Immigrazione: la lezione del 1991

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Nel pieno dell’agosto 1991, trenta anni fa, scoprimmo che l’Italia poteva essere meta di immigrazione di uomini e donne in fuga. Si generò un’esagerata paura di invasione e iniziarono attività ed emozioni che hanno contrassegnato la politica successiva, facciamo ora uno sforzo sapiente di memoria. La prima nave Vlora era partita da Durazzo in Albania mercoledì 7 agosto, verso sera. L’immagine della mattina dopo verso le 10 si sposta a Bari, dopo che una fregata militare della guardia costiera non aveva consentito lo “sbarco” a Brindisi: nel porto davanti alle banchine nessuno può aver scordato quella grande imbarcazione, un cargo mercantile (appena tornato da Cuba in Albania, carico di canna da zucchero, senza più acqua potabile a bordo) stracolmo di corpi senza bagagli: la plancia affollata, gli uomini sui pennoni, tutto assomigliava alle navi di emigranti italiani in arrivo circa un secolo prima nei porti atlantici delle Americhe settentrionale e meridionale.

Non fu un evento imprevedibile, sapendo cosa stava accadendo in Europa e in Albania, la storica vicinanza tra le sponde dell’Adriatico, ma per gli emigranti non ci fu decisione a tavolino e libertà di scelta. Non c’era niente di organizzato, un’occasione colta al volo: una partenza imprevista, capitano ed equipaggio costretti a salpare di nuovo da giovani uomini, donne e bambini, dagli stessi pochi militari presenti al porto di Durazzo, saliti senza armi insieme a quella massa disperata in fuga dalla propria martoriata terra, dalla dittatura e dalla miseria; una prima migrazione totale per chi non aveva mai nemmeno viaggiato fuori dai confini patri; un arrivo inaspettato di immigrati, sconvolgente per loro e per noi. Un viaggio breve, una sola notte, undici ore appena, nulla a confronto con le traversate di settimane e migliaia di chilometri, che dall’interno del Mediterraneo s’inoltravano nell’immenso bacino oceanico. Da Otranto la costa albanese si vede nelle giornate limpide. La Vlora rimase poi un mese e mezzo a Bari sotto sequestro.

Non era stato il primo esodo di albanesi in Italia del millennio, forse l’ottavo, ma il primo significativo del Novecento. Inoltre la Lyria aveva attraccato a marzo 1991 a Brindisi, poi altre quattro navi e una decina di barche, oltre 23 mila persone accolte in Puglia con permessi di soggiorno umanitario (i primi mai concessi). Invece, ad agosto 1991 arrivarono in circa venti mila, tutti insieme, il colpevolmente ancora impreparato governo reagì male, a differenza della regione d’arrivo. L’8 agosto lo spiazzo del molo San Vito di Bari si riempì di civili sapiens, stranieri in Italia, appiccicati disidratati affamati malvestiti malmessi, mentre un elicottero della polizia sorvegliava dall’alto e l’esercito conteneva l’enorme gruppo per evitare che ognuno si disperdesse in città e in regione per proprio conto. Parte della cittadinanza presente e la Protezione civile accolsero, diedero assistenza, garantirono i primi beni essenziali alla sopravvivenza di quei profughi. La maggioranza venne trasferita, ammassata malamente nel catino rovente dello stadio della Vittoria per più di cinque giorni, “lavata” con idranti, poco nutrita con panini lanciati, senza assistenza igienico-sanitaria.

Certo, gli albanesi non potevano essere proprio tutti bravi e buoni, lo abbiamo scoperto ben presto, accade sempre in ogni comunità, tanto più in quelle costrette a migrazioni forzate improvvise. Per tutto agosto 1991 leggemmo e ascoltammo con interesse quanto accadeva, purtroppo non furono pochi quelli che annegarono attraversando i nemmeno cento chilometri del canale d’Otranto con zattere e mezzi di fortuna, con un’idea esagerata della ricchezza del nostro paese. In Italia su Bari emerse uno scontro fra autorità e popolazioni locali e poteri centrali: il Sindaco si prodigò, invece il governo decise di bloccare il flusso e 18 mila immigrati furono rimpatriati in breve tempo, tramite sotterfugi e promesse varie, con undici aerei militari, tre Super80 Alitalia e svariate motonavi. Subito dopo Ferragosto furono cacciati anche gli “irriducibili”, prima trasferiti in centri d’accoglienza altrove e poi rastrellati.

