Libano: un cambiamento è possibile?

Nella seconda settimana di ottobre del 2019 in Libano le temperature hanno raggiunto picchi inediti per la stagione. Il termometro è arrivato a segnare quasi 40 gradi. Il grande caldo è coinciso con il diffondersi di una serie di incendi che hanno distrutto ettari ed ettari di foreste in tutto il paese. Gli incendi in Libano ma, soprattutto, la mancanza di una risposta da parte della compagine governativa (sia per la carenza di mezzi adeguati: gli elicotteri che dovevano alzarsi in volo per spegnere le fiamme avevano problemi tecnici; sia per una incuria del territorio che da anni viene denunciata da associazioni e attivisti) hanno mostrato le fragilità di un paese che vive da anni in un equilibrio socio-politico precario.

Già nel 2015 la cosiddetta crisi dei rifiuti aveva portato in piazza centinaia di migliaia di libanesi che protestavano contro l’incapacità manifesta di una classe politica parassita di trovare una soluzione alla presenza di montagne di spazzatura che si erano accumulate nelle strade del paese in seguito alla chiusura della discarica di Na‘ameh nello Chouf.

Dopo la fine della lunga e sanguinosa guerra civile (1975-1989) i libanesi sono scesi in piazza periodicamente per protestare contro un sistema di potere basato su una formula consociativa che, nel corso degli anni, si è gradualmente rivelato inadeguato a far fronte alle esigenze di un paese colpito da gravi problemi socio-economici.

Per chi segue la politica libanese dell’ultimo decennio è noto come il Libano stia, da anni, affrontando un processo di impoverimento collettivo che colpisce in maniera trasversale le fasce deboli delle varie comunità. Secondo un rapporto dell’UNDP del 2008, circa l’8% della popolazione libanese vive in condizioni di estrema povertà con 2,4 dollari al giorno e il 20,5% della popolazione rientra tra coloro che sono costretti a sopravvivere con soli 4 dollari al giorno. Secondo dati dell’Ufficio Centrale di Statistica Libanese il tasso di povertà in Libano prima del 2011 raggiungeva il 27% e si stima che la situazione sia peggiorata dopo l’afflusso dei rifugiati siriani nel post 2011. Tali dinamiche possono essere lette soltanto alla luce di una politica economica che ha, nel corso degli anni, favorito la libertà imprenditoriale e il settore finanziario e bancario, a scapito di investimenti nei settori produttivi che, anzi, sono stati gradualmente smantellati. Questa strategia non è nuova per il Libano ma si è certamente accentuata a partire dagli anni Novanta del secolo scorso quando la virata verso i dettami neoliberisti è diventata ancora più marcata. Conseguenze tangibili sono state l’aumento del tasso di disoccupazione, la precarizzazione del lavoro e, più in generale, un graduale peggioramento dei servizi di base: forniture idriche, elettricità, sanità. Ciò è stato anche accompagnato da una strategia volta a marginalizzare, se non silenziare, il ruolo dei sindacati e quindi la loro efficacia nel sostenere le lotte dei lavoratori. L’ultimo decennio, inoltre, è stato caratterizzato da continue crisi politiche che hanno reso difficili le alleanze tra le diverse coalizioni governative rendendo sovente impossibile trovare accordi per la costituzione di maggioranze stabili. Vuoti di potere per l’elezione del Presidente della Repubblica o per la nomina del Primo Ministro sono stati all’ordine del giorno. Ciò ha portato la popolazione a dubitare fortemente di una classe politica che, negli anni, ha mostrato un disinteresse crescente verso i veri problemi del paese, attenta a mantenere la rete dei propri privilegi e i network di potere costruiti nei decenni.

A fronte, dunque, di una situazione economica in costante peggioramento, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un progetto di legge presentato a ottobre in Parlamento che proponeva di tassare le telefonate effettuate tramite Internet. Le tariffe telefoniche in Libano sono assai elevate e molti libanesi ricorrono a Skype, WhatsApp, Messenger e FaceTime non soltanto per parlare con i propri congiunti della diaspora ma anche per raggiungere familiari e conoscenti residenti nel proprio paese. Così i libanesi sono nuovamente scesi in piazza per protestare contro il sistema pronunciando quelle stesse parole che già pronunciarono nel 2011: isqat an-nizam at-ta’ifi , ossia la richiesta di abolire un sistema confessionale che è ormai diventato un sistema di controllo e disciplinamento con effetti tangibili e negativi sulla vita di tutti i giorni. Un sistema che è, al tempo stesso, politico e religioso, e che cristallizza le identità dentro gabbie da cui è difficile uscire. Si nasce e si muore all’interno della propria comunità, si aderisce ai principi religiosi di quella comunità e dai suoi tribunali religiosi si dipende per questioni importanti come il divorzio, l’eredità, il matrimonio.

La sovrapposizione tra il sistema consociativo a livello politico, quello confessionale a livello religioso e quello patriarcale a livello sociale ha negli anni prodotto un cortocircuito che ha portato questi tre livelli a rafforzarsi mutualmente chiudendo ogni spiraglio a un possibile cambiamento. I leader politici e spirituali delle varie comunità, nonostante i discorsi pubblici, hanno manovrato per il mantenimento di uno status quo di cui sono stati i principali beneficiari. Beneficiari soprattutto in termini economici ovviamente, ma non soltanto: il controllo sugli individui e sulle loro vite è stato un altro degli elementi che ha contribuito a perpetuare un sistema, quello basato sulla formula del power sharing tra le diverse comunità, che l’art. 95 della costituzione del 1926 prevedeva come transitorio.

Il Libano è davvero alla vigilia di un cambiamento epocale? Nessuno può dirlo con certezza ma un fatto è assodato: i libanesi stanno dicendo basta a una classe politica corrotta, obsoleta e preoccupata soltanto del proprio tornaconto. E lo stanno dicendo compatti, ribellandosi e distruggendo simboli di partiti e di leader politici che fino a ieri sembravano intoccabili.

Chi frequenta il Libano è consapevole dell’incuria in cui versa il paese. Ogni settimana ci sono notizie di infrastrutture fatiscenti, ponti crollati, voragini che si aprono su strade e autostrade. Occorrono coraggio e riforme radicali. Il Ministro dell’industria Waël Abou, membro del Progressive Socialist Party, il 20 ottobre ha presentato una lista di riforme per il cambiamento in 21 punti. In piazza i manifestanti chiedono le dimissioni dell’attuale governo. Il Segretario Generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, il principale partito del paese, pur dichiarando che il messaggio dei manifestanti è arrivato “forte e chiaro” ha tuttavia respinto le dimissioni del Premier Saad Hariri che potrebbero condurre, a suo avviso, a un nuovo periodo di vuoto e instabilità politica. Le dimissioni ottenute a furor di popolo sarebbero certamente un segnale importante nella direzione del cambiamento ma aprirebbero una fase di incertezza: nonostante le varie esperienze di liste civiche alternative a-partitiche e a-confessionali che si sono formate nel corso degli anni prima dei vari momenti elettorali non esistono alternative di massa agli attuali partiti politici. Sarebbe in grado il Libano di rifondarsi prescindendo dal patto consociativo? La domanda resta aperta.