba” è che la polizia di Rio de Janeiro, secondo quanto riferito dal giornalista Kennedy Alencar, della Folha de São Paulo, in una trasmissione della Radio CBN (della rete Globo) starebbe (il condizionale è d’obbligo in questi casi) indagando Carlos Bolsonaro come uno dei mandanti dell’omicidio (https://www.poder360.com.br/justica/cbn-da-globo-diz-que-policia-apura-carlos-bolsonaro-no-caso-marielle/). È evidente che, se questa accusa fosse provata, le ripercussioni sarebbero enormi. Per questo il presidente è partito all’attacco e i grandi giornali, con poche eccezioni, sono reticenti: molto diverso sarebbe stato il trattamento se si fosse trattato di un figlio di Lula.

Il terzo episodio riguarda un altro figlio del presidente, il deputato federale Eduardo Bolsonaro, che il 31 ottobre scorso ha rilasciato alla giornalista (compiacente) Leda Nagle una dichiarazione che merita di essere trascritta e tradotta per intero. Riferendosi alle proteste popolari in atto in Cile, ha detto: «Se la sinistra si radicalizza fino a questo punto, dobbiamo dare una risposta. E questa risposta può essere un nuovo AI-5, può essere una legislazione approvata per plebiscito, come è sucesso in Italia. Ad ogni modo una risposta deve essere data. Noi, a un certo punto, dobbiamo affrontare di petto questo problema. Arriverà un momento in cui la situazione sarà uguale alla fine degli anni 1960 in Brasile, quando sequestravano aerei, giustiziavano persone, sequestravano autorità come consoli e ambasciatori, uccidevano poliziotti. È una guerra asimmetrica, non una guerra dove si vede il nemico dall’altro lato e lo devi annientare, come succede con le guerre militari. È un nemico interno, di difficile identificazione, qui dentro il Paese. Spero di non arrivare a questo punto ma dobbiamo stare attenti».
È vero che la dichiarazione ha provocato un’alzata di scudi contraria di tutti i partiti, compreso il PSL, e che il tono è all’apparenza leggero, come si trattasse di una boutade, di una provocazione, di una sbruffonata senza conseguenze. Eppure si tratta di parole che devono essere prese sul serio, per lo meno per tre motivi.
C’è, in primo luogo, l’allusione a una “radicalizzazione della sinistra”, che è inesistente in Brasile, come del resto in Cile, dove sono in atto proteste per la democrazia e la participazione popolare che non sono solo di sinistra. Ma si solleva lo spauracchio di una sinistra “terrorista” per agire preventivamente. È in secondo luogo significativo il paragone con la fine degli anni sessanta e l’AI-5 (Ato Institucional N. 5) del 1968: un vero golpe nel golpe, che ha chiuso il parlamento e i partiti, instaurato la censura e inaugurato la fase più dura e tragica dela dittatura. Un ennesimo esempio del culto e della nostalgia per la dittatura che Bolsonaro e i suoi figli hanno sempre coltivato e non hanno mai negato. Curioso è anche il riferimento all’Italia e al plebiscito, probabilmente quello fascista del 1929 per approvare una nuova legge elettorale che legittimasse il regime. Una citazione che mostra chiaramente le intenzioni, ma anche e soprattutto i riferimenti ideologici, storici e politici che ha in mente questa gente! La terza ragione di allarme è il riferimento al “nemico interno”, una delle categorie centrali della famigerata Lei de Sugarança Nacional della dittatura, un nemico che deve essere “annientato”, non un avversario che domani potrebbe partecipare al governo. Tutto l’armamentario ideologico della dittatura ritorna in blocco dopo 30 anni!

Che non si tratti solo di retorica e di dichiarazioni prive di conseguenze è dimostrato dal progetto di legge che in questi giorni Bolsonaro ha presentato in Parlamento e che propone “l’escludente de ilicitude”, una formula giuridica che permette alle forze di polizia e alle forze armate di agire liberamente nelle operazioni di Garanzia di Legge e Ordine (GLO). Il giornalista Alberto Kopittke della Folha di São Paulo ha spiegato chiaramente il significato di questo istituto, che giustifica “l’utilizzo della forza militare contro qualsiasi gruppo interno che destabilizzi l’ordine sociale”. Non si tratta solo e principamente della lotta alla criminalità organizzata, ma della repressione del dissenso sociale e politico, identificato come “terrorismo”.
Commenta il giornalista: «Bisogna capire che il progetto di legge presentato da Bolsonaro non è isolato nella storia [del Brasile]. Esso è l’apice di tutta una struttura giuridica che sta facendo della GLO un vero e proprio regime di eccezione nelle mani del Presidente della Repubblica, senza necessità di approvazione da parte del Congresso Nazionale. […] Nel momento in cui il futuro della nostra democrazia è incerto, l’unica certezza è che il primo progetto di legge del nuovo AI-5 è già stato presentato» (https://facesdaviolencia.blogfolha.uol.com.br/2019/11/22/excludente-de-ilicitude-o-primeiro-ato-do-novo-ai-5/).

Misure inquietanti, che minano i fondamenti dello Stato democratico di diritto e che non lasciano dubbi sulle intenzioni del presidente e dei suoi seguaci, sulle loro tendenze autoritarie e simpatie neofasciste. Resta da capire se le istituzioni e il “popolo” saranno capaci di reagire e di proteggere la fragile e recente democracia brasiliana da questo attacco violento.
Ai prossimi capitoli.

About Giuseppe Tosi

Giuseppe Tosi è professore titolare del Dipartimento di Filosofia dell’Università Federale della Paraìba (UFPB). È stato coordinatore del Programa de Pós-laurea in filosofia (2000-2003) e del Programa de Pós-laurea in diritti umani, cittadinanza e politiche pubbliche (2012-2014), dei quali continua a fare parte. Prima di iniziare, nel 1989, la carriera universitaria ha operato come volontario internazionale con i contadini e gli indigeni in Perù (1978-1981) e in Brasile (1981-1989) in progetti del Ministero degli Affari Esteri italiano, promossi dal Movimento Laici America Latina (MLAL). Nel 2018 gli è stato conferito dall’Assemblea legislativa della Paraìba il titolo onorifico di cittadino paraibano.

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