I taxi del mare erano una bufala. Ma nessuno chiederà scusa

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Si è chiuso, dopo 7 anni, con sentenza di non luogo a procedere per 10 imputati accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il procedimento penale nei confronti dei componenti dell’equipaggio delle Ong Jugend Rettet, Save The Children e Medici Senza Frontiere. L’imputazione contestata dalla Procura della Repubblica di Trapani era quella di aver stretto accordi con i trafficanti e di non aver prestato soccorso ai profughi ma di aver fatto loro da “taxi”, trasbordandoli da navi a cui quali avrebbero poi permesso di tornare indisturbate al porto libico di partenza. Alla fine anche la Procura di Trapani ha dovuto arrendersi all’evidenza e ha chiesto il proscioglimento degli imputati perché il fatto non sussiste. La conclusione è più che soddisfacente ma, intanto, l’indagine (nella quale il Ministero dell’interno si è costituito parte civile) ha consentito una campagna di criminalizzazione delle Ong, è costata circa 3 milioni di euro e ha determinato la sopravvenuta inutilizzabilità dell’imbarcazione Iuventa, di proprietà della Ong Jugend Rettet, sottoposta a sequestro dai pubblici ministeri. Sulla vicenda si pubblica di seguito una nota di Monica Minardi, presidente di Medici senza Frontiere in Italia. (la redazione)

Dopo sette anni di false accuse, slogan infamanti e una plateale campagna di criminalizzazione delle organizzazioni impegnate nel soccorso in mare, cade la maxi-inchiesta avviata dalla procura di Trapani nell’autunno del 2016.

L’indagine, che ci ha coinvolto insieme ad altre ONG con l’irricevibile accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ha visto un mastodontico impianto accusatorio. Basato su illazioni, intercettazioni, testimonianze fallaci e un’interpretazione volutamente distorta dei meccanismi del soccorso per presentarli come atti criminali.

Ma oggi – dopo un’approfondita udienza preliminare durata due anni e dopo che la stessa procura che aveva aperto l’indagine ha chiesto il non luogo a procedere – il giudice ha chiuso definitivamente il caso. Decretando l’infondatezza delle accuse e spazzando via qualunque sospetto di collaborazione con i trafficanti. Scrive Christos Christou presidente internazionale di Medici senza Frontiere: «Crolla il castello di accuse infondate che per oltre sette anni hanno deliberatamente infangato il lavoro e la credibilità delle navi umanitarie per allontanarle dal Mediterraneo e fermare la loro azione di soccorso e denuncia. Ma gli attacchi alla solidarietà continuano attraverso uno stillicidio di altre azioni: decreti restrittivi, detenzione delle navi civili, supporto alla guardia costiera libica che ostacola pericolosamente i soccorsi e alimenta sofferenze e violazioni, mentre le morti in mare continuano ad aumentare»

Secondo l’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’UE sono almeno 63 i procedimenti legali o amministrativi avviati da Stati europei contro organizzazioni impegnate in mare. Nell’ultimo anno le autorità italiane hanno emesso 21 fermi amministrativi contro navi umanitarie, impedendo la loro azione salvavita per 460 giorni complessivi.

La Geo Barents ha appena ripreso il mare dopo 20 giorni di detenzione, con l’ipocrita accusa di avere messo in pericolo la vita delle persone, dopo che una motovedetta libica aveva interrotto violentemente un soccorso già avviato. Oltretutto, alle navi civili vengono ormai assegnati porti lontani per sbarcare i sopravvissuti, per tenerle lontane dalla zona dei soccorsi. Tutto questo, insieme a ciniche politiche di esternalizzazione delle frontiere avviate dalle autorità italiane ed europee, ha delegittimato il principio del soccorso e l’idea stessa di solidarietà. Cancellando l’imperativo umanitario sotto le logiche della difesa dei confini e riducendo drasticamente la possibilità di soccorrere.

Le conseguenze sono mortali: il 2023 è stato l’anno con il più alto numero di morti in mare dall’epoca delle accuse. «In questi anni, tutti i governi che si sono avvicendati hanno investito enormi risorse sul boicottaggio dell’azione umanitaria e su politiche di morte, ma non hanno fatto nulla per fermare i naufragi e fornire vie legali e sicure a chi fugge attraverso il Mediterraneo. Salvare vite non è un reato, è un obbligo morale e legale, un atto fondamentale di umanità che semplicemente va compiuto. Basta criminalizzare la solidarietà! Tutti gli sforzi devono andare nel fermare le inaccettabili morti e sofferenze e garantire il diritto al soccorso, riportando l’umanità e il diritto alla vita nel nostro mare» (Tommaso Fabbri, capo missione di MSF all’epoca dei fatti, coinvolto nel caso).

Il nostro team Medici senza Frontiere ha iniziato le operazioni di soccorso in mare nel 2015 per supplire al vuoto lasciato dalla chiusura di Mare Nostrum e con otto navi abbiamo contribuito a soccorrere oltre 92.000 persone, senza mai fermare le attività. Tuttora il team è impegnato in operazioni di soccorso con la nave Geo Barents. Il nostro pensiero va ai colleghi di MSF e delle altre organizzazioni che hanno vissuto sotto il peso delle accuse per aver svolto legittimamente il proprio lavoro: soccorrere persone in pericolo, in piena trasparenza e nel rispetto delle leggi. I nostri operatori non hanno mai smesso di operare negli interventi di MSF in tutto il mondo, così come le nostre navi non hanno mai smesso di salvare vite in mare. Questa è stata la nostra migliore risposta a tutte le accuse.

Gli autori

Monica Minardi

Monica Minardi è presidente di Medici senza frontiere in Italia.

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