L’Italia e i migranti. Parola d’ordine: bloccare gli ingressi

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1.

Il NewYork Times del 14 marzo scorso ha raccontato la diversa esperienza vissuta da due rifugiati, un ragazzo e una ragazza, che stavano cercando di superare insieme il medesimo confine, quello della Polonia, nel medesimo momento, scappando entrambi dalla guerra. Katia Maslova, dall’Ucraina, è stata accolta. Albagir, in fuga dal Sudan, è stato braccato e picchiato dalla polizia di frontiera.

Queste due diverse emblematiche esperienze di rifugiati in Europa, di due fuggitivi da eventi di guerra, non riguardano una situazione più o meno lontana da noi, con regole di accoglienza particolari, tipiche di uno Stato sovrano, come la Polonia. Riguardano anche noi, riguardano l’Europa e anche la situazione italiana. Una situazione italiana che si caratterizza certo per le varie forme di solidarietà e di accoglienza giustamente riservate alle persone che fuggono dalla tragedia ucraina. Ma anche per alcuni dati significativi: quelli emersi nel 2021 (l’anno più vicino a noi) e nei mesi di quest’anno, che riguardano il mare Mediterraneo e coloro che tentano di attraversarlo dalle coste africane verso l’Italia. Dati che conviene ricordare. Nel 2021, al 31 ottobre, almeno 1.864 persone hanno perso la vita in mare. Contemporaneamente più di 50.000 persone sono state fermate, o anche in qualche caso salvate, e riportate a terra, in Africa, 32.000 dalle autorità libiche, 20.000 dalle autorità di Tunisi, molto spesso con l’utilizzo di corvette fornite ai due paesi dall’Italia. Nello stesso anno, il 2021, il Mediterraneo ha conosciuto grandi tragedie, come quella del 21 aprile, giorno in cui affondò un gommone con 130 persone e in cui di una barca con 40 persone a bordo si sono perse le tracce. Ma poi, il 21 giugno, vi è stata un’altra strage di donne e bambini davanti a Lampedusa. La tragedia dei naufraghi è poi continuata, anche quest’anno. Almeno 70 persone sono annegate al largo della Libia in questa ultime settimane, lo riferisce l’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. A oggi, in quest’anno, sono 215 i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo centrale. E continuano i rimpatri forzati.

«Non fummo tutti brava gente», ha detto il presidente del consiglio Mario Draghi lo scorso anno alludendo, in occasione della ricorrenza del 25 aprile e della fine del fascismo, al comportamento tenuto dagli italiani. Già. E oggi? Siamo “brava gente” per la questione dell’immigrazione? Aperta da decenni e strumentalizzata da molti, riproposta drammaticamente dalle stragi del 21 aprile e del 21 giugno 2021, e da quelle successive di questo anno, la questione non è al centro del dibattito politico. Dichiarazioni commosse per tanti morti, buoni propositi per i futuro, e poi, progressivamente, il silenzio, in attesa di altre tragedie. Si va avanti così ormai da molti anni. Bossi e Fini, Maroni e Castelli sono nomi lontani, ma continua la loro politica, continuano le stragi.

Cosa c’è dietro questo atteggiamento? Qual è oggi la politica dell’immigrazione del governo italiano? Semplicemente, l’essenza di questa politica, caratterizzata dal binomio emergenza-sicurezza, è quella di evitare gli arrivi. Questo, con un largo consenso nell’opinione pubblica.

2.

Nell’ossessione securitaria che da tempo attraversa Italia e Unione Europea, in mare non ci sono navi italiane, e quelle delle ONG che tentano di salvare i naufraghi nel Mediterraneo sono criminalizzate con i pretesti più vari. Sono scomode, e da ostacolare, quelle navi: sono infatti fuori dalla politica italiana, devono stare per quanto è possibile sequestrate nei porti.

