Revocare il Memorandum Italia-Libia!

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Il Memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017 agevola la strutturazione di modelli di sfruttamento e riduzione in schiavitù all’interno dei quali sono perpetrate in maniera sistematica violenze tali da costituire crimini contro l’umanità. Lo denunciano 99 organizzazioni italiane, libiche, africane ed europee, tra cui Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, Gruppo Abele, Libera, Un Ponte Per (UPP), ActionAid Italia, Intersos, European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), Emergency Ong Onlus, Associazione Nazionale Giuristi Democratici, Fondazione Migrantes, Centre for Peace Studies, The Libyan center for freedom of the press, World Organisation Again, Alarm Phone Sahara, Avocats sans Frontières Tunisie, Forum Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux, Migreurop, StateWatch, Libyan Crimes Watch). Le organizzazioni si rivolgono quindi al Governo italiano e alle Organizzazioni internazionali con una richiesta pressante: l’unica strada per tutelare le persone migranti in Libia è la revoca immediata del Memorandum! Di seguito il testo dell’appello e i link per aderire (la redazione).

All’inizio di ottobre il governo libico ha eseguito rastrellamenti e arresti a tappeto di cittadini stranieri nei quartieri di Tripoli. Tra loro persone ufficialmente registrate da UNHCR e persone in situazioni di particolare vulnerabilità, quali minori e donne incinte. Dopo l’arresto, i cittadini stranieri sono stati portati nei centri di detenzione del Ministero dell’Interno libico, dove hanno subito maltrattamenti e torture. Nel centro di Al Mabani sei persone sono state uccise e ventiquattro sono state ferite da colpi di armi da fuoco. La reazione a queste misure violente e discriminatorie è stata inedita: migliaia di persone migranti da quasi due mesi protestano di fronte all’ufficio di UNHCR a Tripoli chiedendo il trasferimento in un paese sicuro e che sia garantita la loro sicurezza.

La notizia è di estrema importanza poiché per la prima volta emerge, anche nella stampa internazionale, un nuovo soggetto che si riconosce nel nome Refugees in Libya costituito da un comitato di persone migranti che interagisce con le organizzazioni internazionali e con gli attori presenti in Libia e altrove. Al momento, tuttavia, sembra che non si prospettino soluzioni adeguate: gli uffici di UNHCR Libia, nel corso di un incontro con il Comitato, hanno dichiarato di «non poter assicurare [ai rifugiati e migranti] nessun tipo di sicurezza e protezione al loro ritorno nelle comunità libiche» ma di adoperarsi per la riapertura dei voli di evacuazione. I voli sono effettivamente ripresi con le partenze verso il Niger e il Ruanda attraverso l’Emergency Transit Mechanism. Come sottolineato dal Comitato e dalla stessa Agenzia ONU, il numero delle evacuazioni rimane tuttavia terribilmente basso. Sebbene in recenti interviste UNHCR abbia ammesso di non riuscire a garantire protezione alle persone richiedenti asilo in Libia, al medesimo tempo ha dichiarato che occorre trovare soluzioni per garantire la protezione dei cittadini stranieri all’interno del Paese, attraverso l’interlocuzione con il governo libico. Nelle attuali condizioni, tuttavia, tale strategia non può considerarsi in alcun modo adeguata: diverse diramazioni del governo sono infatti attivamente coinvolte nella catena di abusi e sfruttamento delle persone migranti, come ben espresso dal Comitato Refugees in Libya nel loro manifesto.

Il Comitato denuncia l’assenza di sicurezza, l’esposizione delle persone migranti ad arresti e detenzioni arbitrarie, le violenze sessuali, le torture: trattamenti che sono già stati definiti come crimini contro l’umanità dalla Missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite.

Come evidenziato nel rapporto della Missione di inchiesta e da numerosi altri rapporti, le violazioni non sono episodiche, ma si collocano all’interno di un modello operativo ‒ da alcuni definito come un vero e proprio modello di business ‒ costituito dai seguenti momenti: a) l’intercettazione in mare da parte della cd. Guardia costiera libica, spesso caratterizzata da manovre e modalità estremamente rischiose; b) la riconduzione in Libia delle persone migranti e la detenzione nei centri gestiti dal Directorate for Combating Illegal Migration (DCIM) del Ministero dell’Interno o la vendita a gruppi criminali; c) la sottoposizione a torture e maltrattamenti finalizzata all’estorsione di denaro o a diverse modalità di sfruttamento ed “estrazione di profitto” quali il lavoro forzato, la prostituzione coatta, la tortura e il rapimento ai fini del riscatto.

Seppur nella complessità del contesto del Paese nord africano, riteniamo che sia necessario denunciare con forza che la politica di cooperazione dell’Italia e dell’UE con le autorità libiche e, in particolare, il Memorandum di intesa italo-libico e il conseguente blocco delle partenze stanno incrementando e strutturando questi modelli di sfruttamento delle persone migranti residenti nel Paese.

