Il test britannico non riguarda solo il Regno Unito

La situazione del Regno Unito in prossimità della Brexit appare molto confusa e suscita vari allarmi sia all’interno che al di fuori dei confini dell’isola. I motivi sono noti: l’esito inaspettato del referendum consultivo del giugno 2016, che ha visto prevalere (52% a 48%) la posizione di coloro che vogliono uscire dall’Unione europea, ha determinato un notevole scompiglio nella classe dirigente britannica e ha reso evidente la sua incapacità di governare il processo di reale uscita dall’UE.

Molti commentatori hanno interpretato questa situazione come l’ennesimo episodio di uno scontro tra un popolo rancoroso e un’élite isolata dal resto della popolazione, tra un populismo virulento, ma incompetente e una leadership di esperti, ma incapaci di parlare al popolo e di farsi capire. E poi è stata messa in evidenza l’insipienza del governo conservatore e della sua leader Theresa May, tanto testarda e determinata, quanto inidonea a trovare le giuste mediazioni con il Parlamento, da un lato, e con la Commissione europea, dall’altro. Anche al Regno Unito è stato applicato lo stesso schema di analisi utilizzato per comprendere la vittoria di Trump alle ultime elezioni presidenziali: i ceti medi impoveriti (comprendendo tra essi anche la pugnace classe operaia britannica…) si starebbero rivoltando contro gli effetti negativi della globalizzazione e del liberismo non solo economico, ma anche sociale e culturale.

Naturalmente in questi aspetti c’è del vero, ma il rischio che si corre, applicando questo stesso cliché a tutte le situazioni di conflitto politico e sociale che si stanno manifestando in Europa e negli USA (dalla Francia dei gilet gialli, ai paesi nordici dei partiti xenofobi, fino all’Italia del governo giallo-verde) è, da un lato, di non cogliere le caratteristiche specifiche di ogni situazione e, dall’altro, di restare alla superficie di un fenomeno che forse ha delle motivazioni più profonde.

Da questo punto di vista quello del Regno Unito è veramente un test importante per molti aspetti che vanno anche al di là della vicenda della Brexit.

I.

Se torniamo per un attimo ai risultati del referendum consultivo del 2016, possiamo notare alcune evidenti differenze territoriali: nel grosso dell’Inghilterra il voto per l’uscita dalla UE è stato maggioritario, ma le percentuali più elevate sono state raggiunte in particolare nelle Midlands (60%) dove prima della Thatcher era storicamente insediata l’industria pesante (miniere di carbone e acciaierie), al punto che la zona occidentale, in particolare, per il suo elevato grado di inquinamento, è chiamata black country. In Scozia, invece, il risultato referendario appare ribaltato: lì ha prevalso la scelta di rimanere nell’UE con il 62% dei voti, pur in presenza di una partecipazione inferiore di 5 punti rispetto a quella media nazionale. Anche in Scozia la politica liberista ha portato alla liquidazione dell’industria pesante, ma la situazione economica ha retto maggiormente a causa dei giacimenti petroliferi del mare del nord e per l’insediamento dell’industria digitale; tuttavia un fattore molto importante è l’indipendentismo scozzese. Il Regno Unito ha progressivamente concesso sempre più autonomia alla Scozia (e anche al Galles e all’Ulster), ma ciononostante gli scozzesi non si sentono inglesi: lo Scottish national party è un partito socialdemocratico che ha sottratto molto elettorato al Labour Party che era in precedenza tradizionalmente maggioritario in Scozia. Nell’Irlanda del Nord al referendum ha prevalso il voto contrario alla Brexit (56%) anche qui con un’astensione maggiore di 9 punti rispetto alla media nazionale: il Sinn Fein, partito indipendentista ha subito ribadito che la Brexit rimetterebbe in discussione gli accordi di pace del 1998 che hanno messo fine alla guerra civile nordirlandese.

Insomma il Regno Unito è molto poco unito e un’uscita disordinata dalla UE (no deal) aprirebbe un conflitto sia con la Scozia, sia, a maggior ragione con l’Irlanda del Nord: non casualmente la ragione del contendere che ha finora impedito l’accettazione da parte del Camera dei Comuni dell’accordo proposto da Theresa May è proprio il regime particolare della frontiera irlandese contenuto nell’accordo tra la Commissione europea e il primo ministro inglese.

La stessa Londra, dove il no alla Brexit ha prevalso con il 60% dei voti, ha espresso, per voce del suo sindaco laburista Sadiq Khan, un forte rifiuto dell’uscita dalla UE, fino al punto da ipotizzare un regime speciale per la sola città sul modello di Singapore. Nessuno può escludere che la Brexit determini un approfondimento delle contraddizioni interne al Regno Unito e che questo possa portare a una divisione drammatica.

La maggioranza dei commentatori ha messo in evidenza come la scelta inglese di voler tornare a giocare un ruolo totalmente indipendente come nazione all’interno di un mondo globalizzato appaia molto azzardata; minore attenzione è stata finora dedicata alle tendenze centrifughe di parti del Regno Unito.

