Cosa succede davvero in Venezuela?

image_pdfimage_print

Quali che siano le opinioni di ciascuno, anche molto critiche, sugli ultimi anni del governo Maduro (così come sulla stagione bolivariana nel suo complesso), non si può non condannare il tentativo di “cambio di regime” che una parte dell’opposizione venezuelana con il supporto di Stati Uniti, Canada, parte dell’America Latina e buona parte dei Paesi europei (con la lodevole eccezione, per ora, dell’Italia) sta portando avanti dal 23 gennaio scorso, mediante il riconoscimento dell’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidó.

Errori economici ed errori politici, insieme al vero e proprio strangolamento economico che viene imposto da anni al Paese (culminato nel blocco dei fondi venezuelani nelle banche americane e inglesi per impedire al governo l’acquisto dei beni di prima necessità) hanno portato il Paese alla difficilissima situazione attuale: iperinflazione, carenza di beni di prima necessità, fuga dal Paese di centinaia di migliaia di persone.

Il ritardo nell’avvio di una politica di sviluppo economico, nell’illusione che la rendita petrolifera potesse continuare indefinitamente a finanziare i programmi sociali della rivoluzione “bolivariana”, da una parte, e, dall’altra, la fuga in avanti “rivoluzionaria” a fronte di una crisi egemonica complessiva hanno aperto la porta alla tentazione golpista, mai sopita, della destra venezuelana.

E tuttavia appare evidente che quella in corso è un’operazione ben orchestrata volta a far “saltare il banco” della difficile situazione politica interna pur di far cadere Maduro, mettendo in conto anche il rischio di una spaventosa guerra civile. Questo ci sembra, oggi, il punto essenziale da denunciare, più che testimoniare la simpatia che pur nutriamo verso questo esperimento politico-sociale, o discutere potenzialità e limiti del processo di transizione in corso in Venezuela (ce ne sarà modo altrove, speriamo, e intanto rimandiamo alle interessanti riflessioni di Gennaro Carotenuto). In questa nota, vorremmo solo mettere in fila alcuni elementi di fatto, di informazione pura e semplice, fattuale e documentata, un piccolo contributo di verità contro l’ondata di falsificazioni da cui siamo sommersi.

* Il presidente Guaidó non è costituzionalmente regolare. Circola molto la tesi che Guaidó sia stato nominato presidente dall’Assemblea nazionale in base alla Costituzione vigente. Ciò è semplicemente falso. La Costituzione del Venezuela in effetti prevede la possibilità della sostituzione del presidente della Repubblica in caso di impedimento e si esprime così (all’art. 233): «Sono cause di impedimento permanente del presidente della Repubblica: la morte, la rinuncia o la destituzione decretata con sentenza dal Tribunale supremo di giustizia e con l’approvazione dell’Assemblea nazionale; l’abbandono dell’incarico, dichiarato come tale dall’Assemblea nazionale, e la revoca popolare del suo mandato». Tutti casi che, evidentemente, non ricorrono nella situazione attuale! Ma poi, ammessa e non concessa la legittimità di tale atto, è vero che l’Assemblea nazionale ha nominato Guaidó? Niente affatto. Come è stato osservato, in realtà, Guaidó ha fatto davvero tutto da solo, o meglio consultandosi con Trump e Bolsonaro. Altrimenti si sarebbe dovuto sottoporre a un voto della stessa Assemblea nazionale, convincendo le numerose altre “prime donne” della rissosa opposizione venezuelana.

