“Non cittadini”: la vita precaria e la morte ignorata di Ousmane Sylla

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Ad oggi, in Occidente di fronte al fenomeno dell’immigrazione, è quasi inesistente lo spazio per considerare insieme l’“ordine delle cose” attraverso la norma e il “disordine delle cose” per ciò che dalla norma resta fuori. Prevale un’unica modalità: l’ordine che annulla e annienta il cambiamento. Tuttavia, nella storia di quelle “altre culture”, lo spazio del disordine, è stato fondamentale per apportare innovazione e cambiamento, prima e dopo la colonizzazione. Con la fine della colonizzazione e le successive migrazioni dai paesi ex-coloniali, si è diffusa la tendenza ad occupare all’estero, nei paesi ex-colonizzatori, uno spazio maggiore, distribuito nelle diverse regioni, che negli anni ha creato un disordine fuori dalla norma. Un disordine che l’Europa ha contrastato con l’approccio sicuritario, quello che individua i cittadini extracomunitari in posizione irregolare quasi esclusivamente come veicolo di problemi di ordine pubblico e di sicurezza interna.

L’approccio sicuritario che spinge all’allontanamento dello straniero, persino con l’asservimento del diritto penale all’attività amministrativa, impedisce di comprendere l’alterità che si manifesta nella relazione ordinaria al trattamento delle vite precarie, delle vite minacciate e delle vite discriminate. Non si dovrebbero trattare i fatti soltanto come una rappresentazione, ma si dovrebbero trattare come situazioni concrete che necessitano di descrizione: come la morte di Ousmane Sylla nel Centro per il rimpatrio (Cpr) di Ponte Galeria.

Lo scontro con gli spigoli più acuti dello statuto costituzionale del non cittadino è inevitabile confrontando gli articoli e la risonanza nei media fra il caso del non cittadino Ousmane Sylla e il caso di Ilaria Salis, cittadina italiana detenuta in Ungheria. Per Ilaria, ancora prima del processo, è stato promosso un comitato dalla senatrice di Alleanza Verdi-Sinistra Ilaria Cucchi, che così si è espressa: «Non credo possa essere un giusto processo […] così come non è giusta e dignitosa la detenzione che sta vivendo Ilaria da quasi un anno». Tuttavia, sono state le immagini dell’arrivo in tribunale a Budapest, con Ilaria portata con manette e catene, al guinzaglio, che hanno generato molta più indignazione e molte proteste. Proprio a Strasburgo Elly Schlein ha partecipato a un flash-mob dei socialisti europei in favore della Salis, esponendo cartelli che chiedevano il suo rimpatrio e sottolineando come le catene non siano “degne dell’Europa”.

Secondo molti studiosi una cosa è certa: tra i diritti fondamentali spettanti anche allo straniero, qualunque sia la sua condizione, devono rientrare le garanzie giurisdizionali dell’art. 13 Costituzione: «La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge». In riferimento alle garanzie giurisdizionali oltre all’art. 13, si segnalano in Costituzione gli artt. 24, 111 e 113 come articoli non circoscritti ai soli “cittadini”. Ciononostante, in Europa, e nello specifico nella politica italiana in materia di immigrazione, la legge manifesta nell’ordinamento di polizia il fine primo e ultimo di assicurare l’allontanamento dello straniero irregolare, con la conseguenza che – come scrive Pugiotto – «il godimento pieno delle garanzie giurisdizionali non può che essere deliberatamente precluso allo straniero». La denominazione rinnovata negli anni dei Centri di trattenimento di carattere amministrativo di “identificazione ed espulsione” – oggi denominati “per il rimpatrio” – rendono concrete all’interno del Testo unico sull’immigrazione parole come “espulsione”, “respingimento”, “allontanamento”, “rimpatrio”.

Il percorso di Ousmane, minorenne quando arriva in Italia, ne è la conferma: il suo corpo è stato escluso perché Ousmane poteva essere considerato socialmente inutile, poteva rappresentare un costo sociale. Per la società Ousmane non aveva un valore, come ai tempi della colonia i corpi dei colonizzati. Durante la colonizzazione il corpo dei colonizzati, come ha scritto Beneduce, veniva gradualmente divorato, intaccato e neutralizzato, così come il corpo di Ousmane, una volta in Italia, è stato “un luogo di cui appropriarsi” perché alieno.

La colonizzazione non è una storia finita. Lo dimostrano le immagini dei diversi Centri per il rimpatrio, fra cui quelle dei centri dove è stato trattenuto Ousmane. Le immagini che hanno raggiunto i media, che ritraggono e disegnano lo scenario orribile di quei corpi brutalizzati in questi “centri-campi”, sono l’espressione più aggiornata della conferma di una colonizzazione ancora non finita. Il termine “campo”, secondo Agamben, ha avuto origine nelle pratiche coloniali di confinamento e isolamento, per imprigionare i corpi in un ordine giuridico al fine di escluderli da quello stesso ordine: “lo stato di eccezione”. Uno stato di eccezione che a questo punto agisce anche sulla temporalità della migrazione, sempre più segnata dall’emergere di queste zone ed esperienze di attesa, blocco e interruzione, come questi “centri-campi”, e dall’emergere di tecniche di deportazione, più che di rimpatrio ed espulsione, quando si parla di paesi terzi come la Libia. Cosa poteva significare il trattenimento di Ousmane, allo scopo del rimpatrio coatto nel paese di origine, Guinea, un paese con il quale però l’Italia non ha nessun accordo in materia di rimpatri?

