Il Parlamento tedesco, Israele e la Palestina

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L’articolo commenta una risoluzione (inattesa? certo politicamente molto significativa) del Parlamento tedesco, votata a larga maggioranza, che qualifica come antisemiti l’attività e i metodi del movimento BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni), con tutte le implicazioni che ne conseguono a livello di rappresentanza democratica e di libertà di azione. Per rendere più comprensibile l’articolo si premettono due note.
L’acronimo BDS riassume gli obiettivi di un movimento promosso a partire dal 2005 da associazioni della società civile palestinese per promuovere, con campagne specifiche per ogni Paese e con strategie rigorosamente non-violente, la presa di coscienza e la resistenza da parte dell’opinione pubblica internazionale di fronte al fatto che la “democrazia israeliana”’ è il caso più eclatante, impunito/impunibile e permanente di violazioni del diritto internazionale e di risoluzioni vincolanti delle Nazioni Unite. Nel testo si fa riferimento ai “tre di Humboldt”: sono tre attivisti del BDS tedesco, denunciati e processati per “invasione di proprietà privata e aggressione”, per avere interrotto il discorso di una parlamentare israeliana, aderente al governo di coalizione che nel 2014 aveva ordinato l’attacco contro la Striscia di Gaza, con l’uccisione di 2.200 palestinesi.
Gli autori, che si auto presentano nel testo perché alcune delle loro qualifiche sono rilevanti per contenuti e obiettivi dell’articolo, hanno storie culturali e politiche particolarmente significative. Richard Falk è da ormai 50 anni una delle personalità di riferimento del diritto internazionale per tutto quanto riguarda le politiche di guerra delle grandi potenze, i processi di violazione degli accordi di pace, la formulazione di categorie di diritto dottrinalmente innovative, e coerenti con processi di resistenza dal basso (e tra i membri fondatori e tra i giudici più attivi del Tribunale permanente dei popoli, oltre che tra i promotori del Tribunale di opinione sulla guerra contro l’Iraq). Hans von Sponek ha lavorato per 32 anni  nell’ONU, fino a ricoprire il ruolo di assistente del Segretario generale con attività di coordinatore umanitario per l’Iraq (1998-2000). Ha dato le sue dimissioni come atto di protesta e dissociazione  rispetto alle posizioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU, responsabile di aver prodotto moltissime vittime tra la popolazione civile irachena.

(Gianni Tognoni, segretario Tribunale permanente dei popoli)

 

La risoluzione del Buntestag tedesco del 15 maggio che ha condannato la campagna BDS in quanto contribuirebbe all’incremento dell’antisemitismo in Europa provoca serie preoccupazioni. Etichetta il BDS (un’iniziativa nonviolenta dei palestinesi) come antisemita e invita il governo tedesco a negare il sostegno non solo al BDS in quanto tale, ma a ogni organizzazione che lo appoggi. Prende questa posizione sottolineando la particolare responsabilità della Germania nei confronti degli ebrei, senza alcun riferimento alle prolungate violazioni di Israele del più fondamentale dei diritti umani del popolo palestinese, quello all’autodeterminazione. La risoluzione tedesca non fa neppure riferimento al ruolo importante che una precedente campagna BDS contro il razzismo sudafricano ha giocato nel determinare la fine non violenta del regime di apartheid e al fatto che persino quelli che vi si opponevano per ragioni strategiche o pragmatiche non hanno mai cercato di demonizzarne i sostenitori.
Ciò che ci turba in particolare è l’approccio punitivo al BDS preso dal potere legislativo tedesco. Ci si dovrebbe ricordare che, nonostante la notevole opposizione contro la campagna sudafricana, agli attivisti del BDS non è mai stato detto che era giuridicamente e moralmente inaccettabile farne parte. Le obiezioni erano basate sulla fattibilità e sugli effetti, così come su affermazioni speciose secondo cui sotto l’apartheid gli africani in Sudafrica stavano meglio dei loro fratelli e sorelle nel resto del continente.
In sostanza, crediamo che questa risoluzione sia il modo sbagliato di imparare dal passato della Germania. Invece di optare per la giustizia, per la legge e per i diritti umani, il Bundestag non ha neppure menzionato il popolo palestinese e il dramma che sta vivendo e che il BDS sta sfidando. Dare il via libera alle politiche oppressive ed espansioniste di Israele vuol dire appoggiare implicitamente politiche di punizioni collettive e di violazioni del più debole che sono state, andrebbe ricordato, le caratteristiche più riprovevoli dell’epoca nazista.

