Migranti: il fallimento dei decreti flussi

Fabio Panetta, da poco governatore di Bankitalia, ha recentemente sollecitato una politica di “immigrazione ordinata” per mettere a disposizione del sistema produttivo italiano lavoratrici e lavoratori che in Italia non si trovano. Una politica equa ed efficace sarebbe quella di aprire i confini del nostro paese attraverso il meccanismo dei flussi legali: documenti in mano, viaggio in aereo, treno o nave, ingressi in base a un sistema civile, permessi di lavoro/soggiorno, ricongiungimenti familiari e spazi ridotti alla tratta di esseri umani, soprattutto zero cadaveri nel Mediterraneo e nei boschi dell’est europeo attraversati dalle rotte balcaniche. Ma, al di là delle troppe parole e di una vile propaganda, la soluzione auspicabile dei flussi regolarizzati di migranti dà sempre più luogo a un sistema prossimo al fallimento.

Lo affermano, dati alla mano, le associazioni di volontariato che hanno promosso la campagna Ero straniero e che, attraverso la loro iniziativa, monitorano ormai da un paio di anni il meccanismo dei decreti flussi. Il fallimento emerge dalle cifre: nel 2022 (anno di transizione fra il governo di unità nazionale presieduto da Draghi e quello della destra, con Meloni leader) il rapporto fra quote di ingressi legali in Italia e contratti di lavoro/permessi di soggiorno andati a buon fine è stato del 35,32 %; nel 2023 la percentuale è scesa ancora e si è attestata al 23,52%. Per quest’ultimo anno le domande presentate nel click day erano 690mila a fronte di 136mila (successivamente aumentate a 151mila) quote fissate. Delle quali meno di una su quattro è servita in teoria a fornire un’alternativa a barconi e racket dei confini: chi ne ha usufruito per i lavori stagionali (la maggior parte) si trovava già in Italia, così come le persone che hanno ottenuto nello stesso periodo la conversione in permessi di soggiorno per lavoro subordinato o autonomo da un precedente status di studenti o tirocinanti o dipendenti stagionali. Non funzionano le assunzioni a distanza di chi non si conosce, ad eccezione di parenti e amici di chi già lavora per le imprese alla ricerca di manodopera e che garantisce per loro. È questa la principale motivazione che certifica un disastro annunciato.

È anche colpa di un meccanismo rigido e farraginoso: domande, nulla osta, visti, convocazioni dei migranti presso le ambasciate italiane, tempo lunghissimi, anche di mesi, fra uno step e il successivo (altro che le poche settimane previsti dalla legge). Il sistema dei click day – in cui sono incappati gli stessi datori di lavoro, pure chi voleva assumere una badante, spesso la badante che aveva già in casa e intendeva regolarizzare – è stato definito dai promotori della campagna Ero straniero un’ingiusta “lotteria a chi arriva prima”. Ma poi c’è tutto il resto che, nelle tre metropoli italiane (Milano, Roma e Napoli), porta le questure a trattare ancora le pratiche della sanatoria 2020. L’inefficienza è funzionale allo sfruttamento dei migranti regolari, alle speculazioni e alle truffe sulle loro spalle, e si traduce in una nuova precarietà lavorativa e di vita, senza documenti, nel nostro paese. Perché numerosi migranti sono partiti con attestati parziali, in gran parte a loro spese, sono giunti in Italia, non hanno trovato il lavoro atteso o l’hanno avuto a condizioni peggiori, talvolta molto peggiori, non essendo stati assunti regolarmente e, senza permesso di soggiorno, i loro diritti sono stati immediatamente cancellati. Uno spaccato eloquente: al 31 gennaio scorso, i visti rilasciati negli ultimi dodici mesi erano 57.967 (e i rifiutati 10.718, altre domande si erano perse per strada) ma la maggior parte dei migranti presi in considerazione (38.926, il 67,15%) risultava ancora bloccata nello step “in attesa di convocazione” presso le nostre ambasciate. L’ultimo passaggio della procedura.

Nemmeno i governi precedenti avevano brillato, ma quello di Giorgia Meloni, nonostante la guerra promessa ai trafficanti di persone, sta facendo molto peggio. Il sistema dei decreti flussi era stato pensato per il lavoro stagionale e ancora oggi funziona, relativamente, in agricoltura e nel turismo: 44 mila ingressi previsti per questi comparti, contratti sottoscritti 12.484 in seguito al decreto flussi 2023. Il governo Meloni ha puntato sul coinvolgimento delle associazioni dei datori di lavoro assegnando loro la metà delle quote (22 mila) e aprendo «una corsia preferenziale per accedere alla procedura e inviare le domande». Ma i contratti sottoscritti non hanno raggiunto la soglia del 50 per cento: 8.118.

Il dossier di A Buon Diritto, Action Aid, Asgi, Oxfam, Coordinamento delle comunità di accoglienza e altre onlus ricorda che, nel settore dell’agricoltura, i datori di lavoro assumono prevalentemente migranti già impiegati in precedenza e a disposizione. Ciò spiega come la maggior parte dei lavoratori stagionali regolari, comunque pochi rispetto al reale mercato del lavoro del settore agricoltura, sia stata assunta rapidamente. Dati i tempi contingentati della raccolta di frutta e ortaggi, si è andati incontro a uno stato di necessità che, tuttavia, ha reso più deboli quei dipendenti stagionali nel rapporto con le imprese agricole. Per tutti gli altri, il tempo medio stimato dal dossier, calcolato sui dati forniti dal ministero dell’Interno con un “accesso civico”, è stato di 121,24 giorni per il rilascio del visto (gli accordi con le associazioni dei datori di lavoro hanno tagliato il precedente step del nulla osta).

Per il rapporto che emerge fra la faticosa scalata ai diritti di un lavoro regolare e la conseguente precarietà dei migranti sul posto di lavoro, il dossier di Ero straniero cita il progetto di ricerca Aspire (finanziato dall’Unione Europea) a cura del Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università Statale di Milano: il meccanismo studiato per dar corso ai decreti flussi vi è visto come una “grande finzione”, definita migration industry, cioè un “sistema di intermediazione” che consente di “speculare sui migranti”.

Meloni si è chiamata fuori a modo suo denunciando le mani delle mafie sulla gestione delle domande. Dovrebbe piuttosto mettere riparo a questa grande distorsione che lega troppo i migranti regolari a chi ne gestisce le richieste (esiste ormai un fiorente mercato di agenzie di intermediazione). Il dossier cita testimonianze di chi ha pagato anche 10-15 mila euro per l’avvio della procedura.

La soluzione è in due circolari ministeriali (governo di centrosinistra del 2007 e del cosiddetto campo largo del 2020) che dovrebbero essere rafforzate: il rilascio del permesso di soggiorno per “attesa occupazione”. Nel 2022 le autorizzazioni di questo genere sono state 309, nel 2023 ancora meno: 84. I promotori della campagna Ero straniero hanno inviato una lettera aperta al più diretto interessato sul piano istituzionale: il ministro dell’Interno.

Gli autori

Alberto Gaino

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