Germania: le due sinistre e i migranti

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Esaurita la pausa estiva, l’anno politico che culminerà nelle europee della prossima primavera potrebbe aprirsi con una clamorosa e drammatica scissione nella Linke. Secondo alcuni analisti la separazione è già cosa fatta: per l’ufficialità ci sarebbe solo da attendere il 4 settembre, quando verrà presentato pubblicamente il movimento Aufstehen (letteralmente “Alzarsi”, simile all’inglese Stand up for, è traducibile anche con “Ribellarsi” o “In piedi”), promosso, fra gli altri, da Sahra Wagenknecht, che del partito della sinistra tedesca è capogruppo parlamentare.

In realtà, potrebbe anche andare diversamente, stando alle intenzioni dichiarate dai proponenti. Che sono quelle di dare vita a «qualcosa di nuovo: non un partito, bensì un movimento per tutti quelli che vogliono lottare insieme per i nostri obbiettivi», vale a dire «posti di lavoro sicuri, salari più alti, buone pensioni e assistenza, stato sociale, una formazione di qualità dall’infanzia all’università, affitti equi, tasse giuste al posto di politiche per super-ricchi, banche e imprese, la salvaguardia del pianeta minacciato, la protezione di acqua, aria, terra, animali e biodiversità, il disarmo, una diplomazia di pace e una politica per la distensione, contro le guerre per procura, l’export di armi e il saccheggio dei paesi coinvolti, che sono le autentiche cause delle migrazioni». «Noi ci leviamo – prosegue la breve dichiarazione programmatica presente sul sito del gruppo – contro la xenofobia e per una vera democrazia senza lo strapotere di banche, imprese e lobbisti. Vogliamo nuove maggioranze in Germania e in Europa!»

Anticipare cosa accadrà davvero è, dunque, molto azzardato. Al momento, nessun passo formale è stato compiuto in direzione di una separazione: né da parte della corrente che si riconosce in Wagenknecht, né da parte dei due co-segretari Bernd Riexinger e Katja Kipping, che si sono limitati sinora a criticare la scarsa chiarezza del progetto della capogruppo e dell’altro ispiratore di Aufstehen, Oskar Lafontaine. Siamo in un periodo un po’ surreale di attesa, durante il quale sui giornali tedeschi si susseguono articoli di opinione e interviste a singoli esponenti della Linke e degli altri partiti «a sinistra del centro», cioè Spd e Verdi, su qualcosa che resta un oggetto ancora misterioso. Le voci che salutano il benefico sparigliamento delle carte fanno il paio con quelle che mettono in guardia da progetti velleitari e fumosi. E, come non potrebbe essere altrimenti nella Germania che assiste preoccupata all’ascesa della nuova destra, la controversia ruota tutta o quasi su un punto: la posizione di Wagenknecht e compagni sulla questione dei migranti. Pericolosamente simile, per alcuni, a quella dei nazionalisti di Alternative für Deutschland (Afd).

È davvero così?

Aufstehen sino al 4 settembre è semplicemente un sito con alcune testimonianze video di persone comuni e poche righe di spiegazione delle intenzioni del movimento (come quelle riportate sopra), a cui ci si può registrare gratuitamente. Ma il gruppo ha già una storia: quella delle divergenze fra Wagenknecht (e Lafontaine) e i segretari Riexinger e Kipping sulla linea delle «frontiere aperte», esplose al recente congresso di Lipsia ma risalenti a prima. Già all’inizio del 2016, dopo i fatti del Capodanno a Colonia, la capogruppo parlò di «limiti di capienza» in Germania per i migranti, e osservò che «chi abusa del proprio diritto ad essere ospitato perde tale diritto», guadagnandosi il plauso dell’Afd. Un anno dopo, a proposito dell’attentato del mercatino di Natale di Berlino, arrivò ad attribuire un concorso di responsabilità alla cancelliera Angela Merkel per la sua «incontrollata» politica di accoglienza dei profughi. Sul piano economico, Wagenknecht è ferma sostenitrice della tesi che la presenza dei migranti sul suolo tedesco sia un fattore che contribuisce a spingere verso il basso i salari: un tasto sul quale batte da molto più tempo il suo compagno d’avventura (e di vita) Lafontaine, che nella sua prima campagna elettorale da esponente della Linke, nel 2005, utilizzò addirittura l’espressione del lessico nazista Fremdarbeiter per indicare i lavoratori stranieri che «portano via a padri di famiglia e donne i posti di lavoro per salari più bassi».

Di tutto questo, in realtà, nel sito di Aufstehen per ora non si trova traccia. Così come nulla si dice dell’Europa, cui pure si allude a proposito di nuove maggioranze da creare. Sapremo di più – forse – il 4 settembre. Non è un mistero, tuttavia, che Wagenknecht e Lafontaine aderiscano alle tesi dell’autorevole sociologo Wolfgang Streeck: democrazia e stato sociale si danno solo a livello statale, l’Unione europea è una «macchina delle liberalizzazioni» sostanzialmente impossibile da democratizzare. Nessuno spazio di riforma, nemmeno radicale, dunque: alle forze che si considerano dalla parte delle classi popolari il compito che si impone è una sorta di reconquista dello spazio della sovranità nazionale. Liquidando, ça va sans dire, l’euro, per tornare a un sistema simile a quello del Serpente monetario europeo.