Eppure non sembra questo l’unico caso nel quale lo Stato nazionale appare inadeguato perché troppo piccolo rispetto alle contraddizioni della globalizzazione e al tempo stesso troppo grande (o troppo attento solo alle dinamiche globali) per prendersi cura dei territori e delle loro contraddizioni socioeconomiche e culturali. Conflitti analoghi (anche se con specificità inevitabilmente diverse) attraversano la Spagna, il Belgio e la stessa Francia: è possibile, dunque, che eventuali tensioni interne al Regno Unito al momento dell’uscita dalla UE si ripercuotano anche su altre nazioni europee.

II.

Un secondo aspetto importante che la vicenda della Brexit mette in evidenza è la crisi del parlamentarismo.

È sufficiente guardare una seduta della Camera dei Comuni per rendersi conto che l’esperienza parlamentare ha radici storiche profonde in Inghilterra: la stessa disposizione dei deputati così ravvicinata rende l’idea di una sala dove si discute davvero e dove tutti sono impegnati a seguire il confronto. Ma questo strumento politico istituzionale, forgiato nel 1600 nel fuoco dello scontro con la monarchia, che è stato il modello di riferimento per tutte le successive esperienze parlamentari, sembra oggi incapace sia di gestire il rapporto con uno strumento di espressione della volontà popolare (il referendum consultivo), sia di orientare il confronto con l’Unione Europea.

Possiamo limitarci a considerare queste difficoltà come espressione dell’ormai noto problema di ruolo delle classi dirigenti (o delle élites): certamente però non possiamo sottovalutare la difficoltà di funzionamento di un’istituzione stretta tra la pressione esercitata direttamente dagli elettori e dal condizionamento esterno espresso dal rapporto politico ed economico con l’Europa. In termini diversi questa stessa contraddizione investe anche la Francia presidenzialista di Macron, la Germania federalista di Angela Merkel e il sovranismo del governo giallo-verde italiano. L’esito della crisi britannica costituisce quindi un test importante anche per la tenuta dei tradizionali regimi parlamentari europei e loro capacità di rinnovare il rapporto fiduciario con i cittadini.

III.

Un terzo aspetto della Brexit riguarda più da vicino la sinistra europea: da più parti si è sottolineata l’ambiguità della posizione del Labour e in particolare del suo segretario Jeremy Corbyn rispetto al tema dell’uscita dall’Unione europea.

I laburisti dopo la crisi dovuta al periodo di Blair, che aveva fortemente intaccato il rapporto con i sindacati e con l’elettorato popolare, sono tornati protagonisti del confronto politico: Corbyn ha assunto la leadership del partito grazie al sostegno dei settori giovanili al suo programma riformista, fondato sul rilancio del ruolo statale nel welfare e nell’economia. Il peso parlamentare del Labour è cresciuto dopo le elezioni anticipate del 2017 volute dalla May e il numero di iscritti al partito è aumentato notevolmente, segnalando un più forte radicamento a livello sociale: molti osservatori prevedono che sulla base di questi dati possa vincere le prossime elezioni. Per questo Corbyn ha puntato più sulla crisi di governo e sull’anticipo delle elezioni che sullo scontro sui termini di uscita dalla UE proposti dal governo conservatore. Egli teme che il permanere nell’Unione europea impedisca a un eventuale governo laburista di realizzare un programma tradizionalmente socialdemocratico fondato su alcune nazionalizzazioni e sull’espansione della spesa pubblica.

Nella posizione di Corbyn c’è una previsione (o un’illusione?) analoga e speculare rispetto a quella degli accaniti sostenitori della Brexit; per entrambi, nonostante le tempeste determinate dalla globalizzazione, il Regno Unito può farcela contando sulle proprie forze: nel caso dei conservatori per giocarsi un ruolo autonomo all’interno della globalizzazione; in quello dei laburisti per ricostruire un ruolo sociale ed economico dello Stato, proteggendo i lavoratori dalla crisi del liberismo.

Anche nella sinistra europea, in Germania nella Linke, in Francia all’interno di France insoumise stanno prendendo peso posizioni che cercano di recuperare un ruolo dello Stato nazionale come argine alla globalizzazione della finanza e delle migrazioni, come barriera alla politica di austerità finora imposta dalla Commissione europea, ma anche fin qui condivisa dai governi nazionali.

Riuscirà Corbyn nel suo progetto? riuscirà a non sporcarsi le mani con la Brexit? riuscirà a mantenere il consenso dei giovani che lo hanno spinto alla segreteria del Labour nonostante la Brexit? riuscirà a condurre in porto la sua strategia di conquista del governo, prima, e di realizzazione del suo programma riformista, poi?

Certamente l’esito del progetto laburista avrà comunque un’influenza significativa nel rafforzare o meno le posizioni che in Europa rivendicano da sinistra un “ritorno” alla sovranità nazionale.