Il Memorandum Italia-Libia definisce le attività di cooperazione tra i due paesi che sono implementate grazie al sostegno politico ed economico della Commissione europea e degli altri Stati membri dell’UE. Tale intervento non sta ponendo un argine alle violazioni dei diritti delle persone migranti che sono perpetrate nel Paese, ma anzi indirettamente crea le condizioni per la loro continuazione: la stessa Missione di inchiesta delle Nazioni Unite, dopo aver richiamato come tali violenze costituiscano un attacco sistematico e diffuso diretto a questa popolazione, ricorda che «questa constatazione è fatta a prescindere dalla responsabilità che può essere sostenuta da Stati terzi e sono necessarie ulteriori indagini per stabilire il ruolo di tutti coloro che sono coinvolti, direttamente o indirettamente, in questi crimini».

Per ben comprendere le dinamiche strutturate dal Memorandum, occorre leggere i primi due articoli dello stesso nella loro relazione reciproca. Come noto, con l’art. 1 del Memorandum, l’Italia ‒ grazie al sostegno economico e politico della Commissione Europea ‒ ha fornito alle autorità libiche la legittimazione politica e la strumentazione necessaria per strutturare interventi che impediscono in maniera sistematica la fuga dei cittadini stranieri dalla Libia. Il Memorandum fa seguire all’intercettazione in mare delle persone in fuga il ricorso al sistema detentivo che priva sistematicamente i cittadini stranieri della loro libertà a tempo indeterminato. Nell’ambito di questo regime detentivo si consumano, sia nei centri di detenzione informali, sia nei centri di detenzione ufficiali, i crimini definiti dall’ONU contro l’umanità. Il Memorandum italo-libico, prevede poi, all’articolo 2, da un lato «l’adeguamento e il finanziamento dei centri di accoglienza», dall’altro il «sostegno alle organizzazioni internazionali presenti e che operano in Libia a perseguire gli sforzi mirati anche al rientro dei migranti nei paesi di origine, compreso il rientro volontario». Nel corso degli anni ‒ dal 2017 ad oggi ‒ le organizzazioni internazionali hanno ricevuto ingenti finanziamenti per operare all’interno dei centri di detenzione al fine di garantire un miglioramento delle condizioni di detenzione o per favorire l’evacuazione di rifugiati verso i paesi UE o degli altri cittadini stranieri verso i loro paesi di origine. Nonostante questo, l’obiettivo di garantire condizioni dignitose e sicurezza alle persone migranti non è stato raggiunto, come emerso con evidenza anche grazie all’interlocuzione del Comitato di migranti e rifugiati con le organizzazioni internazionali e come affermato dalla stessa UNHCR in recenti interviste. In diverse occasioni, tuttavia, tale attività è stata inoltre strumentalizzata dai governi per giustificare le politiche di blocco e di cooperazione previste all’art. 19.

In conclusione, non può ritenersi, a fronte delle evoluzioni intervenute e dell’esperienza maturata nel corso del tempo, che i programmi di rimpatrio ed evacuazione gestiti da UNHCR e OIM siano misura sufficiente a controbilanciare i rischi e i danni derivanti dai finanziamenti italiani alle autorità libiche. Questa impostazione inoltre mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza delle Organizzazioni internazionali attribuendogli un ruolo di fatto subalterno alle politiche di contrasto all’immigrazione verso l’Europa e, dunque, non neutro rispetto alle problematiche sin qui illustrate e alla tenuta dell’intero sistema disegnato dal Memorandum. Tali organizzazioni, in questo sistema, non sono solo soggetti centrali nella gestione dei programmi di evacuazione e principali fruitori dei finanziamenti all’interno dei centri di detenzione, ma, dal momento in cui partecipano alle riunioni del Comitato congiunto sull’esecuzione del Memorandum (art. 3), la loro attività diviene oggettivamente funzionale al raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo, pur non riuscendo in alcun modo a garantire i diritti fondamentali delle persone che ne sono coinvolte.

Per meglio comprendere i limiti dei meccanismi che dovrebbero garantire l’accesso ai diritti alle persone migranti bloccate in Libia, di seguito si illustrano le specifiche fragilità giuridiche e fattuali dei sistemi di evacuazione e rimpatrio. Tali fragilità palesano come questi strumenti non possono in alcun modo mitigare le politiche di blocco e respingimento e non sono adeguati ad assicurare l’accesso dei cittadini stranieri ai loro diritti fondamentali, tra i quali il diritto all’asilo.

1) I programmi di evacuazione umanitaria (ETM) e resettlement di UNHCR

Come noto, solo un numero estremamente esiguo di persone ha accesso ai programmi di evacuazione, sia per la scarsa collaborazione delle autorità europee nel facilitare il reinserimento sul loro territorio, sia per le modalità di selezione di quanti possono essere evacuati e ricollocati. Nell’ambito di questi programmi, intere nazionalità, a prescindere dalle istanze di protezione personali portate dai singoli, sono escluse da qualsiasi contatto con UNHCR. Spesso sono le guardie carcerarie che selezionano, anche in base alla nazionalità, i candidati a incontrare UNHCR e il trasferimento nei paesi terzi di transito avviene sulla base di possibilità future di un loro reinsediamento nei paesi membri dell’Unione Europea. Da un punto di vista procedurale, inoltre, non esistono rimedi per impugnare le decisioni relative all’esclusione dai programmi di evacuazione. Spesso non vengono consegnate alle persone le decisioni scritte, in altre occasioni queste sono carenti di motivazione. Si tratta di un meccanismo a carattere concessorio, in cui l’accesso e il riconoscimento del diritto di asilo del rifugiato è affidato a procedure con prive di garanzie sostanziali e procedurali. Sebbene tale programma rappresenti quindi un importante strumento umanitario, non è in alcun modo adeguato a costituire un valido contrappeso delle politiche di blocco.