Vero è, dunque, che quanto ora campeggia sul sito non giustificherebbe critiche di neo-nazionalismo al nascituro movimento. A renderle possibili, senza fare processi alle intenzioni, è però l’articolo programmatico uscito sulla Die Zeit a firma Wagenknecht e Bernd Stegemann, di professione drammaturgo, ritenuto una delle principali teste pensanti del nuovo gruppo. In quel testo, «l’assenza di confini» è interpretata come condizione di possibilità degli affari del capitalismo internazionale e come «atteggiamento morale» oltreché «godimento concreto» per un certo milieu nelle zone benestanti. Escluso, dunque, che possa significare anche chance per migliorare la propria vita andando alla ricerca di un luogo dove trascorrerla che sia più ricco di opportunità e sicurezza rispetto a quello in cui si è nati. La parola d’ordine «frontiere aperte per tutti» è considerata frutto di un assolutismo moralistico che ignora i limiti della disponibilità all’aiuto da parte dei tedeschi socialmente più deboli, quelli che dovranno suddividersi le risorse scarse del welfare e del lavoro con i nuovi arrivati. Un’elaborazione, questa, che ovviamente gli iniziatori di Aufstehen rifiutano con sdegno di etichettare come nazionalista e affine alla destra. La loro tesi è, al contrario, che la sola maniera efficace per contrastare l’ascesa dell’Afd sia quella di non chiudere gli occhi di fronte a «verità scomode», «politicamente scorrette», liberandosi del connubio fra l’astratto moralismo «universalistico-borghese» di sinistra e il neoliberalismo.

Al di là delle controversie sui contenuti, il nuovo movimento fa discutere anche per l’incerta natura del contenitore. Come già visto, i proponenti affermano che non hanno in mente un nuovo partito, ma uno strumento per «unire ciò che oggi è diviso» e riavvicinare alla politica le persone che oggi si astengono. Nel sito si legge: «I partiti dell’area di sinistra liberale, Spd, Verdi e Linke, nell’ultimo decennio non sono riusciti a creare un’alleanza per una credibile alternativa politica e un cambio di governo. Hanno addirittura perso elettorato di protesta a vantaggio dell’Afd. La Afd aizza contro i deboli e vuole tagliare pensioni e salari. Cdu/Csu e Fdp fanno direttamente politica per le imprese e i super-ricchi. Manca una convincente volontà di cambiare le cose. La speranza che sia ancora possibile cambiare qualcosa è la fonte più importante per una politica di sinistra. Noi contiamo su quella speranza». La critica è verso tutti gli attori politici, dunque, ma è articolata: ai partiti di (centro-)sinistra è rimproverata l’inefficacia, agli altri la piattaforma. Potrebbero in effetti sembrare le basi per un nuovo partito, ma chi ha concepito Aufstehen vuole – è detto esplicitamente – che il movimento sia per la Germania quello che Momentum è per il Regno Unito: un’organizzazione che serva a dare forza a quelli che nella sinistra già esistente siano ritenuti in grado di risollevarne le sorti e di condurla al potere.

Con una semplificazione si potrebbe dire: Wagenknecht vuole essere la Jeremy Corbyn tedesca. Sintesi brutale, ma probabilmente non lontana dal vero. Le differenze «di sistema» fra i due contesti politici, tuttavia, sono il primo scoglio. Aufstehen punta a mobilitare e unire elettori e militanti – e anche, se non soprattutto: ex elettori ed ex militanti – di tre partiti, Momentum solo di uno, il Labour. Il movimento britannico, poi, ha uno statuto e una missione molto chiara in relazione al partito laburista: possono farne parte solo gli iscritti al Labour, perché il suo scopo è di esercitare un’influenza su tale partito, orientandolo in senso socialista. Ad Aufstehen, invece, può affiliarsi chiunque, e non è chiaro, per ora, in che modo dovrebbe essere esercitata quella «pressione» per modificare la linea di Spd, Verdi e Linke – e se si pensa che a promuovere il tutto è la capogruppo parlamentare di uno dei tre partiti, il mistero s’infittisce. C’è poi un secondo scoglio: non è affatto detto che Wagenknecht, all’eventuale prova dei fatti, risulti gradita quanto Corbyn, anche perché non può presentarsi come una outsider: era lei a guidare la Linke alle ultime elezioni, ed è indiscutibilmente già il suo volto più rappresentativo. Non solo: sino ad ora, Wagenknecht è stata interprete della posizione di più intransigente chiusura verso le alleanze a sinistra, evidenziando – non senza ragioni – le differenze con socialdemocratici ed ecologisti su politica estera e questioni economico-sociali.

Le prossime settimane ci diranno se il lancio di Aufstehen porterà davvero a una scissione nella Linke, a un eventuale rimescolamento fra i tre partiti a sinistra del centro o se riuscirà a infondere nuova linfa nelle tre forze in vista di una possibile alternativa alla grosse koalition, recuperando terreno nei confronti dei nazional-populisti. Saranno, forse, anche i primi sondaggi a orientare le scelte di Wagenknecht: se fosse almeno un 10 per cento a rispondere favorevolmente all’eventuale domanda «votereste una nuova “lista Wagenknecht” alternativa ai partiti esistenti?», la tentazione di rompere potrebbe essere irresistibile. Ed è lecito ipotizzare che a contare sarà anche la configurazione che assumerà il variegato mondo della sinistra europea di fronte al voto per il parlamento di Strasburgo: se dalla Francia la spinta di Jean-Luc Mélenchon a creare un nuovo polo «sovranista di sinistra» dovesse concretizzarsi, a rappresentarne la gamba tedesca potrebbero essere proprio gli artefici di Aufstehen. Da soli.

Jacopo Rosatelli

Jacopo Rosatelli, dottore di ricerca in Studi politici, insegna nelle scuole superiori. Collabora con il manifesto, L’Indice dei libri del mese e Aspenia online. Insieme a Gianrico Carofiglio ha scritto, per Edizioni Gruppo Abele, Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità.

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