Scriviamo in quanto persone con un passato molto diverso, che tuttavia condividono un impegno per Nazioni Unite forti e il dovere di Paesi grandi e piccoli di rispettare le leggi internazionali e promuovere la giustizia nel mondo. Condividiamo anche una costante consapevolezza dell’Olocausto come terribile tragedia che colpì il popolo ebraico e altri, così come un orrendo crimine da parte della Germania e di altri Paesi in passato. Condividiamo un impegno preminente per un ordine globale in cui tali tragedie e azioni criminali non si ripetano nei confronti del popolo ebraico e di qualunque altro popolo. Siamo anche consci che tali tragedie e crimini sono stati perpetrati dal 1945 contro vari gruppi etnici e hanno preso di mira interi popoli, tra gli altri in Cambogia, Rwanda, Serbia e, più di recente, il popolo Rohingya in Myanmar.
Anche le nostre origini sono piuttosto diverse. Uno di noi (von Sponeck) è tedesco e cristiano, l’altro (Falk) americano ed ebreo. Von Sponeck è figlio di un generale giustiziato dai nazisti nell’ultima fase della Seconda Guerra Mondiale ed è andato in Israele nel 1957 per lavorare in un moshav [collettività agricola sionista con proprietà individuale, ndtr] e in vari kibbutz [comunità sionista con proprietà collettiva, ndtr]. Ha lavorato per 32 anni come funzionario civile internazionale delle Nazioni Unite, arrivando fino al ruolo di assistente del Segretario generale. La sua carriera all’ONU è finita quando ha dato le dimissioni come coordinatore dell’ONU del programma “Petrolio per cibo” (1998-2000) per protestare contro la politica di sanzioni a danno dell’Iraq da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che ha portato alla morte di molti civili iracheni innocenti. Dopo le sue dimissioni Von Sponeck ha insegnato e tenuto conferenze in varie sedi e ha pubblicato libri su questioni dell’ONU, tra cui The Politics of Sanctions on Iraq and the UN Humanitarian Exception [Le politiche di sanzioni contro l’Iraq e l’eccezione umanitaria dell’ONU] (2017).

Falk è americano e per 40 anni è stato docente all’università di Princeton, con l’incarico di professore di diritto internazionale della cattedra Albert G. Milbank. Il suo contesto familiare include origini paterne in Germania, con entrambi i nonni nati in Baviera, non lontano da Monaco, emigrati negli Stati Uniti a metà del secolo XIX°. Tra il 2008 e il 2014 Falk ha lavorato come relatore speciale per la Palestina occupata per conto della Commissione ONU per i Diritti Umani. Ha pubblicato parecchi libri su questioni internazionali, compresi, di recente, Power Shift: On the New Global Order [Spostamento di potere: sul nuovo ordine globale] (2016) e Palestine: The Legitimacy of Hope [Palestina: la legittimità della speranza] (2017).

Abbiamo analizzato il fallimento della diplomazia internazionale per cercare una soluzione al conflitto tra Israele e Palestina. Crediamo che Israele sia il principale responsabile di questo fallimento, che ha prodotto come conseguenza decenni di gravissime sofferenze per il popolo palestinese. Crediamo che la radice di questo fallimento sia il progetto sionista di imporre uno Stato ebraico su una società fondamentalmente non ebraica. Ciò ha inevitabilmente determinato la resistenza palestinese e un crescente razzismo ha messo le basi di strutture destinate a tenere soggetto il popolo palestinese nel suo complesso all’interno del suo stesso Paese. Crediamo inoltre che la pace potrà venire per entrambi i popoli solo quando queste strutture di apartheid saranno smantellate, come lo sono state in Sud Africa oltre 25 anni fa.

Contro questo contesto abbiamo trovato inaccettabile e particolarmente preoccupante la resistenza del governo e del popolo tedeschi nel rispondere a queste circostanze di ingiustizia ed estremamente deplorevole la loro tacita acquiescenza in Germania. Sia noi due che le nostre famiglie siamo stati in modo diverso vittime del nazismo. Tuttavia ciò non ci impedisce di insistere sul fatto che l’esitazione tedesca a criticare l’etnocentrismo israeliano evidenzia un pericoloso equivoco riguardo all’importanza del passato nazista. L’Olocausto dovrebbe innanzitutto servire per mettere in guardia il mondo contro l’ingiustizia, i crimini di Stato e la vittimizzazione di un popolo sulla base della sua identità razziale e religiosa. Ciò non dovrebbe esimere Israele dal renderne conto giuridicamente e moralmente solo perché la sua dirigenza è ebrea e molti dei suoi cittadini ebrei sono parenti di vittime dell’Olocausto.
Attraverso l’adozione da parte della Knesset [il Parlamento israeliano, ndtr] di una legge fondamentale come quella dello Stato Nazione del popolo ebraico del 2018, Israele rivendica un’identità come se ciò gli conferisse un mandato di impunità. La lezione dell’Olocausto riguarda le violazioni, la criminalità e la vittimizzazione e non dovrebbe essere pervertita da nessuna implicazione sovvertitrice secondo cui, poiché gli ebrei hanno dovuto sopportare terribili crimini in passato, sono esenti dal doverne rendere conto quando commettono ora crimini comparabili. Ricordiamo la lettera di Albert Einstein a Chaim Weizmann [uno dei massimi dirigenti sionisti, ndtr] nel 1929, in cui scriveva: «Se non riusciamo a trovare un percorso di onesta collaborazione e non scendiamo a patti con gli arabi, non avremo imparato niente dal nostro dramma di duemila anni e meriteremo la sorte che ci affliggerà!». Il governo israeliano deve comprendere che molto del minaccioso aumento delle opinioni antisemite e anti-israeliane in Europa e altrove ha origine nelle stesse politiche che persegue.