2) I programmi di rimpatrio volontario dell’OIM

Cittadini stranieri, sebbene bisognosi di protezione, appartenenti alle nazionalità sistematicamente escluse dai programmi di evacuazione sono indirizzati ‒ spesso dalle stesse guardie dei centri di detenzione ‒ verso i programmi di rimpatrio volontario. È richiesto di esprimere la propria adesione al rimpatrio a cittadini stranieri che si trovano in detenzione nonostante lo stesso Relatore speciale per la Tortura e gli altri trattamenti o punizioni crudeli e disumani ha richiamato l’attenzione su tali misure puntualizzando come la detenzione, quando basata esclusivamente sulla condizione di migrante, può essere utilizzata anche per forzare a ritirare la richiesta di asilo o accettare il rimpatrio volontario. Spesso i programmi di rimpatrio sono finanziati dagli Stati membri dell’UE ‒ tra cui l’Italia – e dalla stessa Commissione, senza che vengano concordati con le organizzazioni internazionali gli obblighi reciproci derivanti dal finanziamento, tra cui le attività da attuare e le precauzioni da adottare per scongiurare il rischio di refoulement. La mancanza di controllo preventivo sulle attività da svolgere, senza richiesta di alcuna garanzia, senza obblighi di trasparenza e senza previa verifica dei rischi hanno in effetti esposto rifugiati, donne vittime di tratta, minori non accompagnati a rimpatri nei loro Paesi di origine dove la loro incolumità può essere messa in pericolo. La situazione delle donne nigeriane vittime della tratta internazionale è emblematica: queste sono infatti escluse in maniera costante dai programmi di ETM e resettlement e indirizzate verso i progetti di rimpatrio cd. volontario, con le gravissime conseguenze sulla loro sicurezza che derivano dal rientro nel paese di origine. Tale esempio è estremamente significativo, poiché le donne vittime di tratta, se potessero raggiungere un Paese dell’Unione Europea, sarebbero considerate meritevoli di protezione internazionale. A fronte di tale situazione, l’adesione ai programmi di rimpatrio cd. volontario sembra essere l’unico strumento a disposizione della maggioranza delle persone migranti per sottrarsi alla detenzione e allo sfruttamento, impiegato anche nelle situazioni in cui il rientro nel paese di origine rappresenta un rischio per la loro incolumità e la tutela dei loro diritti. 

Conclusioni

Alla luce di quanto sopra si può affermare che

  • Il Memorandum Italia-Libia sta, nei fatti, agevolando la strutturazione di modelli di sfruttamento e riduzione in schiavitù all’interno dei quali sono perpetrate in maniera sistematica violenze tali da costituire crimini contro l’umanità.
  • L’effettiva capacità delle organizzazioni internazionali di tutelare le persone migranti e richiedenti asilo in tale situazione è estremamente limitata e dipendente dalle scelte delle autorità libiche.
  • L’azione delle organizzazioni internazionali non rappresenta uno strumento sufficiente a garantire l’effettivo accesso ai diritti e alla protezione internazionale in maniera ampia e generalizzata per le persone migranti e richiedenti asilo bloccate in Libia, sia per la limitatezza dei mezzi, sia per la struttura stessa dei programmi, caratterizzata dall’assenza di garanzie procedurali per le persone che vengono escluse dall’accesso ai programmi e da misure di evacuazione e ricollocamento.
  • L’adesione a programmi di rimpatrio cd. volontario rappresenta l’unico strumento a disposizione della maggior parte delle persone migranti per sottrarsi alla violenza che si trovano a subire in Libia, pur essendo una strategia ampiamente inadeguata rispetto al rischio che le stesse vengano sottoposte nuovamente, in caso di rientro nel Paese di origine, alle stesse persecuzioni da cui sono fuggite.

Chiediamo quindi

– al Governo italiano di revocare immediatamente il Memorandum, come unica scelta praticabile a fronte dell’impossibilità strutturale di apportare miglioramenti significativi alle condizioni di vita di migranti e rifugiati in Libia e di garantire loro un adeguato accesso alla protezione, così come dimostrato dall’evoluzione della situazione libica.

– a Unhcr e OIM, in ottemperanza a loro mandato di tutela dei cittadini stranieri presenti in Libia, di aderire alla richiesta di revoca del memorandum, sì da evitare qualsiasi rischio di connessione tra le gravi violazioni dei diritti umani che derivano dal Memorandum e le proprie iniziative.

Firmatari

For associations: https://forms.gle/1qmmBW5o8Ya64HvNA

For individuals: https://forms.gle/E4q3eZ82k8cVTS8VA

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