Stati Uniti: tentativi di alleanza tra ambientalisti e lavoratori

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Nel resoconto sul lavoro nel mondo del mese di luglio si fa riferimento al dibattito nel sindacato, negli Stati Uniti, sulla proposta di dare vita a un nuovo New Deal con investimenti pubblici finalizzati alla tutela dell’ambiente e al contenimento e riconversione delle attività economiche a forte impatto sul clima. Citando un articolo comparso sul sito della rivista In These Times si presenta un sondaggio svolto tra i membri del sindacato per evidenziare come siano favorevoli in modo schiacciante per le riforme proposte, con il 62 per cento a sostegno e il 22 per cento contro.

Il quadro è in realtà più complesso, ma in movimento. Al di là delle strumentalizzazioni delle lobbies e di buona parte della stampa, le posizioni del sindacato sul Green New Deal (GND) sono molto variegate, riflettendo anche la differente posizione e collocazione dell’ampio spettro di organizzazioni sindacali statunitensi.

Un primo aspetto riguarda il fatto che le critiche al documento di 14 pagine proposto da Alexandria Ocasio-Cortez e da Edward Markey vengono, oltre che da alcuni sindacati, da molte organizzazioni ambientaliste: come è facile immaginare, le critiche sono di segno opposto, ma da entrambe le parti viene lamentato il mancato coinvolgimento nella preparazione della proposta. Nonostante il documento si sforzi di superare le divisioni storiche fra movimento sindacale e ambientalisti, proponendo un legame fra la creazione di posti di lavoro migliori e più protetti e gli obiettivi ambientali, i fossati sono difficili da colmare; d’altra parte, il documento è più un’affermazione di principi che un programma dettagliato, e questo lascia aperte molte questioni cruciali. Le critiche di una parte dei gruppi ambientalisti si focalizzano sulla non definitiva opzione sul tema zero emissioni di carbonio; ci concentreremo qui però sulle posizioni sindacali.

La proposta ha trovato l’appoggio, in alcuni casi entusiastico, dei sindacati dei servizi: Sarah Nelson, la combattiva presidente dell’Associazione degli assistenti di volo (50.000 membri), ha dichiarato che il cambiamento climatico colpisce già direttamente le condizioni di lavoro dei suoi associati; la Service Employees International Union (sindacato dei lavoratori dei servizi, settore sanità, servizi pubblici e privati; 2 milioni di associati), non affiliata all’AFL-CIO, ha approvato in pieno la proposta nel congresso di giugno.

La maggiore contrarietà viene, come prevedibile, dai sindacati dei minatori e dei lavoratori legati all’industria estrattiva, ma perplessità sono state avanzate anche dai settori metalmeccanici. In genere si tratta, in realtà, di timori almeno parzialmente fondati e non di opposizione preconcetta. A una recente conferenza a Chigago del Labor Network for Sustainability, un’organizzazione che raccoglie la componente più militante e combattiva del mondo sindacale, a cui hanno partecipato 240 dirigenti, e in cui la maggioranza delle posizioni era a favore del GND, è intervenuto Cecil Roberts, il combattivo presidente degli United Mine Workers, ribadendo come la sua categoria è passata attraverso una serie di “tragedie” e le soluzioni proposte – corsi di formazione per la riconversione lavorativa, promesse di una transizione equa e guidata – non hanno mai funzionato. Ma ha anche aggiunto che la categoria sa che non può stare ferma, che c’è un consenso sul 75% delle proposte, e che bisogna lavorare per un accordo. Altre categorie, come i metalmeccanici, temono che senza una legislazione mirata le imprese semplicemente trasferiscano all’estero le produzioni più inquinanti, indebolendo ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori americani. In realtà, l’opposizione esplicita è limitata ad alcune categorie, e non è sempre condivisa dalle realtà sindacali locali, a livello dei singoli Stati. Dietro alle posizioni critiche c’è comunque non tanto un rifiuto del fatto che la crisi ambientale vada affrontata, quanto una forte fiducia nella possibilità che lo sviluppo di nuove tecnologie possa rendere più pulite molte produzioni oggi altamente inquinanti: approccio che anche i proponenti del GND prendono in considerazione, ma ribadendo la necessità di arrivare a un “bilanciozero” delle emissioni.

I media e le lobby ostili al GND hanno citato una recente intervista a Richard Trumka, presidente dell’AFL-CIO, sostenendo che esprimeva una forte opposizione al GND. In realtà, in una conversazione di circa un’ora, l’argomento è stato accennato in una risposta di 30 secondi alla domanda se era favorevole al GND: «Non nella stesura attuale […] non siamo stati coinvolti […] per cui vorremmo che ci fossero varie modifiche per tutelare i lavoratori in questo processo». Non proprio quello che si dice un rifiuto.

Il percorso verso la creazione di un fronte unito ambientalisti-lavoratori è ancora sicuramente lungo, ma il processo è iniziato. Un segnale importante è venuto dall’appoggio che il Labor Network for Sustainability ha dato alle rivendicazioni proprio dei minatori. Alcune delle principali imprese del carbone sono in bancarotta, e hanno usato questa situazione per rifiutarsi di pagare i contributi medici e pensionistici ai lavoratori. Come segno di solidarietà nei loro confronti il Network e i suoi alleati stanno spingendo i parlamentari che appoggiano il GND a far adottare una clausola dell’American Miners Act (la legge che regola il settore delle miniere) che protegge le pensioni e l’assistenza sanitaria dei lavoratori. È un primo passo per costruire un’alleanza necessaria.

About Davide Lovisolo

Davide Lovisolo è stato docente di Fisiologia all'Università di Torino dal 1968 al 2015. Dal 1968 ha militato nei movimenti di base, è stato attivista politico in Avanguardia Operaia e poi in Democrazia Proletaria fino al 1978; dal 1980 al 1991 ha militato nel PCI. È stato uno dei responsabili del movimento per il diritto alla casa a Torino negli anni Settanta, delegato sindacale e esponente del Coordinamento Genitori torinese dal 1992 all'inizio degli anni 2000. Da anni è attivo nella cooperazione sociale.

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