L’invasione del Rojava e la comunità internazionale

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L’aggressione della Turchia alla popolazione curda della Siria nord-orientale costituisce un autentico crimine di guerra, nei confronti del quale occorre attivare tutte le possibili azioni volte a fermare l’invasione e a metterne sotto processo i responsabili.

In realtà, la reazione degli Stati di fronte a un tale massacro è assolutamente insufficiente e dà la sensazione di una totale impotenza, se non, addirittura, di un’accettazione implicita del disegno politico di Erdogan. Alcuni Stati hanno proposto il blocco della fornitura di armamenti alla Turchia, altri hanno sommessamente richiesto alla Turchia di fermare l’aggressione, ma tutto con molta circospezione: l’Europa tace e la NATO, di cui la Turchia è membro, non interviene in alcun modo.

Ma ciò che appare ancora più sconvolgente è la totale assenza di serie iniziative da parte dell’ONU.

Compito dell’ONU, secondo la premessa dello Statuto costitutivo, è quello di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, a creare le condizioni in cui la giustizia e il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altri fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà».
E tale compito è ulteriormente precisato all’articolo 1: «Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, e a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, e in conformità ai princìpi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare a una violazione della pace».

Ciò dovrebbe indurre il Consiglio di Sicurezza a riunirsi d’urgenza e ad assumere i provvedimenti immediati che la gravità della situazione impone, non essendo certamente sufficiente il blocco degli armamenti alla Turchia, misura certamente utile, ma valida solo per il futuro.

Sono ben conscio dei limiti che l’intervento ONU ha, a causa dell’esistenza del diritto di veto da parte di componenti stabili del Consiglio di Sicurezza, ma sarebbe clamoroso che uno dei cinque Paesi membri permanenti (Cina, Francia, Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti) ponesse il veto a un’iniziativa diretta a impedire l’aggressione in corso che costituisce una palese violazione del diritto alla pace. Come è possibile che si accetti passivamente la prosecuzione di una situazione in cui uno Stato, tra l’altro, come detto, membro della NATO, invada impunemente un altro Stato indipendente con il pretesto di difendere e mettere in sicurezza i propri confini e così facendo elimini fisicamente e indiscriminatamente la popolazione curda, rea di essere nemica del governo turco e fonte di possibile contaminazione per la popolazione curda all’interno della Turchia? Il Consiglio di Sicurezza potrebbe sospendere addirittura la Turchia dall’ONU.

Non solo, ma l’azione di Erdogan appare costituire un vero e proprio crimine di guerra, che, come tale, va denunciato alla Corte Penale Internazionale, e che si aggiunge a quei crimini già in passato commessi e che sono stati oggetto della sentenza 16 marzo 2018 del Tribunale permanente dei popoli (si veda Il genocidio annunciato del popolo curdo).

Occorre, dunque, che la comunità internazionale si mobiliti per premere perché vengano assunte tutte le iniziative volte a fermare l’aggressione in corso e a punirne i colpevoli.

Roberto Lamacchia

Roberto Lamacchia, avvocato in Torino, è presidente dell’Associazione nazionale Giuristi democratici

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