I migranti, la sinistra e il nuovo patto sociale

«Siamo stati immediatamente condotti in un grande locale nei pressi dell’Ospedale centrale. Ci hanno detto che dovevamo spogliarci, abbiamo fatto la doccia, poi ci hanno tolto i pidocchi, ci hanno disinfettato, così hanno detto, ci hanno strofinato ben bene con una spazzola e alla fine una donna, che sembrava godersi la scena, ci ha spruzzato addosso dell’acqua con un tubo. Dio quanto ci siamo vergognati! Non ci eravamo mai trovati in situazioni come quella e molti di noi non si erano mai mostrati nudi neanche alla propria madre. Avevamo quasi tutti vent’anni, eravamo cresciuti nel timore di Dio ed eravamo stati educati a rispettare i nostri simili; non avevamo mai sperimentato niente del genere». Potrebbe essere il racconto di un immigrato africano o asiatico passato per qualche hotspot europeo; si tratta invece del resoconto fatto da un lavoratore torinese, Paolino Sini, del suo arrivo a Malmö, nel 1947. Sini era arrivato nella socialdemocratica Svezia con un contratto già firmato; avere un lavoro tuttavia non garantiva né rispetto né tutele agli immigrati (italiani e non): lo impararono a loro spese lo stesso Sini («Non passò molto tempo prima che ci rendessimo conto che tutte le promesse che ci erano state fatte nell’incontro a Torino erano parole vuote») e, in modo assai più drammatico, gli stagionali massacrati a Aigues Mortes (1893) e i minatori periti, per incuria dei padroni, a Monongah e Dawson (USA, inizio Novecento) nonché nella più nota tragedia di Marcinelle (1956). Prima ancora, chi, a fine Ottocento, era partito, senza alcuna sicurezza, per cercare fortuna nel Nuovo mondo aveva affrontato viaggi interminabili in condizioni spaventose, con un alto tasso di mortalità per fame e malattie. Non sapevano, tutti costoro, cosa li attendeva? I primi, forse. Poi cominciarono a arrivare le lettere di chi a quei viaggi infernali, o a quelle condizioni di lavoro, era sopravvissuto. E raccontava. Dunque anche i nostri migranti erano genitori irresponsabili? Ci sarebbe molto da dire sulla dimensione di classe (e di etnia, e di genere) di un “senso di responsabilità” inesorabilmente a senso unico.

Quando ci fu il colpo di Stato in Cile, da più parti fu rimarcato che un paese con la nostra storia aveva degli obblighi speciali di solidarietà verso un popolo geograficamente lontano, ma sentito, in quel frangente, come fratello proprio per l’analogia tra il nostro passato e la catastrofe che là si era abbattuta. Oggi invece quel pezzo di storia che ha cambiato sia le comunità da cui i nostri migranti sono partiti, sia i paesi che li hanno accolti non chiama ad alcuna “responsabilità” (se non quella dei dissennati migranti, beninteso); anzi, è accuratamente taciuto, nella memoria pubblica. Se il brand di successo degli “Italiani, brava gente” ha occultato il colonialismo, il fascismo e l’alleanza con la Germania nazista (in fondo, con l’armistizio ci siamo ben ravveduti!), così l’immagine degli italiani trattati come bestie da soma perché considerati ignoranti, sporchi, inaffidabili e con un DNA criminale è stata nascosta sotto il tappeto. Troppo imbarazzante. E nelle rare occasioni in cui sono ricordati, i morti nei disastri minerari o nei linciaggi suscitano commozione in quanto italiani, dunque vittime di xenofobia, non in quanto lavoratori che hanno fatto le spese, chi della mancanza di scrupoli di imprenditori e autorità, chi di una guerra tra poveri. Del resto, la componente di classe dell’emigrazione è proprio ciò che si vuole evitare di discutere. Coerente con questa rappresentazione – lo ha sottolineato Eric Gobetti (Il giorno dell’oblio, “Jacobin Italia”, 28 febbraio 2023) – è l’appiattimento della complessa storia del confine orientale sulle foibe, diventate ormai una sorta di attestato di italianità (chi le contestualizza le nega, dunque è un traditore), mentre l’odissea delle famiglie di esuli (non solo italiani, peraltro) viene menzionata solo sbrigativamente. Non sia mai che l’empatia nei loro confronti si riverberi sui profughi che, oggi, cercano di raggiungere la fortezza Europa!