La Libia, ma non c’è solo la Libia, è centrale per la questione migranti. Sul tema il presidente del consiglio Mario Draghi ha spiegato, dopo il suo viaggio dello scorso anno in quel paese, che con i governanti libici «c’è stata una conversazione rispetto alla nostra soddisfazione per quel che la Libia fa per i salvataggi». Soddisfazione? Intanto «aiutiamo e assistiamo la Libia». Il problema «non è solo geopolitico ma anche umanitario», ha continuato il presidente del consiglio, e ha aggiunto che «l’Italia è uno dei pochi Paesi che continua a tenere attivi i corridoi umanitari». Draghi ha poi ricordato che «il problema dell’immigrazione per la Libia non nasce sulle coste, ma si sviluppa sui confini meridionali, e l’Unione europea è stata investita del compito di aiutare il governo libico anche in quella sede». Intanto, secondo Human Right Watch, «l’Italia, Malta e l’Agenzia delle frontiere dell’Unione Europea, Frontex, sembrano più interessate ad aiutare le forze libiche a intercettare i barconi che ad assicurare i salvataggi e lo sbarco in un porto sicuro». Quante persone hanno portato indietro le forze libiche? Si è visto, sono decine di migliaia. Che fine hanno fatto? È difficile non vedere l’ ipocrisia della parole di Mario Draghi. La Libia non è un porto sicuro, ha ribadito più volte l’Alto Commissario Onu Filippo Grandi. Migliaia di persone in fuga vengono catturate da imbarcazioni libiche pagate dal nostro governo e riportate in lager dove è noto a tutti, anche al nostro presidente del consiglio e ai nostri ministri, anche alla generalità dei media, che le persone subiscono trattamenti disumani e degradanti. Di filmati di denuncia gli italiani ne hanno visti ormai molti, quindi sono perfettamente informati.

E poi c’è la questione, evidenziata in particolare dalle numerose tragedie in mare, dei mancati salvataggi, cioè, più propriamente, dell’assenza, dalla chiusura di Mare nostrum in poi, di qualsiasi piano organizzato finalizzato al salvataggio di chi rischia di affogare per fuggire dal suo paese. Tutti ormai lo sanno: per chi si ritrova prigioniero in Libia le opzioni sono due, o tentare la fuga, rischiando la morte, o restare alla mercé della violenza organizzata dei campi libici. E allora, che fare? Tanti anni fa un politico italiano, Massimo D’Alema, di fronte alla complessità del problema, se ne uscì con una frase che a molti sembrava una provocazione: «dobbiamo andare a prenderli». Oggi nessuno se ne ricorda e il presidente del consiglio parla invece, come se si trattasse della stessa cosa, dei corridoi umanitari tenuti aperti dall’Italia. Ma questi corridoi servono a poco, neppure a salvarsi la coscienza. Sono sostenuti da spese modeste, utili per fare arrivare poche, pochissime persone. E sono praticati da associazioni religiose e non dal governo. Siamo lontani dall’idea di D’Alema. Anzi.

«Il problema dell’immigrazione per la Libia non nasce sulle coste, ma si sviluppa sui confini meridionali», ha detto Draghi. Cioè: ormai non basta più fermare l’immigrazione sulle coste libiche, a questo lavoro provvedono la guardia costiera e le milizie libiche; il confine della “fortezza Europa” deve essere spostato più a sud. Infatti, riferiscono i media, sono in corso missioni militari italiane in Niger e in Mali, in nome della lotta al terrorismo. L’UE, poi, contrasta l’immigrazione anche nel Mediterraneo orientale, pagando miliardi di euro alla Turchia per impedire che profughi siriani, afgani e pachistani raggiungano l’Europa dai Balcani. Ciò, ovviamente, con l’approvazione del nostro paese. Questa, complessivamente, è oggi la politica italiana per l’immigrazione.

Ha scritto su il manifesto un anno fa Filippo Miraglia che i governi europei, quelli che si ergono a giudici di chi vìola i diritti umani, davanti alla cancellazione di quei diritti si girano dall’altra parte e lasciano che siano le milizie a occuparsi di questa umanità evidentemente per loro “meno umana”. E ha ricordato che era l’aprile del 2015, solo 7 anni fa, quando a seguito dell’ennesima strage il Consiglio Europeo fu convocato d’urgenza. La seduta iniziò con un minuto di silenzio e si concluse con l’impegno di fermare le stragi. Il minuto di silenzio dura da 7 anni.

3.

