Il vento incerto della Baviera

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Monaco di Baviera

Inutile nasconderselo, alla Baviera si guarda sempre con un po’ di inquietudine. È lì che nacque il nazionalsocialismo, è lì che la Repubblica federale ha sempre mostrato il suo lato più conservatore con il partito-stato CSU di Strauss e Stoiber, è lì che oggi soffia, per contiguità geografica e politica, quel gelido vento mitteleuropeo che attraversa il panorama ungherese e austriaco.

Disposti ormai al peggio, tiriamo dunque un sospiro di sollievo perché la destra nazionalista di Alternative für Deutschland (AFD) si è fermata “solo” al 10,2 per cento, ma sarebbe prematuro e fuori luogo cantare vittoria: nessuno può dire che l’aria stia nuovamente cambiando a favore del campo della solidarietà e dei diritti.

La CSU, infatti, uscita pesantemente sconfitta (37,2 per cento, una perdita secca di dieci punti e mezzo), non sembra voler trarre alcuna conclusione politicamente significativa dal risultato elettorale: non sentiremo alcun esplicito «abbiamo sbagliato» in relazione al tema dei migranti e delle frontiere, agitato come spauracchio nei mesi scorsi dal leader Horst Seehofer. Difficilmente assisteremo a un ripensamento che conduca il partito cristiano-sociale lontano dalle ossessioni identitarie e securitarie che, anziché contenerli, hanno fatto il gioco dei loro competitori xenofobi della AFD. È ciò che può dedursi, purtroppo, dai primi segnali post-voto, a partire dalla scelta di costruire la necessaria coalizione di governo con i Freie Wähler, formazione civica regionale di centro-destra, e non con i Verdi, apertamente schierati a difesa dei diritti umani dei migranti e di una visione europeista e cosmopolita.

Gli ecologisti, con il 17,5 per cento, sono i veri vincitori delle urne bavaresi: aumentano di 9 punti rispetto al turno precedente e si attestano come seconda forza, ruolo che era tradizionalmente appannaggio dei socialdemocratici della SPD, precipitati al quinto posto con il 9,7 per cento. La regione di Monaco segue l’esempio del Baden-Württemberg, l’altro ricco Land della Germania meridionale, nel tingere più di verde che di rosso l’area progressista, ma è la prima in assoluto a relegare la SPD a un risultato a una cifra. Per i socialdemocratici è la rottura drammatica di una soglia psicologica, significa lo spettro della «pasokizzazione» che aleggia sempre più minaccioso. La leadership nazionale appare stanca, senza appeal e soprattutto senza bussola: difficile, anche in questo caso, attendersi una mossa coraggiosa, un’autocritica profonda e non di circostanza.

Tra due settimane si voterà in Assia, la regione di Francoforte, e sino ad allora nulla cambierà. Se quelle urne indicheranno una tenuta dei due partiti della grosse Koalition che governa a Berlino, allora Angela Merkel andrà avanti col suo tran-tran. Solo un risultato “bavarese” potrebbe incidere sugli equilibri federali, inducendo uno degli attori in scena a far saltare il tavolo: potrebbe essere la SPD a decidere di farla finita con la coalizione federale insieme ai democristiani, o la CDU a dare il benservito alla cancelliera e a cercare al proprio interno un nuovo capo del partito e del governo. Una cosa è certa comunque sin d’ora: l’esecutivo Merkel è già un’anatra zoppa, e il voto in Assia confermerà la sua debolezza.

Così come dovrebbe confermare l’ascesa dei Verdi e, in misura minore, della Linke: due partiti che, insieme, offrono una valida alternativa ai delusi dalla SPD. Visto dal di fuori, è questo, forse, l’unico dato che può confortare nella politica tedesca di questa fase: alla crisi della tradizionale “sinistra di governo” nella Repubblica federale c’è un rimedio.

Gli elettori progressisti non restano orfani, ma trovano negli ecologisti e nella sinistra di ispirazione marxista due forze credibili a cui rivolgersi (nonostante alcune contraddizioni, vedi «Germania, le due sinistre e i migranti»). Forze che sono lo specchio di una vitalità sociale della Germania solidale e antirazzista, capace di dare vita alle oceaniche manifestazioni dello scorso sabato sotto il lemma unteilbar, “indivisibili”, a indicare l’inseparabilità dei diritti umani dei migranti e dei diritti sociali dei “nativi”, contro il cinico gioco della guerra fra poveri.

Per l’intera Europa è fondamentale che alla voglia di resistenza anti-nazionalista della Germania progressista corrisponda un’offerta politica in grado di farsene interprete al meglio nonostante la crisi dei socialdemocratici. Vale a Berlino, e dovrebbe valere anche da noi.

Jacopo Rosatelli

Jacopo Rosatelli, dottore di ricerca in Studi politici, insegna nelle scuole superiori. Collabora con il manifesto, L’Indice dei libri del mese e Aspenia online. Insieme a Gianrico Carofiglio ha scritto, per Edizioni Gruppo Abele, Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità.

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