* L’elezione di Maduro fu irregolare? Si sente dire che le scorse elezioni presidenziali sarebbero state invalide (usando peraltro argomenti piuttosto vaghi). Va detto che, con una sorta di loro coerenza interna, i Paesi che ora hanno avallato la figura dell’autoproclamato presidente (USA e UE in primo luogo), non avevano riconosciuto i risultati delle elezioni presidenziali del maggio 2018 fin da subito, seguendo peraltro il suggerimento dell’opposizione stessa. Ricordiamo come andarono le cose. A quelle elezioni in effetti molti elettori non trovarono il loro candidato, per la semplice ragione che gran parte delle formazioni dell’opposizione, riunite nella Mesa de la Unidad Democrática (MUD), scelsero di boicottarle, con il curioso argomento che tanto sarebbero state viziate da brogli. Le elezioni ovviamente si tennero lo stesso, peraltro con la partecipazione di altre forze dell’opposizione, e Maduro vinse con il 67,7% dei voti (mentre il principale candidato dell’opposizione che accettò di partecipare, Henri Falcón, ebbe il 21,2%). È vero, come pure si ripete, che l’affluenza fu bassissima (il 46%), per via appunto del boicottaggio, ma anche forse di uno scoraggiamento di tanto popolo bolivariano; ma quando mai la bassa affluenza è motivo di invalidità? (Cosa dovremmo fare, in Europa, con le nostre sempre più basse affluenze alle urne?). Quelle elezioni, comunque, furono supervisionate da una commissione internazionale di osservatori capeggiata dall’ex premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, che le reputarono del tutto regolari [qui conferenza stampa di Zapatero], osservando tra l’altro che si erano svolte nelle medesime condizioni di quelle del 2015, nelle quali aveva prevalso l’opposizione, che allora però non ebbe nulla da ridire. Da segnalare, ancora, che le elezioni in Venezuela si basano su un sistema elettronico, che minimizza i rischi di brogli. Un’altra osservazione, infine: perché nessuno, allora, tra i partiti di opposizione (quelli che parteciparono alle elezioni), pur avendo sollevato subito dubbi sulla regolarità, fece ricorso? La verità è che quelle elezioni, così come le continue consultazioni elettorali che si svolgono nel Paese (se ne sono svolte in questi vent’anni 23: 5 presidenziali, 4 parlamentari, 10 amministrative e 4 referendum costituzionali), sono sempre state pienamente regolari, sia quando hanno dato consenso al chavismo sia quando glielo hanno negato (per esempio in occasione del referendum sulla riforma costituzionale voluto da Chavez nel 2007).

* È un golpe. Parola di Guaidó. Cosa diremmo se in un Paese europeo un leader di opposizione dicesse che sta tenendo riunioni segrete con ufficiali dell’esercito e degli apparati di sicurezza per propiziare una svolta politica nel Paese? Che questo signore ha tendenze golpiste, probabilmente. Ebbene, queste cose le ha dette, anzi scritte, lo stesso Guaidó sul “New York Times”. Leggiamole: «La transizione avrà bisogno del sostegno da parte dei contingenti principali dell’esercito. Abbiamo avuto incontri segreti con membri dell’esercito e delle forze di sicurezza. Abbiamo offerto l’amnistia a quelli di loro che saranno riconosciuti non colpevoli di crimini contro l’umanità. L’abbandono di Maduro da parte delle forze armate è cruciale per rendere possibile un cambio di governo e la maggioranza di coloro che servono in esse concordano che la situazione attuale è insostenibile» [Juan Guaidó: Venezuelans, Strenght Is in Unity, “New York Times”, Jan. 30, 2019].