Nonostante gli sforzi dell’Occidente nella comprensione di ciò che è stato (ed è) la colonizzazione, la maggioranza delle strategie delle nazioni interessate di fronte alla migrazione continua a disconoscere la capacità di azione di queste donne e uomini indipendentemente dal loro status legale. Donne e uomini che vengono rappresentati solo come soggetti dell’esclusione attraverso il potere produttivo del confine – non necessariamente geopolitico – e del suo ruolo strategico nella fabbricazione dell’Europa di oggi attraverso l’ordine delle “sue cose”.

L’ordine delle cose” è un film del 2017, con regia di Andrea Segre, che ha provato a interrogarsi su questo “ordine”. La fondamentale riflessione sul disordine e le domande sul fenomeno della migrazione hanno dato la possibilità di avviare il Forum Per cambiare l’ordine delle cose, che a sua volta ha messo in piedi una rete della società civile molto attiva. L’ultimo dei loro appelli ai parlamentari europei è proprio contro la normalizzazione e l’uso arbitrario della detenzione e l’utilizzo sistematico di procedure “sommarie” per consentire i respingimenti verso i cosiddetti “Paesi terzi sicuri”. Com’è possibile oggi continuare a prendere le distanze da forme di dominazione come questa sulla vita di Ousmane nelle stesse città in cui viviamo, e allo stesso tempo sentirsi giustamente così vicini alle ingiustizie che nel nome dei diritti umani subisce Ilaria Salis, una cittadina italiana detenuta dentro un carcere in Ungheria?

La storia di vita di Ousmane è intrisa delle violenze che ha subito di fronte alla dominazione esercitata dai poteri pubblici e privati che gestiscono i centri-campi di detenzione, presenti nelle nostre città. Compiuti i diciott’anni Ousmane è stato trasferito in una struttura per adulti; è stato poi condotto al Cpr di Trapani e da lì sarebbe dovuto uscire il 13 gennaio, per scadenza dei termini di trattenimento, ma nel frattempo il decreto Cutro ha fissato la detenzione amministrativa fino ai 18 mesi. Sul significato della detenzione amministrativa fino ai 18 mesi, il 15 ottobre 2008, in un’audizione davanti al Comitato parlamentare Schengen, il ministro Maroni aveva dichiarato: «Voi ricorderete che quando i CIE sono stati introdotti dall’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano la permanenza era limitata a un mese, quando è stata raddoppiata sono più che raddoppiati i casi di identificazione. Ciò è avvenuto perché se si ha la prospettiva di dover rimanere nei Centri un mese si resiste, due mesi è già più difficile, mentre credo che nessuno possa pensare di non farsi riconoscere e resistere per 18 mesi».

Ousmane arriva a Roma il 27 gennaio 2024 al Cpr di Ponte Galeria, ma la sua volontà non è più quella di uno che non vuole essere riconosciuto: lui vuole solo tornare nella sua patria. La vita di Ousmane Sylla, una vita ineguale nella quale la storia aveva già impresso il suo marchio, è una storia dalla quale ha potuto sottrarsi soltanto con la morte. Lontano dall’essere un evento imprevedibile, frutto del caso e delle contingenze, la morte di Ousmane è anche una dichiarazione per il diritto alla vita. Le diseguaglianze nella speranza di vita non fanno appello solamente alla misura del numero medio di anni della vita, ma anche al riconoscimento della qualità della vita, per la realizzazione di sé nella relazione con gli altri, impossibile per il “non cittadino” Ousmane. Le richieste di chiudere i Cpr, perché luoghi di detenzione incompatibili con il rispetto dei diritti fondamentali delle persone, restano inascoltati. Ousmane, contro l’“azione umana senza rapporto con il diritto” che “ha di fronte una norma senza rapporto con la vita”, riafferma di essere un corpo indocile, che nell’impossibilità di tornare alla sua Africa, si ribella con la propria morte. Una morte per poter riposare in pace e per tornare in Africa, ma anche per restare ancora qui, su quel pezzo di muro, sul quale non solo si identifica con un disegno, ma proprio attraverso quel disegno esprime le sue ultime volontà: perché nonostante tutto quel che ha vissuto Ousmane resiste ancora.

Quanto può durare ancora il prevalere del dominio di un ordine attraverso lo statuto costituzionale del non cittadino? Quanto può durare l’esclusione generata dagli interessi economici in gioco, dettati dalle priorità come quella della sicurezza che ha prodotto e produce violenza? Una violenza che combattiamo quando esercitata sulla cittadina Ilaria Salis, e sulla quale molte realtà come l’Associazione di Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e la Rete Mai Più Lager-No ai CPR, intervengono, invitando al dibattito per il riconoscimento dei diritti del non cittadino. Una violenza che annienta fisicamente e moralmente i non cittadini, com’è successo a Ousmane, all’interno dei muri di quel centro; una violenza che, se non ci interroghiamo, può continuare ad annientare anche all’esterno di quei muri.

Gli autori

Galina Gonzalez

Galina Gonzalez, da 30 anni in Italia, nel 2008 si scopre straniera, nonostante la cittadinanza italiana. Per capire il fenomeno dell’immigrazione in Italia, studia Scienze Sociali e Antropologia culturale ed etnologia all’Università di Torino, ma non basta. Oggi è dottoranda al Corso di diritti e istituzioni del Dipartimento di Giurisprudenza

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