Orbán, l’Europa e il Partito popolare

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Un dialogo tra sordi. Questa è l’impressione emersa martedì al Parlamento europeo, dove il primo ministro ungherese Viktor Orbán è stato invitato a commentare la relazione dell’onorevole olandese Judith Sargentini. La relazione ‒ che può essere consultata sul sito web del Parlamento ‒ elenca le distorsioni dello Stato di diritto commesse dal governo ungherese negli ultimi anni e riprende gli avvertimenti già inviati dalle istituzioni europee. Per concludere chiedendo al Consiglio di attivare l’articolo 7 del trattato dell’Unione europea al fine di stabilire «l’esistenza di un chiaro rischio di grave violazione da parte dell’Ungheria dei valori su cui è fondata l’Unione». L’articolo 7 è la pena massima che può essere imposta nei confronti di uno Stato membro: ne sospende, infatti, il diritto di voto nel Consiglio europeo, che riunisce i capi dei 28 dirigenti membri dell’Unione.

Il provvedimento proposto dall’onorevole Sargentini è stato approvato, nel voto del Parlamento di mercoledì, da una solida maggioranza. L’avvertimento contro Budapest è chiaro, anche se il voto non significa che l’articolo 7 sarà attivato. Ciò richiede infatti, in sede di Consiglio europeo, l’unanimità degli Stati membri. Un’unanimità improbabile posto che certamente il governo polacco, non voterà contro Budapest.

Ad ogni modo, l’ammonimento contro il governo ungherese ha un peso reale nel periodo precedente le elezioni europee del prossimo maggio. Al pari di Emmanuel Macron, provocato dal duo Orban-Salvini, molti deputati europei hanno reagito con durezza alle derive autoritarie e liberticide della politica condotta in Ungheria. Ne è prova la partecipazione al dibattito parlamentare a Strasburgo: ben 50 deputati hanno preso la parola.

Evidente è stata la difficoltà del PPE (Partito popolare europeo) che non aveva dato inizialmente una indicazione chiara, essendo il Fidesz (partito di Orbán) nelle sue fila. «Il mio gruppo prenderà una decisione politica stasera», ha detto martedì Manfred Weber, suo presidente, che è stato più chiaro il mercoledì mattina, affermando sui social network che avrebbe votato per la relazione Sargentini. Diversi interventi hanno poi suggerito il ritiro del supporto fornito in precedenza dal PPE a Fidesz. Già lunedì, il cancelliere austriaco Sebastian Kurz aveva assicurato che i deputati del suo partito avrebbero votato a favore del testo. Da parte di un capo del governo che era apparso alleato di Orbán sulla questione della migrazione, e il cui esecutivo è in parte composto da ministri dell’estrema destra, questo chiarimento non è da minimizzare. Altri deputati sono stati particolarmente virulenti. La svedese Anna Maria Corazza Bildt, per esempio, ha affermato: «Oggi sono orgogliosa di difendere la democrazia», ​​accusando Orbán di negare i valori fondanti dell’Unione europea. «Oggi ‒ ha proseguito rivolgendosi allo stesso Orbán – vuoi esportare un modello come quello di Putin della porta accanto. È una cattiva compagnia. Speriamo che tu trovi di nuovo la strada giusta». Alla fine i deputati della destra europea, con 115 voti contro 57, hanno condiviso le proposte dell’onorevole Sargentini. I rappresentanti francesi del gruppo sono rimasti divisi e non convinti dal testo: solo 8 su 20 hanno votato a favore della relazione. Molti si sono astenuti. Una ricomposizione del PPE è, peraltro, probabile in vista delle elezioni europee. E sarebbe incomprensibile che, dopo questo voto, Fidesz rimanesse nelle sue fila. In ogni caso, questo è stato un punto di svolta per la prima forza parlamentare europea, fino ad ora molto riluttante ad alzare il tono nei confronti del leader ungherese.

Ma Viktor Orbán, che ha sorriso ironicamente ogni volta in cui sono state espresse forti critiche nei suoi confronti, ha potuto contare su un certo sostegno nell’assemblea. Martedì, infatti, gli hanno dichiarato il loro appoggio e lo hanno incoraggiato a continuare sulla sua strada i presidenti di ben tre gruppi parlamentari: i “Riformatori europei” (tra cui il polacco PiS), “L’Europa della libertà e della democrazia diretta” (di cui fa parte il Movimento Cinque Stelle) e “L’Europa delle nazioni e delle libertà” (che comprende il French National Rally – ex FN).

About Toni Ferigo

Toni Ferigo è stato sindacalista della FIM e poi della CISL. Responsabile del settore internazionale è poi emigrato nella segreteria della Federazione internazionale sindacati metalmeccanici a Ginevra. Attualmente è pensionato ma continua a occuparsi dei temi del lavoro e delle relazioni sindacali.

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