La legittima difesa armata. Lezioni americane

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Cosa chiedono i tanti studenti statunitensi quando, dopo l’ennesima strage in una scuola, marciano in protesta insieme a moltissimi altri cittadini di un Paese in cui il numero delle armi detenute supera quello degli abitanti (vedi: Alessandro Portelli, Ragazzi a New York)? Chiedono che venga abolito il secondo emendamento della Costituzione federale, così come interpretato dalla Corte Suprema nel 2008, o che per lo meno il diritto di armarsi per difendersi, venga negli Stati Uniti ridotto nella sua portata: una portata che oggi appare davvero eccessiva.

Fino al 2008 il diritto di armarsi non esisteva negli Stati Uniti. Certo la cultura da far west non ha mai visto un momento di cedimento nella società americana. Tuttavia, fino ad allora, vari Stati vietavano la detenzione di un’arma da fuoco in casa e molti non permettevano di girare armati con facilità, e tanto meno consentivano di mostrare con orgoglio il proprio fucile (magari d’assalto) o la propria pistola nella fondina in luoghi pubblici. A partire dal 2008 però, quando con il caso District of Columbia v. Heller la Corte Suprema americana cambia idea circa l’interpretazione da dare al secondo emendamento e gli attribuisce il significato di norma che conferisce a ogni cittadino americano un vero e proprio diritto di possedere un’arma da fuoco, le cose cambiano parecchio. E per molti, per i troppi che a causa di quel diritto muoiono, le cose cambiano in peggio. Le morti da arma da fuoco sono negli Stati Uniti dieci volte quelle italiane ed è assodato che più armi da fuoco circolano in un paese più crescono le morti da esse causate. Per colpa di una pistola, di un fucile o simili, negli Stati Uniti trovano la morte in media 96 persone al giorno, di cui 7 bambini o ragazzi sotto i 19 anni. Nel 2016 quei morti sono stati quasi 39.000 su circa 324 milioni di abitanti e nel 2018 le stragi commesse con un’arma da fuoco (ossia gli assassinii di più di 4 persone, ad esclusione di chi ha sparato) al 24 giugno ammontano a 144: ossia quasi una al giorno!

Però né l’ordinamento federale, né quelli statali ‒ quando, a partire dal 2010, una nuova decisione della Corte Suprema estende a livello nazionale il diritto di armarsi ‒ possono più vietare agli americani di possedere di un’arma da fuoco. E mentre i controlli su chi acquista e possiede armi subiscono un progressivo rilassamento, il diritto di avere un’arma da fuoco viene interpretato come diritto a portare con sé l’arma anche fuori di casa. Nel 2012 la Corte d’appello federale del settimo circuito (sebbene contraddetta nel 2017 dal nono circuito senza che il contrasto sia stato per ora risolto dalla Corte Suprema) ritiene, infatti, che uno Stato (nel caso di specie l’Illinois) non possa stabilire che il porto d’arma sia dato solo a chi dimostra di avere una valida ragione per richiederlo (come per esempio succede in Italia). Se girare armati è un diritto, dice in sostanza la Corte, esso deve essere riconosciuto a tutti, salvo rarissime eccezioni. La regola insomma deve essere opposta rispetto a quella stabilita dallo Stato dell’Illinois.

Negli Stati Uniti ci si può dunque in generale armare in casa e nei luoghi pubblici, ma sempre più spesso si può anche andare in giro mostrando orgogliosamente la propria arma. Da qualche anno a questa parte le così dette open carry laws, inaugurate da un numero crescente di ordinamenti statali permettono, infatti, a chi fa apertamente mostra della propria arma, di portarla anche i quei luoghi pubblici in cui averla non visibile in tasca non è invece consentito. Se la pistola è in bella vista ci si può recare nei ristoranti, nelle chiese, nelle biblioteche, nei parchi pubblici e perfino nelle scuole, gridando ai quattro venti il proprio diritto di armarsi. Così sempre più spesso può accadere che chi sta sorseggiando un caffè in un bar, leggendo un libro in biblioteca, gustando il piacere di fare una passeggiata nel parco pubblico o facendo un acquisto in un centro commerciale, si trovi accanto, con suo sgomento, un moderno cow boy con una pistola (se non di peggio) nella fondina! Sovente è poi addirittura fatto obbligo agli esercizi commerciali, come accade in Texas, di far entrare chiunque sia visibilmente armato, a meno di non esporre degli enormi cartelli su ogni ingresso che segnalino la volontà contraria.

La cultura armata però genera morte. Specialmente quando, come succede negli Stati Uniti, è affiancata da norme sulla legittima difesa che giustificano con generosità l’uso dell’arma, tanto a casa quanto fuori casa.  

Quando si è a casa propria la cd. Castle Doctrine, o teorica del castello, permette in molti stati dell’unione al “castellano”, ossia a chi la abita, di far fuoco su chiunque senza invito vi faccia ingresso, se ciò appare come una difesa ragionevole. Nella sua versione più generosa – e più largamente utilizzata – la legge presume la ragionevolezza della reazione letale, e giustifica quindi una difesa armata, nei confronti di chiunque violi il domicilio (ciò che a seconda degli Stati significa poi variamente far ingresso nel giardino di casa, nella veranda o soltanto nell’abitazione) per il sol fatto che egli o ella lo abbia violato. Il principio che vige, insomma, è che se tu entri nel mio castello, io prima ti sparo e poi controllo se ho fatto bene a farlo. Rovesciare la presunzione di ragionevolezza della difesa armata, anche negli Stati in cui in teoria l’intruso dovrebbe rappresentare una minaccia perlomeno per l’incolumità fisica degli abitanti affinché il castellano possa legittimamente ucciderlo, è infatti molto difficile. In una perversa spirale di violenza, più agli abitanti è concesso di essere armati e di usare legittimamente l’arma, più è prevedibile che chi s’ingerisce in casa altrui per rubare sia a sua volta armato per evitare di soccombere in caso di conflitto, ciò che attribuisce ragionevolezza a una reazione letale in quasi qualunque circostanza.