Il revisionismo storico tuttavia da solo non spiega come in uno stesso individuo possano convivere un passato di emigrazione e un presente di ostilità verso i migranti. Per comprendere, dobbiamo uscire dalla nostra bolla di gente di sinistra che tende a interpretare il mondo in base alle sue categorie etico-razionalistiche, dimenticando che sul campo operano razionalità, e “morali”, diverse. Come mi spiegò anni fa un pensionato del Sud con il quale avevo ingaggiato una tenzone verbale dopo aver captato un suo commento malevolo sugli immigrati, «la differenza è che quando siamo emigrati noi [nel dopoguerra] c’erano tanti soldi, adesso ce ne sono pochi e non possiamo permetterci di accogliere altri». E questo prima di pandemia e guerra. Nel suo argomento, rude ma non privo di logica, si annida la sintesi del nuovo patto sociale, quello che ha rimpiazzato il compromesso tra capitale e lavoro dell’epoca fordista: le classi dirigenti si impegnano a difendere i confini per assicurare che le fila dei subalterni non siano ingrossate da elementi esterni (meglio sfruttarli nei paesi d’origine); i subalterni, a loro volta, indirizzano il risentimento non contro le classi dominanti, bensì verso chi, nelle gerarchie globali, sta ancora più sotto – i migranti, appunto. Se fino alla metà degli anni Settanta la promessa (questa sì, irresponsabile) di crescita infinita rendeva possibile una redistribuzione dall’alto verso il basso, oggi la ripartizione (delle briciole) è tutta interna al basso. Agitando lo spettro dell’“invasione” pianificata dai dannati della Terra (quelli che si ostinano a non crepare di guerra, di fame, di inondazioni, cercando piuttosto di fuggirne), le classi dominanti si legittimano quali custodi di una civiltà fondata sul privilegio, concedendo agli sfruttati “autoctoni” l’illusione di un riconoscimento sia materiale sia simbolico.

Qui si cela la trappola che mette alle corde la sinistra (si veda l’incisivo articolo di Richard Seymour, The Harsh Discipline of Democracy, “Salvage”, 13 agosto 2022). Mentre noi rimaniamo tenacemente attaccati all’idea che per mobilitare le masse sia sufficiente “illuminarle” sui loro reali, e comuni, interessi economici, e poi tutto verrà da sé, la destra – quella estrema prima, a seguire quella “perbene” – ha convinto la classe lavoratrice che i suoi interessi materiali coincidono con il razzismo. È una nuova, e perversa, forma di moral economy: alla globalizzazione neoliberale, percepita come ingiusta perché ogni illusione di progresso collettivo e di ascesa individuale è svanita, si reagisce appellandosi a un codice di condotta reputato superiore, in cui il senso di giustizia e solidarietà sopravvive, ma – orribile a dirsi – è identificato con il nativismo.

La presunzione di essere moralmente e intellettualmente superiori non ci sta facendo vincere la battaglia sul terreno. Occorre analizzare come il discorso populista di destra si sia innervato su elementi già presenti nella visione del mondo delle classi subalterne (penso ad esempio all’etnocentrismo del Welfare State), per poi disarticolare il contesto cognitivo e esistenziale nel cui seno la destra inscrive la sua definizione di “interessi materiali”. Un compito, questo, che non può essere svolto solo snocciolando statistiche sulle crescenti diseguaglianze e rivendicando misure per i meno abbienti: lo facciamo da quarant’anni, con i risultati che sappiamo. Per costruire un immaginario che rovesci l’immagine del capitalismo come il migliore dei mondi possibili in quella di un inferno che ci condanna all’autodistruzione bisogna affiancare all’indispensabile radicamento nel territorio la riappropriazione della storia delle classi popolari, costellata di tragedie e sconfitte irredente, ma anche di lotte, solidarietà, immaginazione – e perfino vittorie! – così da dischiudere le potenzialità di un futuro senza garanzie e nondimeno necessario, per non annegare, letteralmente o metaforicamente, nell’oceano della rassegnazione.

Gli autori

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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