Mimmo Lucano condannato a 13 anni: la legge è uguale per tutti?

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Diciamolo: in un Paese in cui regna sovrana l’incertezza del presente e ancor di più del futuro, e in cui  alcune istituzioni sono andate via via perdendo la necessaria credibilità, una delle poche certezze che rimangono è che “La legge è uguale per tutti”, in maniera inflessibile e senza sconti. Il problema, però, sta in quel “per tutti”, che dovrebbe essere un valore assoluto ma in realtà è una categoria che rinchiude, in maniera elastica ma ben precisa, ogni realtà individuale o collettiva non omologata al potere dominante.

Sì, possiamo dirlo: la magistratura, con poche eccezioni, risulta da sempre ben strutturata nella repressione dei movimenti di opposizione sociale, delle lotte operaie o studentesche e di chi non “canta nel coro”, e inadeguata, o diversamente disposta, nel giudicare reati di chi fa parte dell’establishment. Solo a rileggere una serie di sentenze, emesse negli ultimi tempi, c’è da inorridire di fronte a questo sempre più evidente strabismo giudiziario. Ecco: la condanna a 13 anni e 2 mesi di Mimmo Lucano e di 4 anni e 10 mesi alla sua compagna Lemlem Tesfahun, è la sintesi perfetta di una Giustizia che viaggia su due linee parallele: una di dura repressione per tutti quelli che fanno parte delle categorie non omologate al sistema e una diversamente disposta per tutti gli altri che del sistema fanno parte, in maniera diretta o indiretta che sia. Il modello di accoglienza sperimentato con successo a Riace ha dato fastidio, o forse han dato fastidio i riconoscimenti internazionali di questa importante esperienza, dalla nota rivista americana Fortune al documentario di Wim Venders, perché evidenziavano le contraddizioni governative sul tema dell’immigrazione, segnate in negativo dal decreto Minniti e dalle posizioni dell’ex Ministro dell’Interno Salvini, non diverse da quelle espresse dall’autoritario primo ministro ungherese Orban.

Durissimi sono stati gli scontri che Mimmo Lucano, sindaco di un piccolo Comune, ha dovuto sostenere in questi anni con le istituzioni superiori, dalla Regione al Ministero degli Interni, e oggi gli viene presentato il conto. Ed è avvenuto l’impossibile come il mettere sullo stesso piano l’affidamento a una mini cooperativa di migranti e riacesi la raccolta differenziata dei rifiuti con l’uso di asinelli, al traffico illegale di rifiuti tossici, agli appalti multimilionari e spesso truccati per lo smaltimento dei rifiuti, i cui responsabili, se scoperti, tra avvocati “stellari”, o grazie agli agganci politici o con i “piani alti” del sistema, se la cavano sempre con la prescrizione o con ammende risibili rispetto al guadagno fraudolento, e quando va proprio male con qualche mese ai domiciliari. Ha dell’assurdo e dell’inaccettabile confrontare i 13 anni e 2 mesi di condanna a Mimmo Lucano e le pene comminate ai responsabili di “Mafia Capitale”, poi derubricata in “associazione a delinquere”, di Massimo Carminati (10 anni) e Salvatore Buzzi (12 anni e 10 mesi). Mimmo Lucano non avrà rispettato tutta la ragnatela di norme che si aggrovigliano e contraddicono fino a sterilizzare qualunque azione positiva incisiva sul tema dell’immigrazione, ma ha agito nel nome di un ideale di accoglienza e per la rinascita di un borgo disastrato dall’emigrazione nostrana, senza alcun tornaconto personale. Nel Mondo di Mezzo c’è stato un arricchimento per corruzione, complicità criminali e quant’altro, al punto che lo Stato ha requisito beni per 30 milioni di euro.

Riporto un commento, letto in questo tam tam di scambi di opinione, che mi ha colpito: «di questa sentenza, che rovescia la realtà e distorce ogni principio processuale, ne dobbiamo parlare perché questa non è una pagina qualsiasi della storia di questo scassato Paese». Sì, ne dobbiamo parlare, come si dovrebbe parlare anche dell’assoluzione degli ufficiali del ROS e di Marcello Dell’Utri perché la recente sentenza della Corte d’assise d’appello di Palermo, sostenendo che la trattativa Stato-mafia non è reato, di fatto opera un grave riconoscimento del sistema mafioso. Per Mimmo Lucano c’è anche l’accusa di aver favorito l’immigrazione clandestina per un matrimonio celebrato per garantire a una donna nigeriana la permanenza in Italia. Su questo non sono mancati commenti razzisti e moralistici. Ricordo una vecchia canzone di Bennato: «Signor Censore che fai lezioni di morale / Tu che hai l’appalto per separare / Il bene e il male, sei tu che dici / Quello che si deve e non si deve dire…».

Per dirla come la cantava Bennato: cari censori e inquisitori delle scelte degli altri leggetevi la vita del comandante partigiano valsusino Alessi, Alessio Maffiodo, raccontata nel libro La vigna e il marìn di Chiara Sasso (Edizioni Primopiano). Alessio sposò in punto di morte, sfidando i pregiudizi, la compagna ormai separata dal figlio, immigrata, per garantire a lei e alla nipote la residenza in Italia e un minimo di reddito con la reversibilità della sua pensione. Chiara ricorda che quell’anno, il 17 febbraio 1997, c’era il festival di Sanremo e Mentana al TG5, raccontando l’accaduto, commentò così l’Italia: «Questo non è solo un Paese di canzonette ma succedono anche belle cose». Già ma quelli erano altri tempi, non mancava la solidarietà e c’era più umanità.

Giovanni Vighetti

Giovanni Vighetti vive a Bussoleno ed è esponente del Movimento No Tav

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