Nicaragua. Ortega e la rivoluzione tradita

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A coloro che credono che la critica e l’autocritica siano inutili, o pericolose, consigliamo di leggere i discorsi e gli interventi di Lenin dopo il 1917, davanti ai suoi compagni, nei congressi e nei plenum del partito e dei soviet. Osserveranno il rigore delle sue analisi, implacabili con gli errori e le deviazioni, intransigenti con i suoi compagni più vicini. Fu sempre così, ma dalla presa del potere l’analisi di Lenin ha guadagnato in densità e precisione, indagando sempre su nuove questioni. Lo esasperavano la burocrazia e i tranelli che i suoi compagni mettevano in atto per evitare i problemi che creavano o che non erano capaci di risolvere. Tutti i rivoluzionari, in ogni tempo, sono stati implacabili con il campo nel quale militavano, perché si giocavano la vita e disdegnavano le cariche.

Sono trascorsi 40 anni dal trionfo della rivoluzione sandinista e non si è ancora sentita alcuna approfondita analisi da parte delle sinistre egemoniche, anche se il processo guidato da Daniel Ortega naufraga nella corruzione e nella repressione, lasciando dietro di sé una scia di persone assassinate, torturate, incarcerate ed esiliate. Un noto accademico ha detto, giorni fa, che il massacro di aprile è stato di una «sobrietà esemplare […] la dimostrazione di una tempra e di una capacità di risposta costruttiva, generosa, patriottica». Le analisi più serie provengono in questi giorni dagli ex comandanti che hanno abbandonato il FSLN (Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale) in momenti diversi.  Mónica Baltodano, Dora María Téllez, Luis Carrión, Henry Ruiz e Óscar René Vargas, tra i più conosciuti. Per motivi di spazio, mi concentrerò solo su due di loro.

In un articolo pubblicato su Brecha, Baltodano considera il regime di Daniel Ortega e di Rosario Murillo come una dittatura. Assicura che la stragrande maggioranza dei «comandanti della rivoluzione, dei guerriglieri, dei combattenti popolari e delle persone del popolo che ha aderito in modo massiccio all’insurrezione finale, ripudia l’orteghismo, le sue atrocità e la repressione scatenata, che include – secondo le conclusioni della Commissione Interamericana dei Diritti Umani – crimini  contro l’umanità». Baltodano denuncia la repressione poliziesca-militare e paramilitare scatenata da Ortega contro gli studenti e i contadini, che non esita a qualificare come “massacro”, perpetrata a partire dalle mobilitazioni popolari dell’aprile 2018 contro i tagli nel sistema pensionistico. Alleato con banchieri, grandi imprenditori e con gli Stati Uniti, a partire dal 2007 Ortega si è trasformato, secondo la ex comandante, «in paladino del capitalismo e del libero mercato, delle agevolazioni alle transnazionali, del brutale estrattivismo, dello sfruttamento delle risorse naturali e della privatizzazione di tutta la ricchezza pubblica».  La indigna che alcuni partiti di sinistra e  intellettuali appoggino il regime, «anche dopo il massacro che ha lasciato centinaia di morti, migliaia di feriti e mutilati, così come più di 70 mila rifugiati politici».

Carrión si concentra sull’autocritica, però dopo aver riconosciuto che è stato parte di quanto denuncia in un ampio articolo sulla rivista  Envío.  Si sofferma nella descrizione dei risultati raggiunti dalla rivoluzione nella sanità e nell’istruzione, l’emancipazione dei settori popolari e la riforma agraria. La critica inizia con il fatto che i sandinisti hanno assunto un potere assoluto, che li ha portati persino a porre la società e i movimenti sotto il loro controllo, seguendo la logica del “partito unico”. La trasformazione delle organizzazioni sociali in “cinghie di trasmissione”  della direzione del FSLN, nella peggiore tradizione stalinista, è andata di pari passo con l’accusa di essere contras [controrivoluzionari] per coloro che non si allineavano con le decisioni prese in alto. In nessun campo si è accettata la pluralità, nemmeno nelle organizzazioni di donne, di contadini o di abitanti delle città. Tutto doveva tingersi di rossonero, riconosce Carrión. Con il passare degli anni, abbiamo potuto capire la politica verso i miskitos della Costa Caraibica, ai quali si è tentato di imporre la logica sandinista, che loro sentivano come una nuova colonizzazione. Si è trattato dei tradizionali errori di una politica centrata sullo Stato, sebbene gli stessi sandinisti abbiano cercato di correggerla con la dichiarazione di autonomia, in quello che considera «un merito del governo rivoluzionario».

Diverso è il trattamento ricevuto dai contadini, che Carrión considera la chiave per il deragliamento della rivoluzione. Egli sostiene che la guerra tra i sandinisti e la contra [controrivoluzione] appoggiata dagli Stati Uniti, non si sarebbe generalizzata «se non ci fosse stata una rivolta di massa dei contadini del centro del paese, dal nord fino al sud, contro la rivoluzione». A questo proposito, Carrión ritiene che ci sia stato un abuso con le confische delle terre che, inizialmente, colpivano solo i somozisti ma che in seguito sono state applicate alle persone che non appoggiavano la rivoluzione. Un ulteriore problema è che le confische «le eseguivano funzionari e dirigenti politici che venivano dalle città con una visione ideologica della campagna, senza conoscere l’identità della società contadina». Il sandinismo ha riprodotto l’atteggiamento coloniale/patriarcale dei partiti di sinistra nei confronti dei contadini e dei popoli originari. Secondo  Carrión, «un’incapacità di relazionarsi con i contadini, che parlavano un’altra lingua, diversa da quella di coloro che arrivavano in campagna in rappresentanza della rivoluzione». 

I comandanti affrontano infine il problema di un potere rivoluzionario che riproduce le culture politiche già esistenti nelle società pre-rivoluzionarie. Così come Stalin (e l’insieme del partito bolscevico) ha riprodotto l’eredità del potere zarista, Ortega si inserisce nella tradizione autoritaria del Nicaragua, dove la dittatura di Somoza è durata mezzo secolo ed è stata preceduta da altre dittature simili.

Come fare per non riprodurre ma trasformare le culture egemoniche? Questo è il nucleo della discussione che va aperta e al quale, per ora, solo i movimenti delle donne e dei popoli originari iniziano a rispondere.

L’articolo, tratto da “La Jornada”, è stato tradotto in italiano, per Comune-info, da Daniela Cavallo

About Raul Zibechi

Raul Zibechi è uno scrittore e pensatore-attivista uruguayano. Si occupa di movimenti sociali in America Latina

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