Violenza chiama violenza e armi chiamano armi, insomma, in un crescendo di paura che rende ragionevole immaginare di doversi difendere per tutelare la propria incolumità anche quando la stessa non è affatto messa in pericolo. Così la paura – che le regole sulla legittima difesa statunitensi paradossalmente alimentano invece di eliminare – porta per esempio i padri a uccidere (legittimamente) i propri figli che si introducono dalla finestra di notte, perché hanno dimenticato o perso le chiavi di casa; o i “castellani” a sparare e uccidere (senza ripercussioni penali) giovani stranieri, come è accaduto ad Andrew de Vries o a Yoshihiro Hattori (la cui mamma è in prima fila oggi nelle marce di protesta contro le armi negli Stati Uniti), solo perché chiedono indicazioni stradali o suonano alla porta della casa sbagliata credendo di andare a un party mascherato di Halloween. La paura conduce ancora, come accaduto in Wisconsin, chi è in casa a uccidere un ventenne che si introduce nella sua veranda alla ricerca di un riparo dalla polizia, chiamata da un vicino che denunciava una festa con bibite alcooliche in presenza di minori di 21 anni. E così via.

Una siffatta legittima difesa che, armando chi si difende o pensa erroneamente di difendersi, sembra dare più sicurezza al “castellano”, finisce in verità per togliergliela. Il vero malintenzionato, infatti, non solo sarà a sua volta armato ma, ben sapendo che chi è in casa avrà facilmente un’arma che sarà pronto a usare contro di lui, cercherà a sua volta sempre di sparare subito e per primo. Così, nel moderno far west americano, non è raro che sia proprio chi si difende armato ad avere la peggio, come dimostrano i dati raccolti da Gun Violence by the Numbers.

Parimenti non allentano il senso di insicurezza collettiva, a differenza di quel che promettono, le norme sulla legittima difesa armata fuori di casa vigenti nei tanti Stati (più di 20) che a partire dal 2005 adottano la cosiddetta stand your ground rule (ossia la regola del “farsi valere”). Al contrario senz’altro lo accentuano. Il principio sotteso alla regola è che nessuno ha il dovere di allontanarsi da un luogo esterno in cui ha il diritto di stare: può all’opposto difendersi uccidendo se è ragionevole immaginare che la sua incolumità fisica, non necessariamente la sua vita, sia posta in pericolo. Il caso più noto in cui un innocente ha fatto le spese di una tale regola è quello del diciasettenne Trayvon Martin che, per essere andato una sera a comprarsi un pacchetto di caramelle e un thè al limone al negozio sotto casa, fu freddato da un improvvisato vigilante, che – avvicinatosi sospettoso per controllare cosa il ragazzo stesse facendo – non esitò a usare l’arma che legittimamente portava con sé nel momento in cui ritenne erroneamente di essere stato minacciato. Quando, nel 2012, una giuria della Florida giudicò giustificata per legittima difesa l’uccisione di Treyvon Martin, un giornale locale rese noto che dei quasi 100 casi di omicidi avvenuti in circostanze simili da quando la legge sullo stand your ground era stata introdotta, solamente 28 non erano stati subito archiviati e soltanto in 19 di essi la giuria era pervenuta a una condanna. Forti dell’immunità concessa loro dalla legge, coloro che fanno valere il proprio diritto di girare armati scaturente dal secondo emendamento possono così permettersi di usare lecitamente l’arma in circostanze di pericolo soltanto percepito. E può capitare, come in Arizona, che non venga neppure arrestato chi, fermo in macchina a un Taco Bell per ordinare un panino, scambi un guinzaglio tenuto in mano da chi attraversa la strada davanti a lui per una spranga di metallo e faccia fuoco sul malcapitato.

Cosa chiedono invece gli italiani secondo l’ultimo rapporto del Censis appena pubblicato? Più armi e una legittima difesa all’americana! Nonostante omicidi, rapine e furti siano calati in modo notevole (rispettivamente del 43,9, del 37,6 e del 13,9 per cento dal 2008) gli italiani si armano sempre di più. In un anno le licenze di porto d’armi sono cresciute quasi del 14 per cento e quasi un italiano su 4 è favorevole all’introduzione di criteri meno rigidi per il possesso di un’arma da fuoco per la difesa personale. Salvini cavalca il senso di insicurezza degli italiani e per lenirlo propone una legittima difesa all’americana (sul punto, Livio Pepino, Quale legittima difesa? in questo sito. Una lezione però dovremmo averla imparata: quel diritto armato non produce più sicurezza, ma trasforma un’insicurezza infondata, come quella odierna italiana, in una insicurezza fondata. Chiedetelo ai tanti giovani studenti che protestano per le strade e davanti alle scuole negli Stati Uniti!!!

About Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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