Le politiche migratorie della destra: tra propaganda e inefficienza

In ossequio alle moderne tecniche di comunicazione, l’annuncio della svolta nelle politiche migratorie è stato affidato a un video della presidente del Consiglio Giorgia Meloni diffuso via social all’ora di cena di venerdì 15 settembre. Tutto ben congegnato, nell’apparato scenografico. Peccato che, nei contenuti, il messaggio abbia tutte le caratteristiche di un rozzo manifesto ideologico, basato su un coacervo di falsità e luoghi comuni. Tre le direttrici fondamentali della nuova strategia.

Il primo pilastro evoca un profondo cambiamento nelle politiche europee: «Mentre il dibattito in Europa si concentrava su come accogliere chi arrivava illegalmente, e sulle regole della loro distribuzione nei 27 Paesi europei, noi abbiamo chiesto un totale cambio di paradigma: fermare a monte i trafficanti di esseri umani e l’immigrazione illegale di massa, concentrarsi sulla difesa dei confini esterni e non sulla distribuzione dei migranti: questo cambio di paradigma è oggi scritto nero su bianco nelle conclusioni del Consiglio europeo». Il riferimento è alla fallimentare riforma del Regolamento Dublino III che, peraltro, riguarda la distribuzione di richiedenti asilo/protezione internazionale, e non quella di migranti “irregolari” per i quali non è prevista, né mai è stata discussa alcuna distribuzione. Il rovesciamento di paradigma della Meloni consiste dunque, prima di tutto, nel far sparire d’incanto, grazie a un gioco linguistico, la stessa esistenza dei richiedenti asilo e, con essa, il divieto di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, dall’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione e dalla nostra Costituzione. Emerge così, senza veli, la natura radicalmente eversiva del paradigma che si vorrebbe imporre, ovvero la cancellazione del diritto d’asilo quale diritto fondamentale dell’individuo nelle modalità con cui esso si è affermato in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Su questa auspicata trasformazione del divieto di respingimento in un nuovo vagheggiato diritto di respingimento si fonda l’urlo di guerra con il quale la presidente del Consiglio invoca «una missione europea, anche navale se necessario, in accordo con le autorità del Nord Africa per fermare la partenza dei barconi». Superfluo dire che l’Europa, per come è nata e oggi esiste nel suo assetto istituzionale, non potrebbe mai attuare e neppure ipotizzare una tale missione, né verso la Tunisia, né verso qualsivoglia Paese terzo. Per sostenere la sua proposta la Meloni si spinge sino a negare, sfiorando il ridicolo, che «la Tunisia [sia] un regime oppressivo con il quale non si possono fare accordi» e un porto non sicuro. Ciò benché sia sotto gli occhi di tutti che la Tunisia è oggi un regime autoritario nel quale il potere è accentrato nelle mani di un autocrate, le prerogative del Parlamento sono state drasticamente ridotte, la magistratura non è indipendente e – come denunciato da Amnesty International«le autorità hanno preso di mira oppositori politici, voci critiche e persone percepite come nemiche del presidente Saïed attraverso indagini fasulle e arresti»: situazione che evoca una diffusa violazione dei diritti umani e rende concreta la possibilità di chiedere asilo in Italia e in Europa. Si aggiunga che, pur essendo un Paese in cui arrivano molti rifugiati in cerca di protezione, la Tunisia non ha una legge sul diritto d’asilo né un sistema di accoglienza e integrazione dei rifugiati e – come denunciato dal portavoce del Segretario generale delle nazioni Unite, Farhan Haqè responsabile di deportazioni di massa di cittadini di Paesi terzi condotte, per di più, con estrema brutalità.

