Se infuriano i venti di guerra

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Quando un anno fa Donald Trump annunciò in diretta TV la fuoriuscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015, quasi nessuno si è reso conto che si apriva un altro drammatico scenario nelle relazioni internazionali in fondo al quale si intravedeva l’apocalisse di una nuova guerra del golfo.

Andiamo per ordine.

Il pericolo che uno Stato così profondamente coinvolto nei conflitti del Medio Oriente come l’Iran si potesse dotare di armi nucleari aveva profondamente agitato la comunità internazionale, sennonché i temuti programmi nucleari iraniani sono stati sventati dalla diplomazia attraverso l’accordo internazionale sull’energia nucleare in Iran (ICPOA) raggiunto a Vienna il 14 luglio 2015 tra l’Iran, il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti – più la Germania) e l’Unione europea. In base all’accordo, l’Iran ha accettato di eliminare le sue riserve di uranio a medio arricchimento, di tagliare del 98% le riserve di uranio a basso arricchimento e di ridurre di due terzi le sue centrifughe a gas per tredici anni. Per monitorare e verificare il rispetto dell’accordo da parte dell’Iran, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha avuto libero e incondizionato accesso a tutti gli impianti nucleari iraniani e ha confermato, attraverso un monitoraggio continuo il rispetto da parte di Teheran degli obblighi assunti.

Ora, se l’Iran non si dota di armi nucleari viene completamente meno quel pretesto di eliminare le armi di distruzione di massa che portò alla seconda guerra del golfo nel marzo del 2003. Se invece, strangolando l’economia iraniana con le sanzioni che gli USA hanno imposto anche all’Europa, si riesce a far fallire l’accordo che finora ha fatto desistere l’Iran dal progetto di costruirsi armi nucleari, allora la strada della guerra è aperta.

Dopo un anno il progetto politico di Trump sta producendo i suoi effetti. Il 17 giugno il portavoce della Agenzia iraniana per l’energia atomica, Behrouz Kamalvandi, ha dichiarato che entro dieci giorni l’Iran supererà il limite delle riserve di uranio a basso arricchimento consentite dall’accordo sul nucleare del 2015. Lo ha riferito durante una visita di giornalisti locali al reattore ad acqua pesante di Arak, mostrato in diretta dalla tv di Stato. «Abbiamo quadruplicato il ritmo di arricchimento ‒ ha detto Kamalvandi ‒ e accelerato ancora, quindi in 10 giorni supereremo il limite consentito di 300 chili. Ma c’è ancora tempo… se i Paesi europei agiscono».

Kamalvandi ha anche aggiunto che l’Iran potrebbe tornare ad arricchire il proprio uranio fino al 20% «in base alle esigenze del Paese». Stando alle prescrizioni dell’accordo sul nucleare, invece, Teheran può produrre solo uranio a basso arricchimento, cioè entro il limite del 3,67%, e le sue riserve non devono superare la soglia di 202,8 chilogrammi.

Minacce più gravi sono arrivate dal capo della Commissione parlamentare iraniana per il nucleare, Mojtaba Zonnour. «Potremmo anche interrompere l’attuazione volontaria del Protocollo addizionale – ha dichiarato all’agenzia di stampa nazionale – rivalutare il livello di collaborazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e pensare di lasciare il Trattato di non proliferazione nucleare ratificato nel 1970».

Strangolato dalle sanzioni e impossibilitato a vendere il suo petrolio, l’Iran agita la minaccia nucleare come ultima carta. Ma questo è proprio il terreno su cui vogliono portarlo Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita per avere in mano un ottimo pretesto per la guerra.

Il 7 giugno del 1981 Israele bombardò e distrusse il reattore nucleare iracheno di Osiraq, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condannò l’attacco con la risoluzione n. 487 e la cosa fini lì. Ma erano altri tempi. In tempi più recenti gli Stati Uniti hanno aggredito e invaso l’Iraq col pretesto di armi di distruzione di massa semplicemente inesistenti.

Quel che è certo è che il 27 giugno sarà superata un’altra soglia, sarà spalancata un’altra porta con vista sull’apocalisse. Per favore chiudete quella porta.

Gli autori

Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013) e "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019).

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One Comment on “Se infuriano i venti di guerra”

  1. Mi permetto di segnalare il mio articolo sullo stesso argomento, intitolato “Non sottovalutiamo i rischi della Realpolitik”, pubblicato da “Il Manifesto”, 29 giugno, sullo stesso argomento e dello stesso tenore di quello di Domenico Gallo.

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