L’immagine del porto di Bari ad agosto 1991 è tornata attuale nell’ultimo decennio, così come il tentativo di bloccare le partenze pagando le forze armate del paese d’emigrazione (lo fece già l’Italia verso l’Albania per tutti gli anni Novanta). L’esperienza ha mostrato come ciò favorisca corruzione e scafisti, ma nessuno in Europa ha tratto la lezione giusta. Per cortesia, ripensiamoci ora! Qualche migliaio degli albanesi arrivati nell’agosto 1991 riuscì a restare in Italia, altre decine di migliaia erano arrivati prima o arrivarono dopo, oggi in Italia vivono quasi 450 mila albanesi, in larga parte bravi e buoni, 21.200 residenti ufficialmente in Puglia a fine 2019, più o meno il 5 per cento del totale. Non fu facile per loro: miseria, clandestinità, umiliazioni; apprendimenti e adattamenti urgenti; pratiche lunghe e complicate, ricongiungimenti, sanatorie. Gli albanesi dei secoli scorsi e anche quelli arrivati nel 1991 si sono perlopiù ora bene integrati in regione e nel nostro paese, sono parte vitale dell’economia e della società.

Unioncamere Puglia ha recentemente diffuso un’indagine a tappeto con numerosi esempi concreti. Molti hanno studiato, si sono formati, si sono resi disponibili a lavori duri; alcuni di loro hanno fondato imprese, soprattutto di costruzioni, ristrutturazioni e piccola edilizia; altri hanno promosso servizi del terziario, sia per l’accoglienza che per l’interscambio commerciale; altri ancora hanno semplicemente continuato a lavorare in ogni settore. Il titolo del Sole24ore del 7 agosto 2021 (ricorrenza della partenza) è stato: «Dallo sbarco di 20mila albanesi sono nate in Puglia 1300 Pmi», il sottotitolo ha ribadito che «Le camere di commercio oggi fotografano il processo di integrazione economica». La generazione successiva a quella dell’esodo ha sfondato con umiltà e impegno, fatti non parole. Non basta. Cucina e cultura si sono arricchite di narrazioni e ricette; Bari o Lecce sono divenute mete care a tanti albanesi che vivono ancora sull’altra costa dell’Adriatico, per studi o turismo; le rotte adriatiche sono tornate legalmente molto frequentate; l’originario Salento (per tanti sapiens europei) è divenuto ancor più meticcio.

Ferragosto 1991: il più grande esodo sincronico verso l’Europa dopo quelli delle guerre del Novecento cambiò significativamente anche l’immaginario collettivo nei confronti dell’immigrazione. Iniziò il lessico intransigente verso gli immigrati, alimentando sospetti e paura (che i fatti oggi smentiscono). Sconsiglio di rileggere sostantivi e aggettivi contenuti allora in articoli delle cronache nazionali di informazione, un campionario di imprecisioni ed errori, un linguaggio falso e allarmante, illegali le parole non gli arrivati, divenute poi fuorviante luogo comune. L’atteggiamento pregiudizialmente ostile è stato spesso confermato in questo trentennio, peggiorato addirittura: la gestione di ogni immigrato sempre in termini emergenziali; il timore infondato che i numeri enfatizzati possano preludere a un’invasione; la politica dei porti chiusi; l’esibizione di un’italianità dura e pura, monolitica e perpetua; il rifiuto di approfondire ragioni e fenomeno; l’indifferenza verso concrete spinte xenofobe nelle nostre città; le acque marine del Mediterraneo vissute come portatrici di guai invece che di opportunità.

Non a caso, l’Ordine Nazionale dei Giornalisti fu successivamente indotto ad adottare la Carta di Roma per l’uso corretto dei termini sulle migrazioni, un protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti. Sono “migranti” coloro che hanno cambiato Stato di residenza da almeno un anno o intendono lavorare per ottenerlo. I “profughi” sono alcuni dei migranti, quelli costretti a spostarsi o emigrare da dove vivevano per cause indipendenti dalla loro volontà o scelta. Molti profughi non superano i confini del proprio Stato. Alcuni dei profughi che arrivano in un altro Stato possono diventare “rifugiati” se chiedono asilo per specifiche cause definite dal diritto internazionale in un elenco chiuso: discriminazioni politiche, persecuzioni personali (razza, religione, identità sessuale), guerre civili. Il termine “clandestino” è meglio non utilizzarlo proprio: l’espressione ha carattere discriminatorio e denigratorio. Anche “sbarco” forse andrebbe utilizzato fra virgolette, appartiene a un gergo militare. Riflettiamo prima di parlare e scrivere, diritto di restare e libertà di migrare dovrebbero entrare a far parte del vocabolario civile. Ce lo insegnano millenni di storia, ce lo hanno insegnato anche gli albanesi sbarcati esattamente trenta anni fa.

L’articolo è pubblicato anche su ilbolive.unipd.it

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