La presidente Meloni ha, poi, annunciato il progetto di «verificare in Africa chi ha diritto o meno all’asilo [e di] accogliere in Europa solo chi ne ha effettivamente diritto secondo le convenzioni internazionali». Una frase tanto suggestiva quanto irrealistica posto che le convenzioni internazionali dicono l’esatto contrario: il diritto d’asilo prevede, infatti, la possibilità, per richiederlo, di accedere al territorio di altri Stati e anche eventuali programmi di ingresso attraverso canali legali predeterminati (peraltro oggi inesistenti in Italia, almeno a livello pubblico) non possono sostituire o comprimere la natura di fondo del diritto di asilo che rimane quello di cercare protezione.

Il terzo annuncio della presidente del Consiglio riguarda il prossimo varo con decreto legge (il terzo in sei mesi) di «misure straordinarie per far fronte agli sbarchi» […] con «modifica del termine di trattenimento nei centri per i rimpatri di chi entra illegalmente in Italia, limite che verrà alzato al massimo consentito dalle attuali norme europee, ovvero 18 mesi». La visione di fondo che sottostà a tale modifica è sempre la stessa: il disinteresse per la gestione dell’accoglienza rimane totale; essa può tranquillamente naufragare in un caos utile ad alimentare la macchina della paura. Quanto al potenziamento dei programmi di inclusione sociale non ci si pensa nemmeno e, del resto, la legge n. 50/2023 ha appena stralciato dai centri di accoglienza la presenza di servizi quali l’assistenza psicologica, l’orientamento legale e sono cassati persino i corsi di italiano (perché mai i migranti dovrebbero impararlo?). L’unica ossessione rimangono i rimpatri, o forse neanche questi, bensì la limitazione della libertà personale che va estesa al massimo livello possibile. La logica della riforma è di nuovo resa esplicita nelle parole della presidente del Consiglio laddove afferma che il messaggio da dare agli stranieri è: «se entrate illegalmente in Italia sarete trattenuti e rimpatriati». La prospettiva di una lunga detenzione dovrebbe dunque, in tale ottica, avere un effetto di per sé dissuasivo. Tanta ferocia (https://volerelaluna.it/commenti/2023/09/18/fascismo-2-0-la-crudelta-come-metodo-di-governo/) non ha però come contropartita neppure l’efficacia in quanto l’innalzamento dei limiti massimi di trattenimento, da sei a 18 mesi era già stato adottato nel 2011 ma era stato abbandonato nel 2014 in ragione del catastrofico fallimento di quella riforma, che aveva prodotto il paradossale risultato di diminuire il numero dei rimpatri effettivamente realizzati. Trattenere la persona da espellere per lunghi periodi è del tutto irragionevole e controproducente in quanto gli ostacoli che impediscono l’esecuzione dell’allontanamento, in primis la mancata identificazione, non vengono superati da un allungamento enorme dei tempi di trattenimento, come ha ben evidenziato il Rapporto del 2014 della Commissione straordinaria istituita dal Senato. Trattenere senza una ragionevole prospettiva di attuare la misura dell’allontanamento non è solo irrazionale e fonte di sperpero di denaro pubblico. È, prima di tutto, illegittimo in quanto stravolge la stessa natura giuridica della detenzione amministrativa che deve essere esclusivamente quella di attuare l’allontanamento dello straniero il prima possibile e non di comminare, in modo mascherato, una sanzione.

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, per quanto riguarda il governo delle migrazioni. In compenso un drammatico crescendo di propaganda e disumanità.

Una versione più ampia dell’articolo può leggersi nel sito di Altreconomia (https://altreconomia.it/sul-cupo-video-manifesto-ideologico-di-giorgia-meloni-che-sogna-la-fine-delleuropa/?)

Gli autori

Gianfranco Schiavone

Gianfranco Schiavone, studioso delle migrazioni internazionali, è presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà-Ufficio Rifugiati. Tra i fondatori del sistema SPRAR-Sistema nazionale di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, è stato vice presidente nazionale dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione. È autore di numerose pubblicazioni in tema di diritto dell’immigrazione e protezione internazionale e coautore di "Il diritto d’asilo. Report 2017" (a cura della Fondazione Migrantes, TAU, 2017).

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