Ci aspettiamo che le nostre dichiarazioni saranno duramente attaccate in quanto antisioniste e persino antisemite. Parte della funzione di questi attacchi è bloccare le risposte tedesche ricordando l’Olocausto e la falsa impressione che criticare Israele e il sionismo sia la ripresa di un attacco contro gli ebrei e contro l’ebraismo. Insistiamo sul fatto che non si tratta assolutamente di questo. È proprio il contrario. È sostenere che i valori fondamentali della religione ebraica e in generale i valori umanistici sono legati alla giustizia e che questo uso della calunnia di antisemitismo è una tattica totalmente inaccettabile per difendere Israele da critiche giustificate. Questo tipo di intimidazioni dovrebbe essere contrastato e superato.
In questa prospettiva è nostra convinzione e speranza che la Germania e il popolo tedesco abbiano la forza di sbarazzarsi del torpore morale indotto dai cattivi ricordi del passato e possano unirsi alla lotta contro l’ingiustizia. Una simile dinamica del potenziamento morale sarebbe chiara se la Germania dimostrasse empatia per il dramma dei palestinesi e desse il proprio sostegno alle iniziative nonviolente destinate a esprimere solidarietà e incoraggiamento al movimento nazionale palestinese per ottenere diritti fondamentali, incluso, su tutti, l’inalienabile diritto all’autodeterminazione.
Ci incoraggia molto che le nostre azioni non avvengano nel vuoto qui in Germania. Prendiamo nota degli zelanti sforzi dei “Tre di Humboldt” per protestare contro l’apartheid israeliano e del sostegno popolare che le azioni di questi giovani, due israeliani e un palestinese, hanno riscosso. Il loro messaggio ispiratore è simile al nostro. È tempo che il governo tedesco e i suoi cittadini rompano il loro silenzio, riconoscano che il passato nazista è più facile da superare attraverso l’attiva opposizione all’ingiusta oppressione del popolo palestinese. Ci sentiamo affini anche alla lettera aperta ampiamente appoggiata da intellettuali in tutto il mondo, compresi molti israeliani, che chiede a “individui e istituzioni in Germania” di porre fine a ogni tentativo di confondere le critiche a Israele con l’antisemitismo.

Crediamo che la pace tra ebrei e arabi in Palestina dipenda dall’assunzione di iniziative per ripristinare l’uguaglianza di relazioni tra questi popoli da troppo tempo in conflitto. Ciò potrà avvenire soltanto se le attuali strutture di apartheid verranno smantellate come preludio alla pace. Il precedente del Sudafrica ci mostra che ciò può avvenire, ma solo quando le pressioni internazionali si uniscono alla resistenza interna. Sembrava impossibile in Sudafrica fino al momento stesso in cui ciò è avvenuto. Ora sembra impossibile riguardo a Israele, ma l’impossibile avviene quando è in linea con le richieste di giustizia e mobilita il sostegno di persone di buona volontà in tutto il mondo. Il corso della storia ha favorito la parte più debole dal punto di vista militare nei grandi movimenti anticoloniali dell’ultima metà del XX° secolo, e quindi non dobbiamo perdere la speranza in una soluzione giusta per israeliani e palestinesi, nonostante il fatto che l’attuale equilibrio delle forze ora favorisca il dominio israeliano.
È importante ricordare anche che fino a quando al popolo palestinese verranno negati i diritti fondamentali non ci potrà essere pace. Ogni accordo raggiunto mentre persiste l’apartheid non sarà altro che un cessate il fuoco. Una pace duratura dipende dal riconoscimento e dalla messa in pratica dell’uguaglianza dei due popoli sulla base della mutua autodeterminazione. La Germania e i tedeschi hanno la grande opportunità di promuovere questa visione e così facendo libereranno il Paese dal suo passato. In un senso profondo, sia che siamo tedeschi o americani o altro, ognuno di noi non deve niente di meno ai popoli ebraico e palestinese.

La  traduzione italiana è a cura di Zeitun

About Richard Falk e Hans von Sponeck

Richard Falk, statunitense di origine ebrea, è stato per 40 anni docente all’Università di Princeton con l’incarico di professore di Diritto internazionale; tra il 2008 e il 2014 ha lavorato come relatore speciale per la Palestina occupata per conto della Commissione ONU per i diritti umani. Hans von Sponeck ha lavorato per 32 anni come funzionario civile internazionale delle Nazioni Unite, arrivando fino al ruolo di assistente del Segretario generale (dimettendosi mentre era coordinatore del programma “Petrolio per Cibo” per protesta contro le sanzioni a danno dell’Iraq da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU).

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