* Un nome una garanzia. Elliott Abrams. Se poi non bastassero le parole del protagonista di questa vicenda, si guardino i soggetti che stanno agendo, sul fronte statunitense. L’operazione in corso – è stato notato – è una guerra del deep state, o «stato profondo», quella costellazione di esercito, agenzie di intelligence, establishment politico che vuole fortemente che gli USA restino attivi ovunque per imporre la propria egemonia (o per ostacolare quella dei competitori). Ora se la stanno vedendo con un presidente bizzarro che ha addirittura vinto le elezioni rivendicando un progressivo ritiro dai terreni di intervento militare, per concentrarsi sul rafforzamento dell’economia nazionale (la politica dell’“America First”). Può darsi, però, che lo abbiano convinto che almeno in quello che da sempre gli USA considerano il “cortile di casa” è bene che gli USA continuino a fare il gendarme internazionale [cfr. Manlio Dinucci, Venezuela, golpe dello Stato profondo]. È questa la tesi sostenuta dal vicepresidente Mike Pence in un’intervista a “Fox News”. Pence, che di fatto ha preso in mano la situazione fin dall’inizio, arrivando al punto di rivolgersi direttamente al popolo venezuelano («Hola, I’m Mike Pence…») per invitarlo alla sollevazione contro Maduro [lo si può vedere qui]. Ma guardare i nomi di chi ci sta “mettendo la faccia” è molto istruttivo. Centrale è il ruolo di Marco Rubio, senatore repubblicano di origini cubane con forti legami col mondo degli espatriati cubani di Miami; John Bolton, consigliere sulle questioni internazionali e grande sostenitore della guerra all’Iran; e infine, un grande ritorno: Elliott Abrams, un nome su cui è bene soffermarsi un momento. Nominato inviato speciale per il Venezuela dal segretario di Stato Mike Pompeo il 26 gennaio (esattamente in occasione del riconoscimento di Guaidó), Elliott Abrams non è certo un funzionario di primo pelo. Già consigliere e segretario di Stato sotto Reagan negli anni Ottanta, si diede da fare per organizzare le forze controrivoluzionarie in Nicaragua, finendo coinvolto nell’affaire Iran-Contras, dopo il quale si inabissò per un po’ di tempo. Salvo, parecchi anni dopo, rispuntare come uomo di punta di quel circolo di intellettuali bellicisti, i cosiddetti neocons, che suggerirono a George W. Bush tutta la ristrutturazione del Medio Oriente sulla base di una costante “esportazione della democrazia” (strategia che poi, via Hillary Clinton, passò almeno in parte all’Amministrazione Obama). Durante l’amministrazione Bush, Abrams fu tra l’altro nominato responsabile per la “Democrazia, i diritti umani e le operazioni speciali” all’interno del National Security Council, e non cessò di occuparsi della sua antica passione, l’America Latina, se è vero che fu uno degli organizzatori del tentato colpo di Stato contro Chavez dell’aprile 2002, secondo quanto riferì l’“Observer” [Ed Vulliamy, Venezuela coup linked to Bush team, “Observer”/“The Guardian”, 21 Apr. 2002]. Non si sa se la presenza di Abrams alla corte di Trump, insieme a Bolton, sia il segno della infiltrazione dei circoli neocons in una Amministrazione che sembrava loro preclusa; ma di certo la sua nomina a inviato speciale per il Venezuela è una garanzia sul carattere golpista dell’operazione-Guaidó. [Sul “ritorno” di Abrams si vedano: Jon Schwartz, Elliott Abrams, Trump’s pick to bring “democracy” to Venezuela, has spent his life crushing democracy, “The Intercept”, January 30, 2019; Julian Borger, US diplomat convicted over Iran-Contra appointed special envoy for Venezuela, “The Guardian”, 26 Jan., 2019, e il commento di Alberto Negri].

* Le ragioni sono umanitarie, ovvero: libero mercato e petrolio. Parola del “Wall Street Journal”. A chiarire che dietro le ragioni democratico-umanitarie addotte per propiziare i “cambi di regime” si nascondano interessi bassissimi dal forte profumo di idrocarburi, dovrebbero essere sufficienti le guerre a guida USA dell’ultimo quarto di secolo. In ogni caso, è sulle pagine del “Wall Street Journal” del 31 gennaio che possiamo trovare le ragioni per le quali si sostiene l’autoproclamato presidente: egli, infatti, ha dichiarato di voler «ricercare aiuto finanziario da organizzazioni multilaterali, ottenere prestiti con accordi bilaterali, ristrutturare il debito e aprire il vasto settore petrolifero venezuelano all’investimento privato». Il piano economico di G. – continua il giornale economico – «include la privatizzazione delle proprietà pubbliche» e la cessazione dei «dispendiosi sussidi statali» assicurati dal governo attuale. Più chiaro di così… [Ryan Dube and Kejal Vyas, Venezuela Opposition Leader Outlines Plan to Revive Nation, “Wall Street Journal”, Jan. 31, 2019].

Concludiamo con un sorriso, nonostante la gravità della situazione. Nella sua megalomania, giorni fa l’autoproclamato presidente venezuelano aveva dichiarato che non escludeva di «autorizzare l’intervento militare USA»… Ora gli risponde, via Twitter, il deputato democratico Ro Khanna: «Mr. Guaidó, lei potrà anche autoproclamarsi leader del Venezuela ma non può autorizzare alcun intervento militare statunitense. Solo il Congresso può farlo. E non lo faremo». Ecco, speriamo.

About Toni Muzzioli

Toni Muzzioli (Milano, 1971) lavora in ambito editoriale e si occupa di questioni filosofiche e politico-sociali, in una prospettiva eco-socialista. Ha pubblicato articoli e saggi per diverse riviste e siti web, tra i quali “Marxismo oggi”, “Giano”, “Lavori in corso” (Punto Rosso), “L’ospite ingrato”, “Forma Cinema”.

Vedi tutti i post di Toni Muzzioli