«Italiani brava gente»? È difficile dirlo adesso, visto come il governo italiano tratta coloro che vogliono emigrare dal sud del mondo; e vista la sostanziale approvazione della collettività italiana di tale politica. E vista l’accettazione generale, oggi, di una clamorosa contraddizione. La contraddizione è forte, quella che è scoppiata d’improvviso e che viviamo, perché oggi è grande l’accoglienza giustamente riservata – anche grazie a scelte dell’Unione Europea – a coloro che fuggono dall’Ucraina. L’Unione Europea ha infatti deciso di applicare una sua Direttiva, la n. 55/CE del 2001, mai applicata prima, che riconosce una protezione temporanea, in pratica fino a tre anni, a chi fugge da quella guerra. Costoro vengono regolarizzati senza passare per una richiesta d’asilo. Ebbene tanti di coloro che lavorano nel nostro paese senza permesso di soggiorno sono fuggiti dalla Libia, dall’Afghanistan, dalla Siria, dallo Yemen e da altre guerre ancora. Così un mese fa decine di migranti sono scesi in piazza a Roma e Milano, a Torino e Modena, per chiedere parità di diritti con i profughi ucraini. Mai come oggi è evidente, hanno detto gli organizzatori di queste manifestazioni, quanto l’Italia e l’UE stiano adottando misure differenziali a seconda degli interessi geopolitici ed economici del momento. Eppure «i profughi non hanno colore», ha commentato Liliana Segre meno di un mese fa, quando il fenomeno è apparso clamoroso. E Dunja Mijatovic, dal 2018 Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, ha affermato: «È uno sconcertante doppio standard. Si aprono le braccia a gruppi di profughi che si ritiene di voler accogliere e si chiudono invece a quelli che non si vuole accogliere» (https://volerelaluna.it/migrazioni/2022/05/02/ci-sono-profughi-e-profughi/). Viene da chiedersi: che c’entri qualcosa il razzismo?

Non avevano neppure finito di parlare, Liliana Segre e Dunja Mijatovic, quando si sono trovate di fronte, a metà aprile, a un modo innovativo di gestire l’immigrazione. Per decisione del governo inglese di Boris Johnson, tutti i migranti che dal primo gennaio di questo anno sono entrati in Gran Bretagna senza un regolare permesso verranno messi su un aereo e spediti a più di seimila chilometri di distanza, in Ruanda (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2022/05/06/come-liberarsi-dei-rifugiati-e-vivere-felici/). In cambio di questa ospitalità forzata, Londra verserà al Ruanda 120 milioni di sterline. Inoltre, la marina militare inglese dovrà pattugliare le coste, intercettare i migranti in arrivo e organizzare la loro spedizione in Ruanda. Questo esempio di “forte governabilità”, mi pare ovvio definirlo così, rischia di essere imitato da qualcuno. Intanto, per i migranti in Italia che, nonostante Liliana Segre, continuano ad avere uno specifico colore, dice qualcuno a mo’ di giustificazione, valgono pur sempre i famosi “decreti flussi”. Ebbene, con il decreto flussi 2022 sono 60.700 i lavoratori stranieri che potranno entrare in Italia, 42.000 posti sono riservati a chi entra per motivi di lavoro stagionale, 27.700 per contratti subordinati non stagionali e autonomi. Così non cambia nulla, hanno commentato in molti. Il presidente dell’Anolf Cisl di Milano, Maurizio Bove, che ha detto «tutto continua come sempre», ha denunciato che questo decreto non offre alcuna risposta concreta né a chi vuole entrare regolarmente in Italia per motivi di lavoro né a quelle aziende o famiglie che vorrebbero assumere una persona straniera. E ha sottolineato che l’Italia ha un deficit di forza lavoro di oltre 230.000 lavoratori. Comunque, di sanatorie o di regolarizzazioni non se ne parla.

La situazione italiana è dunque questa. Dobbiamo rassegnarci? E invece sono in molti a pensare che un nuovo modello di accoglienza sia possibile; anzi, necessario. Anche se, sinceramente, non si riesce a vedere bene da dove cominciare.

 

È la relazione introduttiva al convegno “Un nuovo modello di accoglienza” organizzato a Padova il 5 maggio da Magistratura democratica e da Padova senza razzismo

Gli autori

Giovanni Palombarini

Giovanni Palombarini, magistrato, già procuratore generale aggiunto presso la Corte di cassazione, è stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura e segretario nazionale di Magistratura Democratica. Scrive per quotidiani e riviste ed è autore di numerosi saggi.

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